Il generalistaLa retorica logicamente illogica con cui Roberto Vannacci controlla le interviste

Il leader di Futuro Nazionale non convince i potenziali elettori solo per ciò che dice ma per il modo in cui obbliga gli interlocutori a difendersi. Le sue analogie domestiche rendono naturali conclusioni discutibili e trasformano ogni obiezione in un presunto pregiudizio

LaPresse

Roberto Vannacci è una novità politica anche per i giornalisti, che non sempre riescono a smontarne la retorica. Le sue dichiarazioni appaiono aberranti a chi non lo voterebbe mai, ma risultano comprensibili e persuasive per una parte dell’elettorato di destra, già abituata alle felpe, ai rosari e agli elenchi di Matteo Salvini, o al vittimismo identitario di Giorgia Meloni. Da generale, Vannacci applica alla comunicazione politica una lezione elementare de “L’arte della guerra” di Sun Tzu: «L’invincibilità dipende da noi. La vulnerabilità del nemico dipende dai suoi sbagli». Per questo motivo prepara risposte ordinate, piene di analogie quotidiane, che fanno sembrare logiche anche proposte discutibili. Quando qualcuno prova a mostrare che il ragionamento non regge, Vannacci fa due cose: ripete la stessa frase con sicurezza oppure fa una domanda al giornalista. In questo modo non deve più spiegare il suo ragionamento: costringe l’altro a giustificarsi, prendendo tempo prezioso.

Lo si è visto a “Otto e mezzo”, su La7, quando Lilli Gruber gli ha contestato i dati sui rimpatri attribuiti all’amministrazione Trump. «Non le piacciono questi dati? Ne ha altri? A lei piacciono i clandestini?». Non è la prima volta. Alla domanda di un giornalista sul 25 aprile, la festa della Liberazione dal nazifascismo, Vannacci rispose con una controdomanda: «Io festeggio San Marco, lei cosa festeggia?». 

Il leader di Futuro Nazionale usa la metafora elementare come scorciatoia morale. Prima ancora che il tema venga discusso, stabilisce l’immagine attraverso cui interpretarlo; dentro quella cornice, la conclusione sembra già inevitabile. Il 30 marzo, durante l’inaugurazione della sede di Futuro Nazionale a Roma, spiegò perché avrebbe potuto votare la fiducia al governo Meloni pur non condividendo il decreto bollette: «Non so se lei sia sposato, no? Ma è come il credito che lei dà a sua moglie anche se le cucina un piatto che a lei non piace, per esempio la trippa. Non è che se sua moglie le cucina la trippa, lei divorzia». Lasciando perdere la scena anni Trenta con il marito in canottiera e la moglie massaia, Vannacci è stato abile nel trasformare un sofisticato problema politico in una battuta, evitando di spiegare l’incongruenza di un partito appena nato che voleva distinguersi sui giornali, ma allo stesso tempo non causare una crisi di governo con i probabili futuri alleati. 

La metafora culinaria piace molto al generale. L’ha usata più volte per difendersi dall’accusa di appoggiare una proposta sulla remigrazione sostenuta anche da CasaPound. Vannacci l’ha ripetuta l’8 marzo all’Associazione della Stampa estera e il 13 giugno, durante l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, quasi con le stesse parole: «Eh, ma qualcuno mi dice: “c’è CasaPound, si dichiarano fascisti”. Non so se sia vero. E allora? A lei quando portano un piatto a un ristorante, si preoccupa se il cameriere si professa in una determinata posizione politica, o se ha un determinato colore della pelle, o se professa una certa religione? A lei interessa il gusto del piatto, se la pasta all’amatriciana che le portano è buona oppure è cattiva. Non mi interessa chi me la porti».

Sembra una frase di buon senso: conta il contenuto, non chi lo propone. Ma una proposta di legge non è una pasta all’amatriciana. In politica il proponente mostra quale idea di società vuole realizzare. Subito dopo Vannacci aggiunge che quella sulla remigrazione è una legge popolare «buona per definizione, perché viene dal basso». Anche qui il salto logico è degno del recordman svedese Armand Duplantis: una proposta può nascere dal basso ed essere incompatibile con i principi costituzionali. La democrazia non si limita alla forma, conta il contenuto: la tutela dei diritti individuali della persona, a prescindere dalla sua cittadinanza o entia. 

