
Una volta che si è ribadito e confermato tutto quanto di peggio si può pensare e dire di Donald Trump, resta però un dato di fatto: a parole, a Gaza e per Gaza, i passi per la pacificazione li sta facendo il presidente statunitense. Il resto del mondo si indigna, ma colpevolmente latita, si occupa di altro, soprattutto di principi teorici di diritto internazionale. Tutti bravi a denunciare le violenze, tutti bravi, i giornalisti in prima fila, a ridicolizzare giustamente il Board of Peace e a prenderne le distanze, ma intanto l’Onu non fa nulla – tranne prendere atto che settanta suoi funzionari dell’Unrwa erano militanti di Hamas e quindi licenziarli –, l’Unione europea non fa nulla, tranne storcere il naso, e men che nulla fanno i tanti paesi come la Spagna di Pedro Sánchez o la Francia di Emmanuel Macron che, dopo aver riconosciuto lo Stato di Palestina, si sono totalmente disinteressati di Gaza e del suo disastro umanitario.
Ora, nascosta tra le notizie minori, è arrivata una svolta potenzialmente clamorosa: Hamas ha dichiarato di avere rinunciato a esercitare il potere amministrativo e politico a Gaza ed è pronta a consegnare il governo della Striscia al Ncag, il National Committee for the Administration of Gaza, cioè alla struttura indicata dal Board of Peace e riconosciuta dall’Onu.
Il significato di questa scelta è essenzialmente politico, perché le cose a Gaza cambieranno solo e unicamente quando Hamas accetterà di subire il proprio disarmo – e non l’ha ancora accettato. Ma è altrettanto ovvio che questo significato politico è enorme e che segnala un grande passo avanti nella trattativa. Hamas, infatti, non solo ha rinunciato a esercitare un governo palestinese che esercitava dal 2007, ma soprattutto ha riconosciuto come legittimo il governo sui palestinesi esercitato dal Board of Peace.
Non solo: c’è anche un’altra notizia seminascosta che è anch’essa di enorme rilievo: da due settimane sono giunti in Israele alcuni ufficiali e militari dal Marocco che stanno preparando l’arrivo di un contingente del proprio paese che prenda il controllo delle zone occupate da Hamas. Di nuovo, un primo passo, all’apparenza piccolo, ma dall’enorme significato: un paese arabo, da decenni, peraltro, alleato sottobanco di Israele e, dal 2021, dopo la sua sottoscrizione degli Accordi di Abramo, alleato formale, si sta preparando ad affiancare l’esercito israeliano per disarmare Hamas. Non sarà cosa né rapida né semplice né facile, ma anche questo è un segnale chiaro del fatto che la trattativa è in corso. E intanto tutti gli altri, pieni di indignazione, stanno a guardare.