Da qualche giorno la patrimoniale è di nuovo al centro del dibattito. La segretaria del Partito democratico ne ha riaperto il dossier, immaginandola sui grandissimi patrimoni e coordinata a livello europeo; più a sinistra, una proposta di legge di iniziativa popolare chiede un prelievo dall’uno al tre e mezzo per cento sui patrimoni oltre i due milioni di euro, prima casa esclusa. Dalla maggioranza la risposta è arrivata in poche ore e sempre uguale: «vogliono mettere le mani nelle tasche degli italiani». Due slogan speculari, e in mezzo il vuoto.
Ed è tutto qui. La patrimoniale, così com’è agitata, è una misura che lavora sul sentimento più che sul gettito. Una parte dei grandi patrimoni è immobilizzata – immobili, partecipazioni, beni non liquidi – e un’imposta sul valore costringerebbe molti a smobilizzare per pagarla, con effetti distorsivi sul mercato e un incasso reale assai più modesto del clamore che la circonda. Ma il danno più sottile è un altro: brandita come bandiera, la patrimoniale consegna al governo l’arma perfetta. Quella del «partito delle tasse». E così copre il dato che la maggioranza non racconta volentieri: nel corso di questa legislatura la pressione fiscale ha toccato il 43,1 per cento del Pil, il livello più alto dal 2014. Era stata promessa la riduzione delle tasse. È arrivato il record.
Perché il punto vero non è chi pagherebbe troppo poco in un’imposta che non esiste. È che tassiamo male il reddito che esiste già. Il fisco italiano tratta in modo diverso redditi di pari ammontare: chi lavora paga l’imposta progressiva, chi rientra nella flat tax delle partite Iva paga un’aliquota fissa e più bassa. Due persone che guadagnano la stessa cifra versano somme diverse a seconda della casella in cui finiscono. È un’asimmetria orizzontale che viola il principio più semplice della giustizia fiscale – a parità di capacità contributiva, parità di prelievo – e che produce un secondo effetto perverso: la soglia oltre la quale il regime agevolato scade scoraggia la crescita. In un Paese di imprese troppo piccole, in un momento che impone maggiori dimensioni d’impresa, finiamo per premiare chi resta minuscolo.
Lo paga il dipendente che, a parità di reddito col vicino di scrivania diventato partita Ivs, versa di più. Lo paga il professionista onesto che concorre con chi sta sottosoglia per scelta fiscale e non produttiva. Lo paga l’impresa che non cresce per non perdere il vantaggio. E lo pagano, alla fine, i servizi: perché ogni distorsione che lascia sfuggire gettito è una corsia d’ospedale in meno, un asilo che non apre, una pensione che non sale.
C’è una terza via tra la patrimoniale-simbolo e lo slogan del «mai più tasse» che nasconde il 43,1 per cento. Si chiama riforma fiscale, ed è esattamente ciò che il Pnrr chiedeva e che questa legislatura non ha realizzato: la delega è passata, ma la sostanza – il riequilibrio strutturale del prelievo – si è dissolta in piccoli aggiustamenti, lasciando intatte le asimmetrie. Una riforma seria tassa il reddito nel momento in cui si forma, evitando di trattare le rendite con aliquote proporzionali e il lavoro con la progressività; riconduce a unità ciò che oggi è frammentato; restituisce verità al principio della capacità contributiva. E ha un alleato che la patrimoniale non avrà mai: la lotta all’evasione. Gli strumenti d’indagine di cui oggi disponiamo – fatturazione elettronica, tracciabilità, incrocio delle banche dati – permettono di aggredire un sommerso che vale ancora tra i novantotto e i centodue miliardi di euro, di cui oltre trentacinque miliardi annui concentrati nell’Irpef di autonomi e imprese individuali, dove la propensione all’evasione resta particolarmente elevata. Lì c’è il gettito. Non in una nuova imposta sugli umori.
Ed è qui che il fisco smette di essere una questione tecnica. Un prelievo ingiusto non perde solo entrate: disincentiva la crescita, mette l’onesto in concorrenza col protetto, e affama le riforme che dovrebbe finanziare. Welfare, lavoro, sanità, crescita: non sono capitoli separati, e nemmeno il fisco lo è. Tassare bene è la condizione perché il resto regga. Tutto si tiene, o niente regge.
La patrimoniale fa sentire qualcuno più giusto per una stagione. Una riforma fiscale ben congegnata fa funzionare un Paese per una generazione. Non è la stessa cosa – e non è nemmeno vicina.