Quando il gioco ha iniziato a farsi leggermente più duro e le domande dei giornalisti più sofisticate, il generale ha sfoderato un diverso armamentario logico che ha lasciato sbigottito il suo interlocutore di turno. Il 22 giugno, a “L’aria che tira” su La7, Antonello Caporale del Fatto Quotidiano gli ha chiesto chi dovrebbe raccogliere i pomodori se l’Italia cacciasse cinquecentomila migranti. Vannacci ha risposto con un lessico di sinistra e una conclusione sovranista. Gli immigrati, dice Vannacci citando Marx, sarebbero diventati «l’esercito industriale di riserva del padrone», cioè una massa di lavoratori ricattabili usata per comprimere salari e diritti. Da qui la conclusione: «rimandandoli a casa sbloccheremmo una situazione assurda e porteremmo gli italiani stessi, che raccoglievano fragole, olive e pomodori trenta o quaranta anni fa, a rivolgersi anche a questi lavori». 

Un capolavoro retorico, ma non è automatico che gli italiani torneranno a lavorare nei campi solo perché manca manodopera straniera. Soprattutto in una società che rispetto a cinquant’anni fa non è più contadina. E la meccanizzazione non nasce per decreto: dipende dai costi, dal tipo di coltura, dalla dimensione delle aziende e dalla possibilità di investire. Altrimenti il risultato può essere un altro: raccolti lasciati nei campi, prezzi più alti, più importazioni o nuovo lavoro irregolare.

Le metafore di Vannacci sono qualche volta ardite in tutti i sensi. In pochi casi parlano a un elettorato vicino al mondo militare. Un esempio su tutti è la risposta che il generale ha dato, sempre a “Otto e mezzo”, a Lina Palmerini. La giornalista politica de “Il Sole 24 Ore”, aveva ricordato al leader di Futuro Nazionale di aver arruolato politici che fino a poco prima stavano nella Lega, Forza Italia o Fratelli d’Italia. Invece di giustificarsi, Vannacci ha rilanciato: «La sa la preghiera del paracadutista francese? “Dammi mio Dio quello che gli altri non vogliono”», citando il testo scritto da André Zirnheld nel 1938. Poi ha aggiunto: «Voglio la sporca dozzina», riferendosi all’omonimo film del 1968, dove il maggiore John Reisman, interpretato da Lee Marvin, guida dodici detenuti condannati a morte in una missione suicida contro ufficiali tedeschi in Francia. Fuori dalla metafora, l’idea di affidarsi a dodici criminali per assassinare un gruppo di persone sarebbe aberrante, ma citando il film diventa una storia di coraggio, disciplina e redenzione. Così i transfughi non sembrano più reduci del centrodestra, ma materiale ruvido da missione impossibile. Se non fosse irritata con lui per averle scompaginato la maggioranza, Meloni potrebbe complimentarsi per la variazione sul tema dell’underdog. 

Vannacci, però, non ha inventato nulla. Da tempo i politici hanno capito la regola più semplice dei media contemporanei: vince chi produce frasi digeribili e immagini pre-politiche, pescando nel grande deposito morale del senso comune: casa, famiglia, paura, ordine, tradimento, popolo, mamma e papà. È lì che spesso un elettore decide a chi dare ragione, prima ancora di ascoltare davvero il contenuto. Per entrare nel telegiornale della sera o diventare una clip sui social, i politici tagliano le spiegazioni complesse e portano ogni grande tema su un terreno più piccolo e familiare.

Quando il pubblico sente la metafora, ha già accettato metà della conclusione. Per questo l’indignazione serve poco: permette a Vannacci di recitare la parte dell’uomo di buon senso perseguitato dai sofisticati. Il lavoro del giornalismo è bloccare il meccanismo prima che la metafora diventi una gabbia. Permettendo la battuta, la partita dialettica non è persa, ma bisogna prendere il microfono insistendo sul passaggio logico saltato per arrivare alla metafora facile. Per poi tenersi pronti alla domanda retorica che farà sicuramente il leader di Futuro Nazionale.

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