EccessivitàLa guerra ai miliardari confonde la disuguaglianza con il fallimento sociale

Un Paese può diventare più diseguale e ridurre comunque la povertà. Per questo tassare o eliminare i miliardari non garantisce benefici automatici per gli altri

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Chiunque accusi la sinistra di egualitarismo viene subito rimproverato: «Accettiamo le differenze tra le persone, comprese quelle di reddito e di ricchezza. Crediamo semplicemente che non si debba permettere che tali differenze diventino troppo estreme». Questo sentimento riflette quello che probabilmente può essere descritto come un consenso prevalente nella società odierna: le differenze sono accettabili ma, quando sono troppo ampie, sono davvero inaccettabili. Tutto ciò è sintetizzato nel grido di battaglia «Basta miliardari», una richiesta sostenuta per la prima volta dal politico di sinistra Bernie Sanders negli Stati Uniti e diventata anche lo slogan distintivo di Die Linke, il Partito della Sinistra, in Germania.

L’economista Murray N. Rothbard ha utilizzato il seguente argomento contro l’egualitarismo nel suo saggio “L’egualitarismo come rivolta contro la natura”: «Ciò significa, ovviamente, che l’uguaglianza di tutti gli uomini – l’ideale egualitario – può essere raggiunta solo se tutti gli uomini sono esattamente uniformi, esattamente identici rispetto a tutte le loro caratteristiche. Il mondo egualitario sarebbe necessariamente un mondo da romanzo dell’orrore – un mondo di creature senza volto e identiche, prive di ogni individualità, varietà o creatività». In effetti, tali concezioni dell’uguaglianza non sono affatto nuove; semmai, gli autori dei romanzi utopici classici erano ossessionati dalla nozione di uguaglianza. In quasi ogni progetto di sistema utopico, la proprietà privata dei mezzi di produzione – e talvolta persino tutta la proprietà privata – viene abolita, così come qualsiasi distinzione tra ricchi e poveri.

Già nel 1517, nel romanzo “Utopia” dell’inglese Thomas More, si afferma: «Mi convinco quindi pienamente che non si possa realizzare alcuna distribuzione equa e giusta delle cose, né che la ricchezza perfetta possa mai esistere tra gli uomini, a meno che questa proprietà non venga esiliata e bandita. Ma finché essa continuerà, tanto a lungo rimarrà, tra la maggior parte e tra la parte migliore degli uomini, il pesante e inevitabile fardello della povertà e della miseria».

Nel romanzo del 1602 del filosofo Tommaso Campanella, “La città del Sole”, quasi tutti gli abitanti della città, sia uomini sia donne, indossano gli stessi abiti. Nella descrizione utopica di Johann Valentin Andreae della “Repubblica di Christianopolis” ci sono soltanto due tipi di abbigliamento: «Hanno solo due completi di vestiti, uno per il lavoro e uno per le festività, e per tutte le classi sono fatti allo stesso modo. Il sesso e l’età si distinguono dalla forma dell’abito. Il tessuto è di lino o di lana, rispettivamente per l’estate o l’inverno, e il colore per tutti è bianco o grigio cenere; nessuno possiede capi eleganti o su misura». Anche l’architettura delle case è del tutto uniforme in molti romanzi utopici.

L’immagine speculare di tali utopie è rappresentata dalle distopie, come “Harrison Bergeron” di Kurt Vonnegut. In questo racconto breve, pubblicato nel 1961 e successivamente adattato in un lungometraggio, un governo impone la completa uguaglianza tra tutti gli individui per impedire a chiunque di sentirsi superiore. Chiunque abbia un QI elevato è costretto a indossare fastidiosi dispositivi auricolari; i belli sono mascherati e i forti sono appesantiti da zavorre.

Qualsiasi accenno di talento individuale o di superiorità è visto come una minaccia all’ordine sociale, mentre lo Stato controlla da vicino i propri cittadini e punisce qualsiasi deviazione dall’uguaglianza. Harrison Bergeron, un adolescente dal talento eccezionale, si ribella contro questo sistema. Quasi nessuno di coloro che deplorano l’«ingiustizia sociale» sosterrebbe oggi quel tipo di egualitarismo radicale, promosso in queste utopie o condannato in queste distopie.

Sebbene la maggior parte delle persone accetti che debbano esserci differenze di reddito, molti aggiungono che tali differenze non dovrebbero essere troppo estreme. Ma che cosa è troppo estremo e che cosa è accettabile? Molti critici della disuguaglianza sociale sottolineano che il divario di ricchezza si è ampliato negli ultimi decenni: per esempio, un manager oggi guadagna molto di più dei propri dipendenti rispetto al passato.

