Il modello di intelligenza artificiale più potente mai costruito è stato a disposizione anche degli europei. Per 72 ore. Poi, venerdì 12 giugno, alle 17:21, è arrivato ad Anthropic un ordine del governo americano: sospendere l’accesso a Claude Fable 5 per «qualunque cittadino straniero», dentro o fuori dagli Stati Uniti. Non potendo filtrare gli utenti per nazionalità, Anthropic ha dovuto spegnerlo per tutti. Tre giorni dopo il lancio, sparito. Non per un guasto tecnico: per un passaporto. In quella frase – «qualunque cittadino straniero» – l’Europa è semplicemente «l’estero». E mentre l’America decide chi può usare la tecnologia, un concorrente cinese ne approfitta per corteggiare chi resta escluso. L’Europa, intanto, guarda: un’alternativa propria, alla frontiera, non ce l’ha. Non ancora.
Perché non ce l’ha? Non per le regole. Lo stesso 12 giugno, SpaceX raccoglieva al Nasdaq 75 miliardi di dollari in poche ore – la più grande quotazione della storia, oltre 2 trilioni di valutazione – pur avendo perso quasi 5 miliardi nel 2025: il mercato premia la scala, non i profitti. I numeri dicono il resto. Investimenti privati in IA nel 2024: 109 miliardi di dollari negli Stati Uniti, 9,3 in Cina. Capitale di rischio europeo: il 22 per cento di quello americano, a parità di economia. E la frase di Mario Draghi, che vale tutto: nessuna azienda europea sopra i 100 miliardi è nata dal nulla in 50 anni; tutte e sei le americane sopra i 1.000 miliardi, sì.
L’AI Act va riformato – regole uniche per i 27, procedure semplici per chi nasce, paletti etici al loro posto – non abrogato. La sbarra non sono le regole: è il capitale che non c’è. L’Europa non è arrivata tardi all’intelligenza artificiale: ci è arrivata disarmata. Qualcosa, però, si muove, e non a Roma: ASML, numero uno mondiale delle macchine per i chip, ha investito 1,3 miliardi in Mistral, oggi valutata 20 miliardi, e tra Francia, Germania e Nord Europa nascono i nuovi campioni della difesa e dell’IA.
E noi? Fuori dalla mappa: per abitante, l’Italia ha la più bassa attività di venture capital d’Europa dopo Grecia e Slovacchia: 127 euro a testa, sei volte meno della Francia. Eppure il talento c’è, e i fatti lo dicono: a Bologna, Leonardo – gestito dal Cineca – è ancora tra i primi dieci supercomputer del mondo; le nostre università e i nostri ricercatori restano tra i migliori del continente. Il problema non è l’intelligenza: è il sistema che non la valorizza.
Lo paga chi ci prova. Sara, 31 anni, dottorato a Torino, fonda una società che addestra modelli di IA per la sanità: l’unico assegno arriva dalla California, a una condizione: holding in Delaware. Oggi la sua azienda è americana e i dati dei pazienti europei girano su cloud americani, come il 70 per cento del traffico del continente. Non è emigrata per le tasse: è emigrata perché qui il capitale non la raggiungeva.
Tutto si tiene, o niente regge: nessun nodo, qui, vive da solo. Lo ha scritto Federico Fubini quasi alla lettera: servirebbe «un cervello che tenga insieme costo dell’energia, start-up, settori con più futuro, tassazione dell’IA». E quella spina staccata da Washington è la prova del resto: chi dipende dal modello di un altro dipende dalla politica di un altro. La sovranità tecnologica non è un lusso da convegno: è chi decide se lunedì la tua azienda lavora. Oggi a deciderlo è Washington, non noi.
Disarmata, però, per scelta, non per povertà. Perché il capitale, l’Europa, ce l’ha, più di chiunque: le famiglie europee risparmiano 1.400 miliardi l’anno, gli americani 800. Solo che 300 di quei miliardi, ogni anno, se ne vanno a finanziare l’economia americana e 40 dei 147 unicorni nati in Europa dal 2008 hanno traslocato oltreoceano. Non è un continente disarmato. È l’unico che finanzia, con i risparmi dei propri cittadini, il concorrente che poi gli stacca la spina. Il 40 per cento dei 33 trilioni di ricchezza delle famiglie dorme in depositi a basso rendimento. Il capitale c’è. Manca il coraggio di tenerlo in casa.
