
A ogni riunione sulla sicurezza occidentale si ripete lo stesso copione: Donald Trump, o chi per lui, accusa gli alleati di avere vissuto troppo a lungo sotto la protezione americana senza aver contribuito abbastanza. I leader europei promettono di aumentare la spesa per la difesa in rapporto al PIL, siglano contratti importanti, annunciano investimenti e il presidente degli Stati Uniti sembra per qualche ora compiaciuto. Poi al vertice successivo si ricomincia.
Ad Ankara sta accadendo lo stesso. Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha annunciato accordi industriali per almeno 50 miliardi di dollari. Saab dovrebbe negoziare la fornitura di fino a dieci GlobalEye, aerei radar destinati a sostituire una parte della vecchia flotta AWACS. Un gruppo di alleati europei punta ad acquistare fino a cinque droni Triton da sorveglianza marittima prodotti da Northrop Grumman. Lockheed Martin e Rheinmetall hanno firmato un memorandum per produrre missili ATACMS in Germania, portando fuori dagli Stati Uniti una capacità finora americana.
Trump ha risposto con la solita messinscena: ha rimproverato Francia, Germania, Italia e Regno Unito per il mancato sostegno alla guerra americana contro l’Iran, non ha escluso altri ritiri di truppe dall’Europa e ha riaperto la questione della Groenlandia. Nello stesso incontro ha fatto una importante concessione a Recep Tayyip Erdogan, promettendo di togliere le sanzioni imposte alla Turchia per l’acquisto dei sistemi russi S 400, lasciando aperta la porta al ritorno turco nel programma F 35.
La novità è che quasi nessuno, in Europa, finge più di considerare Trump un incidente passeggero. Il suo mandato scade tra quasi tre anni. È un tempo troppo lungo per aspettare, troppo breve per costruire una difesa europea pienamente autonoma. Quale NATO resterà se gli Stati Uniti continueranno a trattare l’Alleanza come un contratto rinegoziabile a ogni crisi?
Il futuro dell’Alleanza passa da una formula imperfetta, ma bisogna accontentarsi di questi tempi: meno dipendenza dall’America, senza perdere l’America. Quindi mantenere l’impianto NATO, con gli Stati Uniti dentro grazie alla deterrenza nucleare e a capacità militari che gli europei non possono sostituire in pochi anni, mentre Europa e Canada si assumono una quota crescente della difesa convenzionale del continente. Tradotto: più brigate europee pronte sul fianco orientale, più difesa aerea prodotta e schierata in Europa, più munizioni disponibili senza aspettare ogni volta gli arsenali americani. Gli Stati Uniti resterebbero il garante finale, con l’ombrello nucleare, l’intelligence strategica, parte del comando e alcune capacità ad alta tecnologia. Gli europei dovrebbero però reggere il primo urto, spostare forze, proteggere le retrovie, sostenere una guerra lunga.
È un impegno che può far guadagnare tempo in vista di un’autonomia strategica ancora incompleta. Sulla carta le risorse ci sarebbero. L’obiettivo del 5 per cento del PIL entro il 2035, deciso all’Aia, cambia la scala del problema: il 3,5 per cento per la difesa in senso stretto, l’1,5 per cento per infrastrutture, mobilità militare, resilienza e industria. La cifra è enorme. Ma i soldi non bastano se non si traducono anche in personale addestrato e catene produttive capaci di durare. L’industria ha bisogno di ordini lunghi, manodopera qualificata, materie prime, autorizzazioni più rapide.
L’esempio principale di questo problema è la Germania, che sotto il Cancelliere Merz sta cercando di diventare ciò che per molti anni ha evitato di essere: il perno militare convenzionale dell’Europa. Berlino punta a raggiungere il 3,5 per cento del PIL per la difesa in senso stretto entro il 2029, con largo anticipo sulla scadenza del 2035. Se manterrà il percorso, spenderà per le forze armate più di Francia e Regno Unito messi insieme. Ma la Bundeswehr fatica a reclutare.
La trasformazione di denaro pubblico in unità pronte richiede anni, e gli anni sono proprio la risorsa che i pianificatori NATO temono di non avere. Molti funzionari tedeschi e diversi comandi NATO ritengono che, dopo una riduzione dei combattimenti in Ucraina, la Russia possa ricostituire forze sufficienti per minacciare l’Alleanza nel giro di pochi anni. Alcuni osservatori dicono il 2029, la Polonia teme tempi ancora più stretti. Nessuno parla con certezza, perché molto dipende dall’esito della guerra e dallo stato reale dell’esercito russo.
