Emergenza sanitariaL’Unione europea deve guidare la salute globale con una vera strategia politica

Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti nell’Oms costringe Bruxelles a decidere se restare spettatrice o assumere una funzione guida. Per l’eurodeputata Tilly Metz, la credibilità europea passa dalla capacità di investire in prevenzione, benessere psicologico e sistemi sanitari più solidi

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La salute è tornata a essere un terreno di confronto geopolitico. Il ridimensionamento dell’impegno degli Stati Uniti nell’Organizzazione mondiale della sanità apre un vuoto che l’Europa è chiamata a colmare, non soltanto sul piano finanziario, ma anche su quello politico. È da questa convinzione che muove Tilly Metz, eurodeputata lussemburghese dei Verdi e vicepresidente della commissione Salute pubblica (Sant) del Parlamento europeo, rientrata dalla missione della delegazione parlamentare alla 79ª Assemblea mondiale della sanità di Ginevra.

«L’Oms sta affrontando sfide enormi dopo il ritiro dei finanziamenti degli Stati Uniti. Sta cercando di riorganizzarsi e di concentrarsi sulle sue priorità fondamentali. Proprio per questo, è importante che l’Unione europea assuma un ruolo di leadership ancora più forte nella salute globale», spiega Metz. «Dobbiamo mantenere vivo il multilateralismo anche nel settore della salute pubblica.»

La missione della commissione Sant si è svolta in un momento particolarmente delicato. Dopo gli anni della pandemia, la salute è entrata stabilmente nell’agenda politica europea: il Parlamento ha trasformato la commissione in una commissione permanente, riconoscendo che le politiche sanitarie non possono più essere considerate una materia esclusivamente tecnica o nazionale.

Allo stesso tempo, però, la nuova legislatura si è aperta con altre priorità – competitività, difesa, sicurezza economica e autonomia strategica – e il rischio è che la costruzione di una vera Unione europea della salute perda slancio, proprio mentre i sistemi sanitari del continente mostrano fragilità sempre più evidenti.

Per Metz, il cambio di paradigma è proprio questo: passare da una politica che rincorre le emergenze a una politica della prevenzione. È un approccio che lega salute mentale, lavoro, trasformazione digitale e sostenibilità dei sistemi sanitari. La salute mentale rappresenta, secondo l’eurodeputata, l’urgenza più sottovalutata. «Siamo nel pieno di una crisi della salute mentale. È urgente affrontarla e dobbiamo essere molto più ambiziosi», afferma.

I numeri restituiscono la portata del fenomeno: un europeo su sei ha sperimentato problemi di salute mentale e, tra i giovani tra i 18 e i 34 anni, il 64 per cento è a rischio di depressione, complice un mix di precarietà lavorativa, incertezza economica e isolamento sociale. «Dobbiamo tenere conto della salute mentale in tutte le politiche europee», sostiene Metz. Per l’eurodeputata, il benessere psicologico non dipende soltanto dall’accesso alle cure, ma anche dalle condizioni di lavoro, dalle disuguaglianze, dalla solitudine, dalla crisi climatica e dall’insicurezza economica. È questa la ragione per cui Metz chiede una strategia europea sulla salute mentale fondata sulla prevenzione e su un approccio trasversale. «Non esiste salute senza salute mentale», sintetizza.

Tra i fattori che stanno modificando più rapidamente il benessere psicologico delle nuove generazioni c’è anche l’impatto delle tecnologie digitali. È proprio su questo fronte che Bruxelles è chiamata a intervenire. Sul dibattito relativo ai limiti d’età per l’accesso ai social network, Metz invita però a evitare scorciatoie. «Discuterne è importante, ma non è la soluzione miracolosa». Più che introdurre divieti, osserva, serve educare bambini e adolescenti a un uso consapevole delle piattaforme digitali, coinvolgendo famiglie e scuole.

Anche il lavoro è diventato un determinante della salute. «L’attuale quadro normativo europeo non è sufficiente per affrontare i rischi psicosociali», afferma Metz, che sta lavorando a una relazione parlamentare sul tema. Oggi il 45 per cento dei lavoratori europei è esposto a fattori di rischio psicosociale e lo stress lavoro-correlato rappresenta il secondo problema di salute più diffuso dopo i disturbi muscolo-scheletrici.

Se non affrontati, osserva, depressione e stress legati al lavoro costano all’Unione 600 miliardi di euro l’anno, tra perdita di produttività, spesa sanitaria e costi sociali. Da qui, la richiesta di standard minimi vincolanti e di un rafforzamento del diritto alla disconnessione. La stessa logica vale per la crisi del personale sanitario. «Abbiamo una grave crisi della forza lavoro sanitaria in tutta Europa», avverte l’eurodeputata. Nell’Unione mancano già 1,2 milioni di professionisti sanitari e il 35 per cento dei medici e il 25 per cento degli infermieri ha più di 55 anni.

Per Metz, il problema non riguarda soltanto gli stipendi, ma le condizioni di lavoro, la formazione, la violenza contro gli operatori e la difficoltà di trattenere il personale nei sistemi sanitari nazionali. Serve una risposta coordinata per contrastare il brain drain e rendere più attrattive le professioni sanitarie. Dalla governance globale dell’Oms alla salute mentale, fino alla carenza di personale sanitario, il messaggio di Metz è chiaro: la salute non può più essere affrontata come una successione di emergenze. Investire nella prevenzione significa rafforzare i sistemi sanitari europei e, allo stesso tempo, ridefinire il ruolo dell’Unione sulla scena internazionale.

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