False alternativeIl vannaccismo è l’autobiografia della Seconda Repubblica

Gli ammiratori di Trump sono una minaccia ben più grave dei nostalgici del Duce, ma nove volte su dieci si tratta delle stesse persone, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

Come al solito, il dibattito sull’ultima novità della politica italiana, il generale Roberto Vannacci, divide commentatori e opinione pubblica in tre gruppi: quelli che lo demonizzano, quelli che lo esaltano e quelli che se la prendono con chi lo demonizza dicendo che così in realtà gli fa un favore (terzo gruppo in cui in realtà si mescolano tanto gli avversari del generale, sinceramente convinti della tesi, quanto i suoi sostenitori, che la usano per irridere gli avversari dandosi arie da osservatori indipendenti).

Chi dice che è un dibattito noiosissimo e stupido, come faceva ieri sera Massimo Cacciari a Otto e mezzo e fa oggi Guia Soncini su Linkiesta, ha dunque ragione e torto allo stesso tempo. Ha ragione perché è proprio così, è un dibattito assurdo e controproducente che si ripete tale e quale da oltre trent’anni, cioè dal giorno in cui il referendum maggioritario aprì la strada a Silvio Berlusconi.

Ha torto perché, come dimostra proprio il caso Berlusconi, lo stesso meta-dibattito sull’utilità o meno del parlare di Berlusconi fa da sempre parte di questa discussione, fino alla sua espressione più estrema, rappresentata da Walter Veltroni che nella campagna elettorale del 2008 si riferiva al Cavaliere esclusivamente con la farraginosa circonlocuzione del «principale esponente dello schieramento a noi avverso» (lo so, avevate rimosso, e mi scuso con il vostro inconscio: in fondo stava solo cercando di farvi del bene).

Soncini se la prende in particolare con tutta la polemica attorno a “Più libri più liberi” e alla sua scelta di mettere tra gli impegni da sottoscrivere al momento di acquistare uno stand anche una generica dichiarazione di condivisione dei valori antifascisti della Costituzione (per i dettagli, ne ho parlato qui ieri): «Meno rilevanti del fascismo e dell’antifascismo ci sono solo le fiere di libri, un’altra nicchia che interessa solo a gente priva di vita interiore e pure di vita esteriore, e potevano i social in questi giorni essere monopolizzati da altro che dall’intersezione tra queste due psicosi, il fascismo e le fiere di libri? Non potevano, perché se c’è una scemenza nascosta in un angolo i social si precipiteranno a scovarla e renderla centrale nelle loro vuote giornate, e quindi eccoli lì, politici adeguati ai social, intellettuali adeguati ai social, dibattito al ribasso che parla solo e sempre di cose di cui non importa a nessuno se non ai dibattenti». Tutto vero, ma per le ragioni di cui sopra anche falso, e comunque nel 1993 non c’erano i social, e c’era già questo stesso dibattito, tale e quale.

Su Linkiesta si occupa dell’argomento anche Mario Lavia, che davanti al fenomeno Vannacci vede ripresentarsi addirittura l’antica alternativa tra la lettura di Benedetto Croce e quella di Piero Gobetti circa il fascismo «parentesi» o invece «autobiografia della nazione». Io direi, semmai, che è l’autobiografia della Seconda Repubblica. Peraltro ieri a Otto e Mezzo Cacciari chiamava in causa proprio Croce per stigmatizzare tutto il dibattito sul «patentino antifascista», secondo la definizione datane da Giorgia Meloni, scandendo con la consueta assertività: «Croce si rifiutava di firmare patentini!».

Ora, cosa avrebbe firmato o non firmato Croce nell’Italia di oggi, ovviamente, non possiamo saperlo. Quello che invece sappiamo con certezza è che non solo firmò, ma promosse, in risposta al manifesto degli intellettuali fascisti stilato da Giovanni Gentile, il manifesto degli intellettuali antifascisti. Giusto per ricordare i fatti, attorno ai quali poi ciascuno potrà continuare a tirare l’acqua al suo mulino: gli uni osservando che allora il fascismo c’era davvero, mica come oggi; gli altri rispondendo che vannacciani e meloniani di oggi avrebbero gridato alla censura anche allora, difendendo la libertà di espressione di Gentile dalle violente scomuniche del pensiero unico crociano.

Io mi limito a osservare che il problema non è il fascismo di ieri, ma il fascismo di oggi, attualissimo e in ottima salute in gran parte del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump. Ragion per cui gli ammiratori di Trump mi sembrerebbero una minaccia ben più pericolosa degli ammiratori di Mussolini, non fosse che nove volte su dieci si tratta proprio, e non per caso, delle stesse persone.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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