Sir Alex Younger si era detto pubblicamente «combattuto» su James Bond. Il personaggio nato dalla penna di Ian Fleming è stato un ottimo testimonial per il Secret Intelligence Service (o MI6), ma ha anche consolidato stereotipi lontani dalla realtà di chi lavora per l’intelligence di Sua Maestà. Era di questo che parlava circa dieci anni fa, quando da due anni Sir Alex era C, cioè chief, capo di MI6 (nella saga letteraria, invece, è M). E lo sarebbe rimasto per altri quattro anni, diventando il C più longevo degli ultimi cinquant’anni.
Bastava guardarlo camminare e sentirlo parlare per cogliere la distanza con l’Agente 007. È vero che le spie di MI6, o del Service come lo chiamava lui, viaggiano in luoghi lontani e pericolosi. Ma, secondo Sir Alex, una figura sconsiderata e senza scrupoli come James Bond, che infrange la legge a ripetizione, non sarebbe vista di buon occhio all’interno del Servizio. Sir Alex era, o quantomeno appariva, agli antipodi dell’Agente 007. Era certamente un gentleman, ma non spaccone: «piacevole, divertente e modesto, e sembrava piuttosto rilassato», come lo descrive il Times. Il suo modo di parlare era leggero: poche parole, quasi sussurrate, ma dense di contenuto, accompagnate da molti sorrisi. Gli occhi curiosi. La presenza, invece, era discreta. Era «il meglio di MI6», ha scritto il suo successore come C, Sir Richard Moore citando caratteristiche sempre più rare: «grande intelligenza, umiltà, grande determinazione; dietro il suo aspetto affabile, era una persona con grandi valori morali, gentile, divertente e schietta. E una spia eccezionale».
Dietro quella naturalezza c’era anche una difficoltà con cui aveva convissuto per tutta la vita: la dislessia. Ne era abbastanza consapevole da preoccuparsi, in occasione del suo primo discorso pubblico da capo di MI6, che qualche errore potesse finire nelle registrazioni diffuse dai media. Per questo fece distribuire ai media una versione preregistrata dell’intervento. Col tempo sarebbe diventato uno dei comunicatori più efficaci mai passati dal Servizio, convinto che il talento e l’intelligenza assumano forme diverse e che l’intelligence dovesse impegnarsi di più per riconoscerle e valorizzarle.
È morto martedì all’età di 62 anni, ucciso da un tumore alla prostata, che lui aveva ribattezzato “Putin”, su un corpo già segnato dal dolore per ciò che di peggiore può accadere a un genitore: sopravvivere ai propri figli. Sam aveva 22 anni quando, nel 2019, morì in un incidente in moto.
Dopo aver servito nelle Guardie Scozzesi e concluso una carriera trentennale al Six, Younger aveva lavorato nei Balcani durante le guerre in Jugoslavia, poi a Vienna, Dubai e Afghanistan. A Londra era stato capo del reparto antiterrorismo, delle operazioni e poi vicedirettore, prima di assumere la guida del Servizio in un periodo segnato dalla Brexit e da una Russia più aggressiva tanto da tentare di avvelenare su suolo britannico Sergej Skripal, un ex spia sovietica passata dalla parte di Londra.
Sir Alex era un leader amato dai suoi, già una leggenda, e un partner rispettato all’estero. Tra le tante dimostrazioni di stima e affetto, anche quella del principe William, l’erede al trono, che ne ha lodato «integrità, coraggio e impegno incrollabile nella protezione» del Paese e «e della sua gente».
Prima di lasciare l’incarico di C, aveva scelto di tornare all’Università di St. Andrews, la sua alma mater. Era il 2018. L’intelligenza artificiale era già molto efficace in compiti specifici, ma ancora lontana da forme avanzate o conversazionali come quelle odierne. In quel contesto, in un discorso pubblico rarissimo per un capo del SIS, Younger aveva parlato delle minacce ibride, della «quarta generazione di spionaggio» e della crescente integrazione tra capacità umane e tecnologiche: «Anche nell’era dell’intelligenza artificiale, l’intelligenza umana rimane indispensabile; anzi, in un mondo sempre più complesso, assumerà un’importanza ancora maggiore». La traduzione di artificial intelligence e human intelligence rischia qui di far perdere parte dell’ambiguità del suo intervento, che riguardava tanto lo spionaggio quanto la società nel suo insieme.
