La Rai è, per dimensioni, risorse, patrimonio archivistico e capacità di diffusione, la più grande azienda culturale italiana. Nessun museo, nessuna università, nessuna fondazione raggiunge ogni giorno un numero di cittadini paragonabile a quello del servizio pubblico radiotelevisivo.
Proprio per questo il giudizio sulla sua linea editoriale attuale non può che essere severo.
Il problema della Rai non è la mancanza di mezzi. Non è la carenza di professionalità. Non è nemmeno l’assenza di una domanda culturale da parte del pubblico. Il problema è l’assenza di una visione all’altezza della funzione.
Ma prima di parlare di visione, bisogna parlare di struttura. Perché il declino non è cominciato con l’ultima governance, né con la precedente. È cominciato quando si è deciso di riformare l’organizzazione interna delle reti copiando, frettolosamente e senza la stessa cura, il modello dei generi adottato da France Télévisions.
La Rai aveva risolto il tema della differenziazione editoriale in modo anomalo rispetto al resto d’Europa. Le tre reti generaliste possedevano identità riconoscibili, linguaggi distinti, pubblici differenti. Non era necessariamente un modello virtuoso, e certamente era condizionato dagli equilibri politici del tempo. Tuttavia, consentiva ai cittadini di sapere cosa aspettarsi da ciascuna rete e permetteva la coesistenza di sensibilità culturali diverse all’interno del servizio pubblico.
La creazione dei generi trasversali ha progressivamente dissolto queste identità. La programmazione si è sganciata dalle reti, le responsabilità editoriali si sono frammentate e i palinsesti hanno perso coerenza. Le reti hanno smesso di rappresentare visioni culturali riconoscibili e sono diventate contenitori sempre più simili tra loro.
Il pubblico ha smesso di identificarsi con una proposta editoriale precisa. E le televisioni commerciali, insieme alle piattaforme digitali, hanno occupato parte dello spazio lasciato libero.
Non è stata soltanto una riforma organizzativa. È stata una resa culturale.
Da lì in poi la rincorsa agli ascolti è diventata il criterio dominante. Ma un servizio pubblico non nasce per vincere la gara dello share. Nasce per fare ciò che il mercato non fa e non ha interesse a fare: divulgazione scientifica, patrimonio storico e artistico, letteratura, teatro, musica, pensiero critico. Il luogo della complessità, non della semplificazione.
Invece, la Rai appare oggi schiacciata tra due dipendenze. Quella politica, che si manifesta attraverso una governance che cambia con le maggioranze. Quella commerciale, che si manifesta attraverso la ricerca continua del consenso immediato. È una doppia subordinazione che svuota la funzione stessa del servizio pubblico.
Eppure, la Rai dispone ancora di tutto ciò che serve: competenze, archivi, reti territoriali, capacità produttiva, risorse garantite dal canone. Manca una strategia culturale. Non un palinsesto. Una strategia.
La domanda da porsi è semplice: quale idea di cittadinanza sta promuovendo oggi la Rai? Perché la Rai non dovrebbe chiedersi come assomigliare alle televisioni commerciali. Dovrebbe chiedersi perché esiste. E la risposta non può essere lo share. La risposta è nella sua natura di servizio pubblico: formare cittadini più consapevoli, più informati, più liberi.
Per decenni la Rai ha contribuito a costruire l’identità culturale del Paese. Ha alfabetizzato, informato, raccontato l’Italia a sé stessa, accompagnandone trasformazioni, contraddizioni e speranze.
Oggi il rischio è che si limiti a inseguire il pubblico invece di guidarlo, a misurare il proprio valore con lo share invece che con l’impatto culturale che produce. E per un servizio pubblico questa non è un’evoluzione. È una rinuncia.
Se la più grande azienda culturale italiana rinuncia alla propria missione, il problema non riguarda soltanto la televisione. Riguarda la qualità della nostra democrazia. Perché quando il servizio pubblico smette di formare cittadini e si limita a intrattenere consumatori, non siamo di fronte soltanto a un fallimento editoriale.
Siamo di fronte a un fallimento culturale e democratico.