Credo sia venuto il momento, per la sinistra, per il centrosinistra, o almeno per la sua parte maggioritaria, di costruire, presentare e sostenere una visione complessiva sull’immigrazione: realista, fondata su principi, e capace di tenere insieme umanità, sicurezza, responsabilità e verità.
Serve una constituency strutturata, equilibrata, forte. Una base politica, culturale e morale capace di contrastare, o almeno contenere, la crescita di un nuovo ciclo populista, alla Vannacci: più incandescente, più aggressivo, più inquietante dei cicli precedenti. Ma per farlo non basta rispondere denunciando l’assurdità, la negatività o l’inaccettabilità di certe affermazioni. Non basta opporsi a Vannacci. Bisogna sottrargli il terreno. Bisogna indicare una strada diversa, migliore, più forte, e alla fine anche più vincente.
È necessario affrontare il problema dell’immigrazione in modo sistematico e profondo. Se guardiamo alla prospettiva europea, non possiamo negare che la politica di ogni Paese del continente, incluso il nostro, abbia oggi questo tema al centro, volenti o nolenti. Così come non possiamo negare l’esistenza di una regola non scritta, o forse perfettamente scritta nei fatti: le elezioni le vince chi diventa egemone sulla questione che più muove le emozioni popolari. E oggi, in Europa, questa questione è l’immigrazione.
Le emozioni popolari più forti, anche quando sono di segno opposto, passano da lì. Negarlo significa lasciare campo libero a ogni forma di populismo, che di mese in mese, prima in Francia, poi in Inghilterra, adesso in Germania, diventa sempre più inquietante, sempre peggiore, con l’ombra russa che accompagna molti dei suoi movimenti.
Prima di entrare nel merito di questa possibile constituency, bisogna guardare alla base da cui nascono le narrazioni dell’estrema destra. Nei giorni scorsi Belfast è stata attraversata da una rivolta che ha messo a ferro e fuoco la città. L’episodio scatenante è stato l’accoltellamento di un uomo, ripreso in un video molto crudo, circolato rapidamente sui social. L’impressione, guardando quelle immagini, è che l’aggressore volesse addirittura decapitarlo. L’autore dell’aggressione è un rifugiato sudanese arrivato nel Regno Unito e riconosciuto come richiedente asilo.
I cosiddetti “knife or sharp instruments crimes”, cioè i crimini commessi con coltelli o strumenti affilati, nella sola Londra sono stati oltre quindicimila. Un report recente citato dall’Evening Standard mostra che più di un terzo degli omicidi a Londra è legato a gang o gruppi: su centoquarantasette condanne per omicidio o omicidio colposo, relative a centocinquantasette morti, cinquantuno casi, pari al 34,6 per cento, sono stati classificati come gang or group-related. La rivolta di Belfast non nasce dal nulla, anche se le strumentalizzazioni sono numerose.
L’aspetto criminale è quello più evidente, più immediato, più emotivamente potente. Ma ci sono fenomeni demografici più strutturali che spaventano una parte consistente della popolazione europea. Secondo l’Ufficio statistico belga, se si considera l’origine dei genitori, il 74,3 per cento della popolazione della regione di Bruxelles è di origine straniera, cioè con almeno un genitore nato all’estero; il 41,8 per cento è di origine non europea. Se guardiamo alla fascia giovanile sotto i diciotto anni, si stima che l’ottantotto per cento dei residenti nella capitale belga sia di origine straniera, sempre considerando almeno un genitore nato all’estero, e il cinquantasette per cento di origine non europea.
Secondo statistiche etniche e studi sulla città, ad Amsterdam i giovani nati da famiglie native olandesi sono da anni una minoranza. A Londra, secondo i dati del censimento, circa il 37-40 per cento dei residenti è nato all’estero. È ovvio che avere una popolazione in maggioranza non nativa non sia, di per sé, un problema, ma ignorare la dimensione epocale del fenomeno, e le sue conseguenze, mentre la natalità “indigena” cade verticalmente, significa non vedere l’evidente.
La narrazione semplificata dell’estrema destra ha gioco facile quando mette insieme questi elementi in una formula rozza ma efficace: più immigrazione uguale più criminalità; più immigrazione musulmana uguale più minaccia alla cultura occidentale. La quantità conta. Tenere la stessa posizione politica di quando il fenomeno aveva dimensioni minime non è una prova di coerenza: può diventare una forma di rimozione.
Ricordiamo i primi sbarchi degli albanesi in Puglia, accolti in modo festoso. A Brindisi li salutò l’intera città: sindaci, prefetti, parlamentari, autorità religiose, gente comune. C’erano bande musicali, fiori, discorsi di benvenuto, un clima da celebrazione. I profughi piangevano ai bordi delle navi, mentre sulla banchina gli italiani sventolavano mazzi di fiori e li salutavano con entusiasmo. Quel sentimento popolare evidentemente non è più lo stesso.
Prendiamone atto. E chiediamoci se possiamo costruire un’immigrazione che arricchisca il Paese, invece di un’immigrazione che lo spaventi. Per scongiurare la seconda opzione serve un lavoro enorme, insieme intellettuale e operativo.
Cominciamo dalla questione più spinosa, più difficile, più reale: desiderare che una città o un Paese conservi i suoi tratti distintivi europei non è un crimine. Volere, preferire o simpatizzare per la continuità culturale di un luogo non è, in sé, un atto di ostilità verso qualcuno. Naturalmente questo è accettabile solo se viene espresso senza fare del male: dunque no a remigrazione, no a persecuzioni coattive, no a politiche punitive verso persone innocenti. Ma è legittimo tanto immaginare una città cosmopolita quanto desiderare che una città mantenga e sviluppi i tratti prevalenti della propria storia culturale e religiosa.
