Per la prima volta un’organizzazione italiana è stata inserita dalla Federazione Russa nell’elenco delle organizzazioni estremiste o terroristiche. A renderlo noto è Memorial Italia, che giovedì scorso, 4 giugno, è comparsa nella lista pubblicata da Rosfinmonitoring, l’agenzia federale russa per il monitoraggio finanziario, e il giorno successivo nell’analogo elenco del ministero della Giustizia russo.
La decisione rappresenta un nuovo capitolo della lunga offensiva del Cremlino contro la galassia Memorial, il movimento nato negli ultimi anni dell’Unione Sovietica per documentare le repressioni staliniane, conservare la memoria delle vittime del Gulag e monitorare le violazioni dei diritti umani nella Russia contemporanea. Nel 2022 Memorial è stata insignita del Premio Nobel per la Pace insieme all’attivista bielorusso Ales Bjaljacki e all’organizzazione ucraina Center for Civil Liberties.
Secondo Memorial Italia, l’inserimento nelle liste russe è la conseguenza diretta della sentenza emessa il 9 aprile dalla Corte Suprema della Federazione Russa, che aveva dichiarato estremista un generico «Movimento Memorial». Una formulazione volutamente ampia, la cui portata era rimasta inizialmente poco chiara. L’inclusione, nelle scorse settimane, di 36 organizzazioni appartenenti alla rete Memorial ha ora chiarito l’intenzione delle autorità russe: colpire non soltanto le strutture che operavano sul territorio della Federazione, ma l’intero ecosistema internazionale che continua a portarne avanti attività e missione.
Dal punto di vista simbolico, la decisione conferma la centralità che la questione della memoria storica continua ad avere per il regime di Vladimir Putin. Da anni il Cremlino considera Memorial uno dei principali centri di elaborazione di una narrazione alternativa rispetto a quella ufficiale sulla storia sovietica e sulla Russia contemporanea. La chiusura delle organizzazioni Memorial in Russia tra il 2021 e il 2022 aveva già segnato una svolta. La qualificazione come «movimento estremista» e la successiva estensione alle organizzazioni affiliate rappresentano però un ulteriore salto di qualità.
La novità più rilevante non riguarda soltanto Memorial. Riguarda infatti la possibile estensione extraterritoriale di una categoria giuridica utilizzata sempre più frequentemente dalle autorità russe per reprimere opposizione politica, attivismo civico e dissenso.
Nel comunicato con cui ha annunciato la decisione, Memorial Italia sostiene che soci, attivisti e volontari potrebbero essere esposti a procedimenti penali nella Federazione Russa e, in determinate circostanze, anche in Paesi che intrattengono forme di cooperazione giudiziaria con Mosca. Proprio per questo l’associazione ha pubblicato una serie di linee guida rivolte a sostenitori, collaboratori e semplici follower.
Tra le raccomandazioni figurano l’invito a chi si reca frequentemente in Russia a interrompere il follow dei canali social dell’organizzazione, a rimuovere contenuti pubblicati online che documentino il sostegno a Memorial e a rafforzare le proprie misure di sicurezza digitale. L’associazione suggerisce inoltre agli ex relatori e ai partecipanti alle proprie iniziative di valutare la rimozione dai canali pubblici di fotografie, video e materiali che attestino la loro collaborazione.
Al di là della prudenza comprensibile di un’organizzazione finita nel mirino delle autorità russe, resta da verificare quale sia l’effettiva portata giuridica internazionale della designazione. La classificazione come organizzazione estremista produce certamente conseguenze all’interno della Federazione Russa. Molto meno chiaro è quali effetti possa generare nei confronti di cittadini italiani che si trovino all’estero o transitino in Paesi terzi.
È proprio questo l’aspetto più interessante della vicenda. Non si tratta soltanto dell’ennesimo episodio della repressione russa contro Memorial. Per la prima volta una misura pensata per il controllo del dissenso interno viene applicata formalmente a un’associazione con sede in uno Stato membro dell’Unione europea. Una decisione che apre interrogativi politici e giuridici sulla crescente proiezione internazionale degli strumenti repressivi del Cremlino e sui rischi che possono correre attivisti, ricercatori e organizzazioni della società civile che continuano a lavorare sui temi dei diritti umani e della memoria storica russa.