Costo opportunitàIl merito senza uguaglianza diventa il linguaggio più elegante del privilegio

La sostituzione del Bonus Cultura con la Carta Valore segna il passaggio da un sostegno fondato sulla cittadinanza a un beneficio legato alla performance scolastica e al percorso anagrafico

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Per secoli le società europee sono state organizzate secondo criteri rigidamente ereditari: il potere, il prestigio sociale e l’accesso alle cariche pubbliche dipendevano dal titolo. Quando la borghesia contestò il monopolio aristocratico sostenendo che le posizioni sociali dovessero essere attribuite sulla base del contributo effettivamente offerto alla società, pose le basi ideologiche delle moderne liberal-democrazie. Il merito appariva allora come uno strumento di emancipazione, capace di abbattere i privilegi della nascita.

Eppure oggi qualcosa sembra essersi incrinato. Ciò che un tempo appariva come una promessa di uguaglianza sembra essersi trasformato, almeno in parte, in un meccanismo di legittimazione delle disuguaglianze. Michael Sandel ha descritto questa trasformazione sostenendo che la meritocrazia contemporanea rischia di diventare «un trucco per l’autoconservazione delle élite». Una formulazione provocatoria, ma che coglie un punto essenziale: il problema potrebbe non essere il merito in sé, bensì il modo in cui viene utilizzato nella regolazione sociale.

Il termine merito ha almeno due significati. In un primo senso, ampio, coincide con la giustizia: quando affermiamo che una persona anziana merita assistenza o che un bambino merita cura, stiamo semplicemente dicendo che è giusto che ricevano determinate risorse. Esiste però anche una seconda accezione, più ristretta, nella quale il merito è associato alla prestazione individuale: talento, capacità, impegno, produttività, competenza. È il significato che emerge quando sosteniamo che un atleta merita la vittoria perché ha ottenuto la migliore prestazione.

Il problema nasce quando questa seconda concezione tende a occupare tutto lo spazio disponibile, fino a diventare il criterio dominante nella distribuzione delle risorse sociali. Se il merito coincide esclusivamente con la performance individuale, allora il riconoscimento di alcuni implica inevitabilmente il mancato riconoscimento di altri. In alcuni contesti questo ragionamento appare del tutto ragionevole. Nello sport, ad esempio, chi arriva ultimo non può aspettarsi lo stesso riconoscimento del primo.

Ma cosa accade se estendiamo questo criterio ad altre sfere della vita sociale? Dovremmo sostenere che chi ha adottato stili di vita considerati corretti meriti cure mediche migliori di chi ha fumato o abusato di sostanze? Oppure che una persona povera meriti meno assistenza pubblica perché non è riuscita a costruirsi una carriera di successo?

Secondo Michael Walzer, le società democratiche non sono caratterizzate da un unico bene da distribuire, ma da una pluralità di beni: ricchezza, istruzione, salute, prestigio politico, sicurezza, diritti civili. Ciascuno appartiene a una specifica sfera di giustizia e dovrebbe essere distribuito secondo criteri appropriati alla sua natura. L’errore consiste nel permettere che il possesso di un bene dominante garantisca automaticamente accesso a tutti gli altri. Una società nella quale il denaro consente di ottenere migliori cure sanitarie, maggiore influenza politica, migliori opportunità educative e maggiore prestigio sociale viola il principio dell’eguaglianza complessa.

Secondo Sandel, stiamo sostituendo i privilegi della nascita con quelli della ricchezza. Cambiano i criteri di legittimazione, ma la concentrazione del potere continua a riprodursi, trovando nel merito una nuova giustificazione. Questo non significa che talento e sforzo siano irrilevanti. Significa però che il successo è sempre il risultato di una combinazione di fattori individuali e circostanze esterne.

I dati Ocse mostrano che la mobilità sociale nelle società occidentali è molto più limitata di quanto comunemente si creda. In Italia sono necessarie mediamente cinque generazioni affinché i discendenti di una famiglia collocata nella fascia più povera raggiungano il reddito medio nazionale. Ciò significa che il punto di partenza continua a influenzare profondamente quello di arrivo. Se il successo dipendesse esclusivamente dal merito individuale, tali differenze dovrebbero ridursi molto più rapidamente.

Questa consapevolezza aiuta a comprendere perché il discorso meritocratico possa trasformarsi in ideologia. Quando si attribuisce il successo unicamente alle qualità personali, si tende a ignorare il peso delle condizioni strutturali. Allo stesso tempo, chi non riesce a emergere viene considerato unico responsabile della propria situazione. Se i vincitori sono convinti di aver meritato interamente il proprio successo, sviluppano facilmente un senso di superiorità morale; parallelamente, i perdenti sono indotti a interpretare il proprio insuccesso come una colpa personale. La meritocrazia contemporanea non genera soltanto disuguaglianze economiche, ma anche umiliazione e frustrazione sociale.