Quei due interventi pubblici hanno indicato una direzione per il Service nell’ultimo decennio. Una linea inaugurata dal predecessore, Sir John Sawers, e poi seguita, se non incarnata, dai successori. Sir Richard ha ereditato e rafforzato la spinta verso una maggiore apertura del Servizio, sia sul piano della comunicazione pubblica sia su quello del reclutamento, fondamentale oggi anche in un’organizzazione tradizionalmente votata alla discrezione. In un’occasione, il Servizio ha anche inviato alla BBC Radio due funzionari, uno nero e uno asiatico, per contribuire a scardinare gli stereotipi legati all’immaginario di James Bond. «Lavorare per MI6 può essere più eccitante di un film di James Bond», ha spiegato uno di loro, raccontando di aver visto cose «che lasciano a bocca aperta», «ben oltre quelle che si vedono nei film di spionaggio». Blaise Metreweli, invece, nominata a ottobre prima donna alla guida del Servizio, nel suo primo discorso pubblico ha scelto di parlare di human agency e del ruolo dei valori nella legittimazione dell’azione dell’intelligence.
Dopo aver lasciato il Servizio, Sir Alex ha unito il lavoro da consulente per aziende e think tank e all’impegno per la promozione della cultura della sicurezza. Era convinto che per affrontare le minacce esterne, incluse le campagne ibride, sia necessario creare resilienza. Come aveva spiegato al Financial Times nell’ultima intervista da C: «Non sono stati i russi a creare ciò che ci divide: siamo stati noi a farlo. Loro sono abili, anche se in modo piuttosto grossolano, nell’esacerbare le divisioni, e noi dovremmo impedirlo».
All’inizio dell’anno scorso era stato ascoltato dalla commissione Difesa della Camera dei Comuni nell’ambito dell’indagine “Defence in the Grey Zone”. «La realtà è che la nostra superficie d’attacco è molto più ampia rispetto a quella degli Stati autocratici», aveva spiegato. «In quanto democrazie, prendiamo decisioni in modo aperto e trasparente, e questo ci rende vulnerabili alla manipolazione da parte di avversari maligni». E ancora: «Dobbiamo organizzarci per resistere a queste minacce, ma senza cadere nella fallacia autocratica. La rigidità che vediamo nei regimi autocratici – le parate, i ranghi ordinati – è una debolezza intrinseca, non un segno di resilienza».
Era convinto che le democrazie, pur fragili, fossero più forti delle autocrazie: «Le autocrazie godono di alcuni vantaggi nel breve termine, come la capacità di pianificare a lungo periodo e di agire rapidamente, senza vincoli legali o morali. Tuttavia, sono fondamentalmente fragili, perché mancano di un meccanismo per il trasferimento pacifico del potere».
Poche settimane più tardi era ospite del programma Newsnight della BBC, dove dava l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza con cui guardava, capiva, spiegava e provava a proteggere il mondo. Parlava di «una nuova era in cui le relazioni internazionali non saranno più determinate da regole e istituzioni multilaterali, ma da uomini forti e accordi». «Penso alla Conferenza di Yalta del 1945, quando tre leader delle grandi potenze decisero il destino dei paesi più piccoli. Questa è la mentalità di Donald Trump. Sicuramente è quella di [Vladimir] Putin. Ed è la mentalità di Xi Jinping. Non è quella dell’Europa». E ancora: «Stiamo assistendo a una discussione sulle sfere di influenza. E temo che gli unici a non essersene ancora resi conto siamo noi, in Europa. Per questo non si tratta più di soft power o valori, ma di hard power».
Il tutto detto con quella calma e chiarezza di cui oggi si sente già la mancanza. Come quando, a una lunga domanda di Cipher Brief sul caos globale, aveva risposto semplicemente: «Penso che sia normale», lasciando l’intervistatrice sorpresa. Poi una pausa, quindi la spiegazione: «La nostra generazione è cresciuta in un’epoca insolita, quasi un’anomalia, in cui gli Stati Uniti erano una potenza unipolare con la capacità e la volontà di sostenere il sistema internazionale che avevano contribuito a creare». Oggi tutto è cambiato, ma per chi ha vissuto prima di quell’epoca, questo nuovo ordine sarebbe stato in realtà più «familiare».
Amava l’Italia. Si era sposato con la moglie Sarah a Borgo a Mozzano, in provincia di Lucca, vicino alla villa dei suoceri. Sull’Independent resta traccia del loro matrimonio. Era il 1994 e Younger veniva presentato semplicemente come civil servant. «Ma nonostante le pratiche burocratiche, sposarci in Italia è stato meglio di quanto avremmo mai potuto immaginare», scriveva. «Anche se il sindaco fosse stato ubriaco e io avessi dimenticato l’anello, la location e la cerimonia avrebbero compensato tutto».
In un ritratto pubblicato dal Times emerge anche un dettaglio privato che restituisce bene il contrasto tra la sua professione e la vita familiare. La moglie, figlia dei celebri architetti Michael e Patty Hopkins e dirigente nel mondo delle istituzioni culturali (tra Tate, National Gallery e Royal Opera House), rimase sorpresa dal fatto che Younger non avesse mai detto alla madre di essere una spia. Quando alla fine glielo rivelò, la risposta fu disarmante: «Yes, darling, so was I», «Sì, caro, anche io lo sono stata».