C’è una costante comune del pensiero illuminista e di quello marxiano, opposti quasi su tutto, che oggi ci impedisce di vedere un punto fondamentale. I due filoni che hanno plasmato gli ultimi due secoli dell’Europa sono entrambi fondati sulla preminenza della razionalità e dell’economia. Nel primo caso, la razionalità, di cui l’economia rappresenta forse l’applicazione più efficace, sostiene che ogni conflitto, se ricondotto nel proprio alveo razionale, possa trovare una soluzione. Locke, Adam Smith e molti altri vengono da lì. Nel secondo caso, quello marxiano, l’economia è centrale: i rapporti di forza economici sono la struttura della società; tutto il resto è ideologia, pensiero derivato, inutile o ininfluente.
Entrambi, in modo diverso, non colgono fino in fondo che la dimensione umana non può essere ricondotta interamente alla dimensione economica. Il detto popolare, ripreso da una brillante pubblicità, secondo cui il denaro non può comprare tutto, è forse la sintesi migliore di questo discorso. Oggi l’identità sociale — quel grumo invisibile e potentissimo di aspirazioni, paure, appartenenze, ambizioni anche violente, o potenzialmente violente — è spesso più forte della dimensione economica. Bisogna lavorare su questo. E su questo la cultura cattolica può dire e fare molto.
La constituency sull’immigrazione deve essere insieme un programma, una guida, una politica. Quali possono essere i suoi pilastri?
Il primo, anche se non dovrebbe esserci bisogno di dirlo, è che le vite umane vadano salvate in qualunque circostanza e qualunque sia lo stato giuridico delle persone in difficoltà. Questo è il primo statement, e deriva proprio dalle nostre radici identitarie come Paese e come mondo occidentale. Non si discute.
Il secondo pilastro riguarda le politiche attive dell’immigrazione. Bisogna organizzare in modo strutturato gli ingressi, considerando anche le necessità del Paese: sanità, edilizia, assistenza, agricoltura, servizi. Occorre favorire l’arrivo di persone che abbiano caratteristiche tali da arricchire l’Italia, magari privilegiando Paesi con cui condividiamo quell’“invisibile” di cui si parlava prima: prossimità culturali, relazioni storiche, compatibilità civiche, possibilità reali di integrazione (es. Argentina, Cuba, Brasile, America latina, eccetera).
L’Australia lo fa con ferrea precisione. In quel Paese c’è un sistema a punti (Skilled OccupationList) per i lavoratori qualificati (età, titolo di studio, esperienza lavorativa precedente, sponsor, eccettera) per ottenere un visto di quattro anni e poi proseguire con il processo di integrazione. Per avere un’idea, vogliono principalmente infermieri e medici; assistenza anziani; ingegneri, meccanici. Nessuno che arriva illegalmente viene accettato sul suolo australiano e, nonostante questo, o forse grazie a questo, hanno complessivamente più immigrati dell’Italia. Noi non siamo un’isola e siamo più permeabili; dunque, potenzialmente meno efficaci nel mantenere una politica di questo tipo. Ma proprio per questo dobbiamo farla.
Il terzo pilastro, senza girarci troppo intorno, è la sicurezza. È buon senso, immediato e profondo buon senso, che se una persona arriva in Italia, magari in modo clandestino, e poi commette reati gravi, non abbia alcun diritto di restare nel Paese. Naturalmente sappiamo bene che molti non arrivano con questa intenzione; spesso vengono trascinati dall’abbandono in cui si trovano e diventano facile preda delle nostre criminalità. Ma questo non toglie il punto essenziale: un Paese non può essere costretto a trattenere persone che violano gravemente le sue leggi.
A metà strada tra le questioni invisibili e la sicurezza si trova il problema delle enclave, delle comunità autoreferenti. Qui nasce il quarto pilastro: la coesistenza. Si tratta di tenere insieme due principi. Il primo è quello che, alla maniera americana, chiameremmo religious freedom, libertà religiosa, naturalmente valida per ogni fede. Il secondo è il principio su cui si fonda l’Occidente moderno: la separazione tra Stato e Chiesa, o meglio tra la dimensione civica e religiosa da una parte, e quella del diritto statuale dall’altra. Sappiamo che questa separazione è negata in parte dei Paesi islamici, dove regna invece la teocrazia, cioè l’asservimento delle regole del diritto a quelle religiose.
La coesistenza non significa, ad esempio, l’idea infantile di negare i simboli del Natale per “rispetto” verso altre fedi. Non significa, peggio ancora, accettare pratiche tradizionali di alcuni Paesi contrarie alle leggi italiane solo perché collocate dentro altre appartenenze religiose. Non significa permettere che venga predicato e affermato odio verso l’Occidente, verso la sua tradizione culturale e ideale, in nome dell’affermazione di un ordine opposto.
La constituency sull’immigrazione deve nascere da un dibattito ampio, fatto anche con le comunità immigrate, e soprattutto con i singoli. Perché l’idea liberale e cristiana che sta alla base dell’Occidente è la primazia della persona, anche rispetto alla comunità di appartenenza. Servono coraggio, mente aperta, capacità di ascolto. Non solo ascolto delle minoranze piene di voce, ma anche delle maggioranze dalle voci frammentate e “introverse”. Bisogna togliere il terreno su cui cresce il vannaccismo e tutta l’ideologia populista che gli gira attorno. Bisogna salvare il bambino non l’acqua sporca.
Non bisogna rompere i legami profondi del nostro affetto verso il sentire popolare. Bisogna dare risposte migliori, più civili, più alte, mobilitando i migliori angeli della nostra natura. Solo così si potrà contenere un fenomeno che rischia di polarizzare ancora di più il Paese e di consegnarlo ai peggiori che possiamo immaginare.