Frustrazione che aumenta proprio perché il merito, oggi, rischia di essere un inganno. Si moltiplicano i meritevoli non beneficiari: giovani laureati con il massimo dei voti, dottorandi e professionisti altamente qualificati che, pur avendo seguito tutte le regole del gioco meritocratico, si confrontano con precarietà, bassi salari e opportunità limitate. La promessa meritocratica perde così credibilità: non soltanto viviamo in una società divisa tra vincitori e vinti, ma sembriamo incapaci di selezionare i vincitori secondo i criteri che dichiariamo di valorizzare.

Una società democratica dovrebbe riconoscere che il merito è soltanto uno dei criteri della giustizia, non il criterio. Forse il problema del nostro tempo non è che il merito abbia sostituito la democrazia, ma che abbia smesso di essere uno strumento al servizio della democrazia. Quando corregge i privilegi, rafforza l’uguaglianza; quando li giustifica, diventa il nuovo linguaggio attraverso cui il potere riproduce sé stesso.

Queste riflessioni hanno una concreta applicazione nella Carta Valore, introdotta dal governo in sostituzione del Bonus Cultura. Il contributo previsto da Matteo Renzi assegnava 500 euro a tutti i giovani maggiorenni. La nuova misura mantiene una soglia teorica di 500 euro, ma modifica radicalmente i criteri di accesso. Il primo elemento innovativo è il collegamento diretto tra importo erogato e voto di maturità: il contributo massimo spetta soltanto a chi consegue il punteggio più alto, diminuendo progressivamente al diminuire del voto. Il secondo è l’introduzione di un requisito anagrafico più restrittivo: il beneficio è riservato a chi consegue il diploma entro l’anno del compimento dei diciannove anni.

Il beneficio non viene più attribuito in quanto giovane cittadino, ma in quanto soggetto che ha dimostrato determinate caratteristiche performative. Il destinatario ideale diventa così lo studente che abbia completato il proprio percorso senza interruzioni, senza ritardi e con risultati eccellenti. In sostanza, la Carta Valore si configura come una carta dell’eccellenza.

Ma qual è la finalità? Premiare chi già possiede gli strumenti per avere successo oppure favorire l’accesso alla cultura di chi ne è maggiormente distante? Chi avrebbe maggiore bisogno di essere incoraggiato nell’acquisto di libri, nell’ingresso a teatro o nella visita di musei: lo studente che ha ottenuto 100 e lode oppure il ragazzo che ha incontrato maggiori difficoltà, magari ripetendo un anno e diplomandosi con il minimo dei voti?

Concentrando i criteri di accesso sulla performance scolastica, il rischio è quello di rafforzare dinamiche di riproduzione sociale già esistenti. Numerosi studi sociologici mostrano infatti come il rendimento scolastico sia fortemente influenzato dal contesto familiare. Le famiglie più istruite e abbienti dispongono generalmente di maggiori risorse economiche, culturali e relazionali da investire nell’educazione dei figli.

Quando si premiano esclusivamente i risultati senza interrogarsi sulle differenti opportunità che li hanno resi possibili, si rischia di trasformare il merito nella giustificazione delle disuguaglianze. In questi casi il merito non promuove più l’uguaglianza delle opportunità, ma diventa il meccanismo attraverso cui le élite tendono a riprodurre sé stesse, presentando come esclusivamente individuali risultati che sono spesso il prodotto di vantaggi familiari e sociali accumulati nel tempo.

Che fare, dunque? Di certo non possiamo buttare il bambino con l’acqua sporca. Se non si intende rinunciare al principio del merito, occorre ripensarlo alla luce delle condizioni concrete entro cui gli individui sviluppano le proprie capacità. Ciò significa adottare una nozione di merito che non si limiti a premiare il risultato finale, ma valorizzi anche il percorso compiuto, gli ostacoli affrontati e le difficoltà superate. Occorre ritrovare, in altre parole, lo spirito rivoluzionario e democratizzante del merito: una concezione nella quale il riconoscimento pubblico non venga attribuito esclusivamente a chi raggiunge l’eccellenza, ma anche a chi dimostra resilienza, determinazione e capacità di crescita nonostante condizioni iniziali svantaggiate.

Riprendendo il caso del contributo culturale, se l’obiettivo dell’intervento pubblico è promuovere l’accesso alla cultura e ampliare le opportunità formative dei giovani, il sostegno dovrebbe essere orientato prioritariamente verso coloro che, pur provenendo da contesti familiari, economici o sociali meno favorevoli, hanno comunque dimostrato il merito di completare con successo un ciclo di istruzione.

Il merito non verrebbe così identificato con la semplice eccellenza della prestazione, ma con la capacità di progredire, perseverare e cogliere le opportunità educative rese disponibili dalla collettività. Una simile interpretazione consentirebbe non di abbandonare il merito, ma di recuperarne la funzione originariamente inclusiva, come strumento di eguaglianza sostanziale delle opportunità.

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