Da qui, tre mosse che rovesciano il tavolo. La prima: fare del risparmio un’arma e smettere di prestarlo a chi ci spegne i modelli. Non nuovo debito – i soldi ci sono già – ma un conto europeo dell’innovazione, un piano di risparmio fiscalmente premiato su scala continentale, che diriga quei miliardi verso le imprese europee invece che verso Wall Street. La seconda: una Cern per l’intelligenza artificiale. Mettere in comune la potenza di calcolo che nessuno Stato si può permettere da solo: la AI Factory che nasce a Bologna, 40 volte più potente di Leonardo, è il primo mattone di un’infrastruttura europea condivisa, da alimentare con energia a buon mercato, la sola condizione che oggi tiene i data center lontani dall’Italia. Senza, non verranno mai qui. La terza: trasformare la spesa militare in capitale di rischio. I circa 800 miliardi del riarmo europeo devono finanziare anche la generazione di Helsing e Quantum Systems, l’innovazione dual-use guidata dall’IA, non i campioni di ieri: è con gli appalti del Pentagono che gli Stati Uniti hanno costruito la Silicon Valley.
E qui il paradosso diventa una colpa. C’è un’area – riformista, liberale, europeista – che più di ogni altra avrebbe gli strumenti per parlare la lingua del futuro: capitale, innovazione, sovranità. È quella che dovrebbe diventare il punto di riferimento di chi non vuole vedere l’Italia uscire dalla storia. E che fa? Si divide. Non su come finanziare le imprese o trattenere i talenti, ma su bandiere e sigle. Non è il programma a dividerli – su quello dicono quasi le stesse cose – ma una questione che sembrerebbe identitaria. Una divisione, oggi, non costa qualche seggio: costa il futuro di chi quelle riforme aspetta. Perché i riformisti hanno una responsabilità verso il Paese e una divisione la tradirebbe.
Eppure una porta resta aperta, e ha una data. Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti di Milano, cinque riformiste partite da quattro approdi diversi – Pina Picierno, Elisabetta Gualmini, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Simona Malpezzi – siederanno allo stesso tavolo sotto un titolo che è già un programma: “C’è ancora domani”. C’è da augurarsi che non sia l’ennesima fotografia di un’area che predica l’unità e si presenta separata, con il prezzo di credibilità che una divisione si porta dietro già prima delle urne. Perché non possiamo affidare il Paese ai populisti e agli assistenzialisti dei due poli, quelli che promettono identità o sussidi, ma non futuro. Perché la foto che davvero deve preoccuparci non è quella di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni: è quella di un sovranista al Quirinale. E chi vincerà nel 2027 sceglierà chi vi siederà.
Attenzione, però: la morale non è «unitevi e basta». Qualcuno obietterà che una lista comune, una volta litigiosa al proprio interno, sarebbe inconcludente quanto la divisione che pretende di superare: è un rischio vero. Ed è esattamente il motivo per cui il punto non è impilare le sigle, ma la coesione. Non un cartello che si azzuffa il giorno dopo il voto, bensì un patto disciplinato: forze distinte tenute insieme da una figura di garanzia che sta sopra le parti. Solo così le migliori intelligenze riformiste diventano la quarta gamba solida del campo largo, il pilastro che ne sposta l’equilibrio, non l’ennesimo cespuglio.
Quella foto ha aperto un dibattito vero tra i riformisti: c’è chi nel campo largo ci crede ma è rimasto spiazzato, chi dubita, chi pensa ormai di restarne fuori. Matteo Renzi ha correttamente fissato il punto: senza una componente riformista, quella coalizione non vince e non governa. Ma la risposta che mette d’accordo tutti va oltre, ed è dirompente. Restare dentro da minoranza è solo riduzione del danno: eviti qualche disastro, non vinci. Peggio ancora, la scissione: chi si è staccato, nella storia, ha quasi sempre consegnato la vittoria all’avversario che voleva battere.
La terza strada è l’unica che paga: non una corrente che abbandona il vecchio partito, ma un soggetto del tutto nuovo eautonomo, alternativa e non frammento. Benedetto Della Vedova l’ha definito un «polo non terzo»: non un’aggregazione che si chiama fuori, ma una che si costruisce per allearsi con la sinistra e offrire un’alternativa vincente a Meloni e Salvini. Se la sinistra-sinistra coltiva il sogno dell’autosufficienza, peggio per lei; la tradizione stessa del Pd è quella dell’alleanza con i liberali e i riformisti. L’aritmetica non inganna e impone la coalizione: lì quel polo deve stare da socio, non da quel «soprammobile riformista» con cui Mario Lavia ha fotografato il modo in cui la sinistra-sinistra vorrebbe ridurlo, ma abbastanza forte da spostarne le posizioni. Né sudditi né scissionisti: protagonisti.
L’Europa non sparirà in un giorno: sparirà in una serie di rinvii. Ha il talento, ha un mercato da 450 milioni di persone, ha le risorse. Le manca la decisione. E l’Italia, se i suoi riformisti trovano il coraggio di unirsi, può essere il motore della svolta invece che il vagone di coda. Il 25 giugno, a Milano, può essere il primo passo. Il 12 giugno, alle 17:21, qualcuno a Washington ha deciso per noi. La prossima volta tocca a noi.