Il divario del passato era dunque della giusta entità? Difficilmente, perché molte delle persone che oggi si lamentano dell’eccessiva disuguaglianza erano altrettanto attente alle ingiustizie del passato, alle quali ora amano fare riferimento. I bei vecchi tempi sono belli soltanto oggi; in passato erano considerati altrettanto ingiusti agli occhi dei contemporanei.

La promozione dell’uguaglianza totale è stata sostituita dalla protesta contro la disuguaglianza eccessiva. Prendiamo le richieste popolari di un Paese nel quale non dovrebbero esserci miliardari. Secondo la lista Forbes dei miliardari del mondo, simili Paesi esistono già: i Paesi africani più poveri, la Corea del Nord e Cuba. Al contrario, Paesi come la Svizzera e la Svezia vantano un numero sproporzionatamente alto di miliardari. La Svezia ha persino un rapporto di miliardari pro capite più alto di quello degli Stati Uniti. Non si può fare a meno di chiedersi se le persone a Cuba e in Corea del Nord siano più felici di quelle che vivono in Svizzera e in Svezia.

Storicamente, il calo della povertà è sempre stato accompagnato da un aumento del numero di miliardari. Sotto Mao Zedong, in Cina non c’erano miliardari, ma l’88 per cento della popolazione cinese viveva in condizioni di estrema povertà. Oggi in Cina ci sono più miliardari che in qualsiasi altro Paese al mondo, a eccezione degli Stati Uniti. La causa della diminuzione, a meno dell’1 per cento, del numero di cinesi che vivono in condizioni di estrema povertà è la stessa che ha determinato l’aumento del numero di miliardari: la crescita economica. Chiunque accetti l’argomentazione secondo cui la disuguaglianza sociale non dovrebbe essere respinta di per sé, ma non dovrebbe essere permessa quando diventa eccessiva, deve spiegare chi decide che cosa costituisca una disuguaglianza eccessiva.

Spesso “eccessivo” inizia appena al di sopra di ciò che si possiede: i miliardari sono una spina nel fianco del multimilionario Sanders. Per il filosofo e professore universitario Christian Neuhäuser, che nel suo libro “Reichtum als moralisches Problem” (“La ricchezza come problema morale”) chiede che la ricchezza venga bandita, “eccessivo” inizia appena al di sopra dello stipendio di un professore universitario.

Né Neuhäuser né Sanders chiedono che tutti siano resi uguali; ciò a cui si oppongono è la ricchezza eccessiva. Ecco perché, nel mio romanzo distopico “2075: quando la bellezza divenne un crimine”, non ho fatto sì che il radicale Movimento per la giustizia ottica, noto anche come MOVE, chiedesse che tutti fossero resi uguali nell’aspetto.

Questo movimento è contrario alla minoranza di donne eccessivamente belle, che beneficiano maggiormente del bonus di bellezza e vengono quindi bollate come bellezze privilegiate. Tutte le donne di età compresa tra i 15 e i 40 anni si sottopongono a scansioni annuali, durante le quali l’intelligenza artificiale confronta il loro aspetto con uno standard ideale di bellezza. Quelle ritenute in linea con tale standard al 95 per cento o più vengono etichettate come eccessivamente belle.

A differenza del famoso film “Uglies”, nel quale operazioni obbligatorie rendono tutti ugualmente belli, in “2075” soltanto le donne eccessivamente belle sono sottoposte a un intervento chirurgico forzato, noto come Terapia di ottimizzazione ottica, per farle conformare allo standard medio.

Ho scelto questo espediente narrativo perché l’essenza dell’invidia non consiste nell’elevare gli svantaggiati, ma nell’abbattere gli invidiati. Chi invidia non si preoccupa principalmente di migliorare la propria situazione, ma è perfettamente felice se, per esempio, i ricchi che invidia ci rimettono a causa della legislazione fiscale o dell’espropriazione oppure se – come nel mio romanzo “2075” – le donne straordinariamente belle vengono rese meno belle attraverso la chirurgia.

Naturalmente, prima o poi si sviluppa una sorta di dinamica, perché, una volta aboliti i miliardari, si accumula risentimento nei confronti di persone che non sono miliardarie, ma possiedono comunque qualche centinaio di milioni di dollari. Tuttavia, gli egualitari moderni non sono generalmente interessati all’uguaglianza assoluta – e quindi tutte le argomentazioni contro di essa sono futili.

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