Il test lituano ci dirà molto. A Pabradė, vicino al confine con la Bielorussia, i carri Leopard e i veicoli Puma della nuova 45esima brigata corazzata tedesca si sono addestrati per difendere Vilnius e il corridoio di Suwałki, il tratto di territorio tra Kaliningrad e la Bielorussia che tiene uniti gli Stati baltici al resto dell’Alleanza. La brigata non tornerà in Germania. Dovrebbe arrivare a circa cinquemila soldati entro la fine del 2027. È il primo dispiegamento permanente tedesco all’estero dalla fine della guerra fredda. Nella stessa zona un battaglione corazzato americano ha terminato la sua rotazione e non è chiaro quando un’unità equivalente lo sostituirà. Vilnius dista circa 35 chilometri dalla Bielorussia. Il corridoio di Suwałki, nel punto più stretto, misura circa 65 chilometri. Mosca potrebbe cercare una crisi grigia, con droni, sabotaggi, attacchi informatici e pressione sui confini.
Una soluzione pronta per aumentare rapidamente l’autonomia strategica europea sarebbe quella di far entrare l’Ucraina nella Nato. Kyjiv è diventato il laboratorio più avanzato della guerre contemporanea. I droni commerciali modificati al fronte, la guerra elettronica, i software aggiornati in una notte, le officine civili riconvertite in produzione militare hanno cambiato il modo in cui si osserva e si colpisce. In alcune esercitazioni recenti, unità ucraine di droni hanno messo in difficoltà reparti NATO molto meglio equipaggiati sulla carta.
Questa lezione è dura da imparare per eserciti abituati a sistemi costosi, lunghi cicli di approvazione e piattaforme pensate per durare decenni. Il risultato non condanna il carro armato, che resta necessario quando bisogna prendere e tenere terreno. Dice però che ogni mezzo pesante dovrà muoversi dentro una nube di sensori, disturbi elettronici e munizioni circuitanti.
Integrare l’industria ucraina in quella europea, produrre con Kyiv, imparare dai suoi cicli rapidi di innovazione può essere una parte della risposta al disinteresse americano. Resta però un limite difficile da superare. Contro missili balistici e grandi attacchi aerei russi servono intercettori, radar e batterie moderne. Zelensky chiede soprattutto questo a ogni vertice: senza difesa aerea, l’adattamento non basta. Aiutare L’Ucraina è un investimento nella sicurezza europea. Gli alleati dovrebbero impegnarsi per 70 miliardi di euro in equipaggiamento, assistenza e addestramento militare all’Ucraina nel 2026, con l’intenzione di mantenere livelli equivalenti nel 2027.
La strada verso una Nato diversa è stretta, ma percorribile. Esiste però una variabile imprevedibile: Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti potrebbe rendere meno efficace la difesa europea anche senza annunciare una rottura con la NATO. Gli basterebbe ridurre la condivisione di intelligence satellitare, limitare l’accesso ai dati di sorveglianza, trattenere sistemi di difesa antimissile, spostare altrove rifornitori in volo, bombardieri, navi e aerei da ricognizione. Potrebbe proseguire il ritiro graduale di truppe terrestri, come già si teme dopo la partenza di unità americane da Polonia e Lituania, o ridurre le forze di reazione rapida promesse ai piani NATO perché servono nel Pacifico o in Medio Oriente. Sono le parti meno visibili dell’apparato militare americano, ma tengono insieme la macchina dell’Alleanza.
Rahm Emanuel sul Wall Street Journal ha provato a far capire agli americani il rischio di uno smantellamento nato. Secondo l’ex sindaco di Chicago e ambasciatore in Giappone dal 2022 al 2025, gli Stati Uniti dovrebbero tornare a usare le alleanze come il loro principale vantaggio strategico, invece di imitarne gli avversari. Russia e Cina sono più vulnerabili quando Stati Uniti, Europa e partner asiatici si muovono insieme: sulle sanzioni, sull’energia, sull’assistenza a Kyjiv, sui controlli tecnologici, sugli investimenti sensibili e sulle rotte marittime. La sua proposta non è un ritorno al multilateralismo di facciata, ma un uso più duro delle alleanze per alzare il costo delle mosse di Mosca e Pechino. Umiliare gli europei può funzionare come tattica negoziale. Strategicamente, riduce il peso americano e aiuta i suoi rivali.