Nella ChampagneLo château che le maison non riescono a essere

Trenta ettari di vigna, un castello settecentesco, sei vitigni di cui due quasi scomparsi. Château de Bligny è l’unica denominazione château della regione

Château de Bligny, Facebook

In Champagne si produce con un modello che non ha equivalenti nel mondo del vino. Le grandi maison acquistano uve da centinaia di vignaioli distribuiti su decine di villaggi, vinificano in scala industriale, assemblano annate e parcelle secondo una logica di coerenza stilistica più che di espressione territoriale. Il risultato è un prodotto straordinariamente affidabile, riconoscibile, globale. È anche, per definizione, il contrario di ciò che in Borgogna o a Bordeaux si chiama château: un luogo preciso, un vigneto circoscritto, una produzione che non esce da quei confini.

Château de Bligny è l’eccezione. L’unica, in tutta la Champagne. Il domaine si trova nella Côte des Bar, la parte meridionale dell’Aube, a circa duecento chilometri da Reims e dalla logica delle grandi maison. Trenta ettari di vigna circondano un castello settecentesco che domina il villaggio omonimo e la valle del Landion. Tutta la produzione, dalla pressatura alla vinificazione all’imbottigliamento, avviene dentro le mura del castello. È l’unico récoltant-manipulant in Champagne ad aver ottenuto la denominazione château. Non è un dettaglio burocratico: è una dichiarazione di identità in un territorio dove quella parola non esiste quasi mai.

Il castello ha radici medievali, prime tracce documentate nel 1465. La struttura attuale fu edificata nel 1773 dal Marchese di Dampierre sui resti di un maniero feudale: pietra da taglio, proporzioni neoclassiche, una sorgente sotto le cantine che alimenta ancora oggi l’edificio. La porta principale – stile Luigi XIII, decorazioni scultoree di grappoli e tralci – è l’unico elemento sopravvissuto dell’originale.

La storia vitivinicola vera inizia nell’Ottocento. Il Barone de Cachard acquisisce il domaine, allora dedicato alla caccia ai lupi, e in un momento in cui altri strappavano le viti ne pianta quarantacinque ettari. Si guadagnerà il soprannome di gentiluomo vignaiolo. Nel 1940 i suoi eredi sono costretti ad abbandonare il castello sotto occupazione tedesca. Il vigneto viene lasciato in stato di abbandono. Quello che il Barone aveva costruito in trent’anni viene azzerato.

La svolta arriva nel 1999, quando la famiglia Rapeneau, già proprietaria delle maison G.H. Martel e De Cazanove, acquisisce Bligny convincendo i venditori grazie alla storia familiare e spuntandola sulle maison. Portano la competenza industriale di chi la Champagne la conosce da generazioni, e la usano per fare l’opposto di quello che fanno le maison: non assemblare su scala, ma isolare. Non espandere, ma circoscrivere. Tutta la produzione resta dentro i trenta ettari. Il castello viene restaurato nel rispetto dell’architettura originale. Dal 1999 è aperto al pubblico, con le boiseries settecentesche intatte e una collezione di oltre mille flûte firmate Lalique e Daum.

La gamma degustata ad Asti, al ristorante Vicolo Battisti, permette di seguire il filo di questa unicità dalla bottiglia d’ingresso fino al millesimato. Il Grande Réserve Brut NV, che accompagna la pizza fritta, è il punto di partenza: frutta bianca matura, sentori di brioche, bollicina fine. Affidabile, non banale. Il Blanc de Blancs in Magnum si sposa con lo yakitori e sposta il registro: più verticale, più austero, con una mineralità che ricorda la pietra focaia. Il formato non è un vezzo: in Champagne il rapporto tra gas e superficie liquida cambia il profilo organolettico in modo misurabile. Il Brut Nature Clos du Château 7 Cépages è il pezzo che dice di più sull’identità del domaine. Sette vitigni in assemblaggio: Chardonnay, Pinot noir, Meunier, cioè la triade canonica, più Pinot blanc, Arbanne, Petit meslier e Frumenteau. Le ultime quattro sono quelle che la Champagne industriale ha progressivamente abbandonato nel corso del Novecento, troppo capricciose, troppo basse rese, impossibili da gestire in scala. A Bligny resistono, custodite come si custodiscono le cose che non si possono comprare. Il risultato è un vino complesso, speziato, con note di mela cotogna e cera: non un aperitivo, un vino da tavola che richiede attenzione e cibo – in questo caso una pizza napoletano con vellutata di zucchine, mozzarella fior di latte, tartare di gamberi e stracciata e fiori di zucca. Il Vintage Brut 2010 conferma che l’Aube, con lo stesso calcare argilloso di Chablis, produce millesimati di rara tensione, ancora pienamente vivi a sedici anni dalla vendemmia; un ottimo matrimonio con lo spaghetto alle vongole veraci, bottarga e olio al basilico. Il Grand Rosé in Magnum chiude la sequenza: Pinot noir dominante, colore brillante, una bocca che lavora sui frutti rossi freschi senza mai cedere alla dolcezza. È il vino che più richiede di essere capito nella sua sobrietà, che in Champagne è sempre una scelta, mai una mancanza. Uno champagne gastronomico che accompagna le fragole alla Wimbledon (sciroppo al Pimm’s e menta, con panna montata).

In un sistema dove il brand tende a prevalere sul luogo, dove il nome sull’etichetta vale più del suolo da cui viene il vino, Château de Bligny indica un indirizzo. Quattordici, rue du Château, Bligny. Côte des Bar. Il vino viene da lì, soltanto da lì, e da nessun altro posto. È l’unico château della Champagne. Non ce n’è un secondo.

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