Dall’India al MediterraneoL’Imec è sempre più una rete, la sfida per Gerusalemme è restarne il centro

«Non è più soltanto un corridoio commerciale», spiega a Linkiesta il diplomatico Deek, capo dell’ufficio Sud Europa al ministero degli Esteri israeliano. Il progetto nasceva per accompagnare la normalizzazione del Medio Oriente, ma oggi viene ripensato per convivere con un contesto di instabilità permanente

AP/LaPresse

Gerusalemme (Israele). Il corridoio tra India, Medio Oriente ed Europa (Imec) «non è più soltanto un corridoio commerciale, per molti aspetti è già una rete». A dirlo è George Deek, capo dell’ufficio Sud Europa al ministero degli Esteri di Israele e da alcune settimane anche inviato speciale per i cristiani nel mondo. Una definizione che sintetizza meglio di qualsiasi analisi l’evoluzione del progetto lanciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023. Non è un semplice cambio di lessico. È il riconoscimento che il 7 ottobre e la successiva guerra regionale hanno cambiato la natura stessa dell’iniziativa.

Quando India, Stati Uniti, Unione europea, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Israele presentarono l’Imec, il presupposto politico era chiaro. Gli Accordi di Abramo avevano aperto una stagione di cooperazione regionale e la normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita sembrava il tassello mancante per consolidare una nuova architettura economica tra Indo-Pacifico e Mediterraneo. Riad, più ancora di Israele, era il vero perno politico del progetto. L’Imec nasceva così come un corridoio lineare: India, Golfo, Israele, Europa. Un’infrastruttura destinata ad accorciare tempi e costi del commercio, ma soprattutto a trasformare la normalizzazione politica in integrazione economica.

Poi è arrivato il 7 ottobre.

La guerra a Gaza, gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso, il confronto con Hezbollah e infine l’escalation con l’Iran hanno riportato il Medio Oriente dentro una logica di conflitto permanente. Le infrastrutture non sono più soltanto strumenti economici, ma potenziali bersagli e strumenti di pressione geopolitica. È in questo contesto che anche l’Imec ha iniziato a cambiare.

Già prima della guerra tra Israele e Iran, un’analisi dell’European Council on Foreign Relations, firmata dal ricercatore Alberto Rizzi, sosteneva che il valore del progetto fosse soprattutto geoeconomico: costruire una rete di interdipendenze tra Unione europea e India in un sistema internazionale sempre più frammentato, rafforzando un partenariato destinato ad andare ben oltre il commercio.

L’escalation regionale ha però imposto una seconda riflessione. In un’analisi successiva alla fase di guerra regionale pubblicata dallo stesso think tank paneuropeo, Cinzia Bianco e Arturo Varvelli osservavano come un corridoio concepito per un Medio Oriente in normalizzazione debba oggi essere ripensato per una regione in cui gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, così come porti, ferrovie e infrastrutture energetiche, sono diventati elementi della competizione strategica. È proprio qui che il termine «rete» assume un significato diverso. Per Israele non si tratta soltanto di moltiplicare le rotte commerciali, ma di allargare il perimetro stesso dell’Imec.

«Molti dei progetti che oggi rientrano nell’ombrello dell’Imec non sono più il corridoio commerciale in senso stretto», spiega Deek. «Parliamo di connessioni digitali, sicurezza marittima, cybersicurezza, tecnologia». Il diplomatico israeliano fa l’esempio del sistema di cavi sottomarini Blue Raman, al quale partecipa anche l’italiana Sparkle. Il collegamento, destinato a unire l’Italia, Israele e l’India attraverso una nuova dorsale digitale, non trasporta merci ma dati. Eppure viene ormai considerato parte integrante dell’ecosistema Imec, al pari delle infrastrutture ferroviarie e portuali. Lo stesso vale per i programmi di cooperazione sulla sicurezza marittima nel Mediterraneo orientale e per il centro di eccellenza sulla cybersecurity marittima sviluppato insieme a Grecia e Cipro. In altre parole, Israele sta cercando di spostare il baricentro del progetto: meno dipendente da un unico asse logistico e più fondato su un insieme di connessioni fisiche, digitali e tecnologiche che continuino a fare del Paese un ponte tra Europa e Asia.

Questa trasformazione, tuttavia, non dipende soltanto da Gerusalemme. I partner europei stanno già esplorando direttrici complementari. La crescente attenzione al Middle Corridor attraverso il Caucaso e l’Asia centrale – confermata anche dalla recente missione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nella regione – risponde alla stessa esigenza: ridurre la dipendenza da singoli passaggi strategici e costruire una connettività più resiliente. Lo stesso principio vale sul versante europeo dell’Imec. La competizione tra Trieste e Marsiglia per diventare il principale terminale mediterraneo del corridoio dimostra come anche l’approdo europeo venga ormai immaginato in termini di rete, più che di punto d’arrivo unico. Per l’Italia è un’opportunità industriale e logistica, come ha spiegato Guido Crosetto, ministro della Difesa, in un articolo pubblicato lunedì su Linkiesta; per la Francia una naturale estensione del proprio sistema portuale. Per entrambe, la resilienza passa attraverso la pluralità delle opzioni.

Non sorprende, quindi, che anche un report dell’Atlantic Council, firmato da Afaq Hussain e Maisoon H. Kafafy, suggerisca oggi la necessità di trasformare l’Imec in un network of corridors, una rete di corridoi interconnessi capace di assorbire gli shock geopolitici senza interrompere i flussi commerciali, energetici e digitali.

Il paradosso, da Israele, è evidente. Il Paese continua a considerare l’Imec un progetto strategico e non intende rinunciarvi. Ma proprio la guerra che ne ha rafforzato la centralità geopolitica ha reso inevitabile una progressiva diversificazione delle rotte. La sfida, oggi, non è più preservare un corridoio immaginato per un Medio Oriente in normalizzazione. È fare in modo che, anche in una rete sempre più ampia e ridondante, Israele continui a rappresentarne uno dei nodi indispensabili.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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