
Nonostante i consumi di gin siano ancora molto alti in Italia e nel mondo, c’è chi arriva sul mercato rilanciando una modalità di servizio e inserendo un nuovo perfect serve. La prospettiva corretta con cui analizzare il mercato oggi deve essere retroattiva, il gin è stata infatti una delle categoria di distillati con la crescita più significativa degli ultimi quindici anni, trainata dalla cosiddetta ginaissance, ovvero la nascita di un numero cospicuo di prodotti artigianali e premium. Non solo continua a essere uno degli spiriti più importanti nel settore miscelazione ma in mercato come quello italiano, resta una categoria forte e resistente alla crisi degli ultimi tempi.
La sua versatilità, la sua facilità di consumo, il forte marketing e la annessa pubblicità che hanno accompagnato il lancio di tante nuove etichette ne fanno un prodotto particolarmente fruibile anche da chi non è un intenditore. Forse anche per questo motivo, si è perso un po’ l’interesse verso un drink come il gin tonic, apparentemente banale ma come tutte le ricette più semplici, con una grandissima capacità di personalizzazione.
Il successo del Gin Tonic non si misura soltanto nella diffusione del gin. Oggi è stabilmente tra i cocktail più ordinati nei locali italiani (al quarto posto secondo le ricerche di CGA by NIQ) e continua a conquistare consumatori grazie alla sua capacità di reinventarsi attraverso garnish, servizio e storytelling. È in questo scenario che si inserisce Berjamór, il nuovo perfect serve di Martin Miller’s Gin.
Prima di scoprirne il significato, ci siamo chiesti che cos’è il perfect serve? In miscelazione si intende la modalità di servizio studiata per esaltare al meglio un distillato, attraverso la scelta di ingredienti, proporzioni, bicchiere, temperature, ghiaccio e garnish. Oggi rappresenta anche uno strumento di racconto e approfondimento – se vogliamo anche di avvicinamento alla vendita se fatto pre-consumo – capace di tradurre l’identità di un brand in un’esperienza di degustazione.
Martin Miller’s Gin viene distillato in Inghilterra, ma tagliato – ovvero portato alla sua gradazione finale – con acqua di sorgente islandese proveniente dalla zona di Borgarnes, sulla costa occidentale dell’isola. Il fondatore, Martin Miller, ha giustamente pensato che poiché il gin è composto per circa il sessanta per cento da acqua, la sua qualità e tipologia siano determinanti per conferire setosità al palato. Con il calore l’acqua accumulatasi nei ghiacci profondi si scioglie e viene filtrata da rocce vulcaniche subendo un processo di demineralizzazione naturale, facendone una delle più pure al mondo. Anche la limpidezza di gusto, dove si sentono nitido ginepro, limone, arancia e agrumi, è facilitata dalla morbidezza dell’acqua.
Come nobilitare quindi la realizzazione e pertanto il consumo di una bevanda come il gin tonic? Nella lingua islandese, berjamór deriva dall’unione di ber (bacca) e mór (brughiera) e richiama il rituale del berry picking. La raccolta dei frutti di bosco è una tradizione fortemente radicata in Islanda. Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, generalmente tra agosto e settembre, molte famiglie escono nelle brughiere e nelle aree montane per raccogliere bacche selvatiche, come mirtilli neri, rossi e una specifica bacca nota come crowberry.
Perché non riprendere questo fil rouge di identità e produzione anche nella modalità di servizio verso il cliente? Il perfect serve prevede quindi che il servizio di un Martin Millers’s Tonic avvenga accompagnato con uno stecchino brandizzato infilzato di tre mirtilli freschi, così da evocare la raccolta e il legame con il territorio nordico.
Capite bene quindi come un drink oltremodo noto, che non ha bisogno di essere raccontato e non necessita di escamotage particolari per essere venduto, in realtà può sempre suscitare un interesse nuovo e maggiore verso tanti utenti. Il segreto riguarda la capacità di trasformare ogni bevuta in un’esperienza di viaggio, di persone, di storie e narrazioni.
Courtesy cover photo grapevine.it

