La presenza invisibileIl Padiglione del dissenso russo a Venezia contro la Biennale di Buttafuoco

L’iniziativa promossa da Memorial Italia e Arts Against Aggression non è solo un’esposizione artistica, ma un progetto politico di resistenza contro la censura del regime criminale del Cremlino e contro l’autocensura dettata dalla disperazione e dalla paura

Memorial Italia

Ogni dittatura, prima o poi, dichiara guerra all’arte. Non all’arte sgradita: proprio all’arte in sé, perché teme la libertà che la rende possibile. Qualunque creazione artistica, se è tale, è sempre un atto di autonomia: sfugge al controllo del potere, costruisce una narrazione alternativa a ogni forma di ufficialità, sopravvive al suo autore e, spesso, anche ai regimi che tentano di cancellarla. Per questo, tutti i sistemi autoritari cercano di ridurre l’arte a propaganda. Prima si perseguitano gli oppositori, poi si mettono a tacere gli artisti, infine si riscrive la realtà. La censura non è solo la modalità di funzionamento materiale, ma è, in primo luogo, l’essenza spirituale di qualunque potere autoritario.

La Russia di Vladimir Putin lo dimostra con chiarezza. La guerra di aggressione contro l’Ucraina, la mattanza degli oppositori, la criminalizzazione del dissenso, la persecuzione delle persone Lgbti+, la repressione degli artisti indipendenti e la progressiva distruzione dello spazio pubblico non sono fenomeni distinti, ma manifestazioni di una stessa idea di Stato: uno Stato che pretende di decidere quali vite siano legittime, quali parole possano essere pronunciate e quali immagini possano essere mostrate, perché non tollera alcuna forma di vita, di parola o di immagine che non sia espressione del potere.

È da questa consapevolezza che è nato il Padiglione del (Dis)senso, promosso da Memorial Italia e Arts Against Aggression e aperto da martedì 7 luglio a venerdì 7 agosto presso la Sala San Leonardo, a Venezia, durante la Biennale russificata da Pietrangelo Buttafuoco. Al suo interno, A Little Untitled Queer Art Project, promosso dall’Associazione Radicale Certi Diritti, riunisce le opere di Angel Uliyanov, Boginya Von Art, Lev Nikitin e del collettivo Party of the Dead: artisti Lgbti+ e dissidenti russi costretti all’esilio.

Non è soltanto un’esposizione d’arte contemporanea, dunque, ma un progetto politico che, attraverso esperienze diverse, racconta una condizione comune a tutti gli artisti: l’esilio, la persecuzione, la guerra, la necessità di continuare a creare mentre il proprio Paese considera quella stessa libertà una minaccia. In questo senso, gli artisti non sono soltanto testimoni della repressione, ma protagonisti di una resistenza civile nonviolenta che passa attraverso la cultura.

Tra le opere esposte ce n’è una particolarmente significativa: una cornice vuota. Non rappresenta un’assenza, ma una presenza invisibile. È dedicata agli artisti Lgbti+ e ai dissidenti russi che, tra la Biennale del Dissenso del 9 maggio e l’apertura del Padiglione, hanno scelto di ritirare le proprie opere o di non esporle, non perché qualcuno lo abbia loro formalmente imposto, ma perché il trauma dell’esilio, la paura o il timore di ritorsioni hanno reso impossibile esporsi.

È, a nostro avviso, tra le opere politicamente più significative dell’intero Padiglione, perché esprime plasticamente il pieno raggiungimento dell’obiettivo della censura: non sequestrare un quadro, ma convincere un artista a non esporlo, a nasconderlo o a non dipingerlo. Lo spazio è dedicato anche alla memoria di Semen Skrepetsky, noto anche come Robert Kuzovkov, artista e dissidente baschiro morto in Polonia nel giugno 2026, in circostanze ancora controverse.

Tra le opere compare una delle sue ultime immagini pubbliche, scattata da Lorenzo Ceva Valla durante la Biennale del Dissenso del 9 maggio, iniziativa politica coorganizzata da Certi Diritti, che ha visto sfilare per le calli veneziane gli artisti dissidenti Lgbti+ russi. Poche settimane dopo, Skrepetsky non c’era più. Quella fotografia restituisce il volto di un uomo che ha scelto di non rinunciare alla propria libertà fino all’ultimo e ricorda che, dietro ogni discussione sulla libertà artistica, esistono persone che quella libertà la pagano con l’esilio, il carcere o la vita.

Per i radicali, questa battaglia non nasce oggi, ma affonda le proprie radici in una lunga tradizione di iniziativa transnazionale per i diritti umani. Nel 1977 Angelo Pezzana venne arrestato ed espulso da Mosca per aver protestato contro la criminalizzazione dell’omosessualità nell’Unione Sovietica. Nel 1980 Enzo Francone fu fermato nella Piazza Rossa mentre denunciava le persecuzioni contro le persone omosessuali. Nel 2017 Yuri Guaiana è stato arrestato davanti alla Procura generale russa mentre consegnava oltre due milioni di firme contro le persecuzioni delle persone Lgbti+ in Cecenia.

Tre episodi guidati dalla stessa convinzione: i diritti umani non si fermano alle frontiere degli Stati e la solidarietà internazionale non può piegarsi alle convenienze diplomatiche o geopolitiche. È anche per questo che lascia perplessi la scelta della Biennale, sotto la presidenza di Buttafuoco, di inaugurare il Padiglione della Federazione Russa mentre il regime di Putin prosegue la guerra di aggressione contro l’Ucraina e intensifica la repressione interna.

La questione non è personale. Riguarda il ruolo di un’istituzione culturale che ha sempre fatto della libertà il proprio orizzonte. Può davvero una grande istituzione internazionale considerare equivalenti la rappresentanza di uno Stato che usa la cultura come strumento di propaganda e quella di artisti costretti all’esilio proprio da quel potere? È una domanda che riguarda la Biennale, ma anche il rapporto tra cultura e democrazia.

Per questo, abbiamo rinnovato l’invito a Buttafuoco a visitare il Padiglione del (Dis)senso. Non come gesto di cortesia verso gli organizzatori, ma come riconoscimento di una responsabilità culturale: ascoltare le voci che i regimi cercano di cancellare. La libertà artistica non è un privilegio riservato agli artisti. È uno dei parametri con cui si misurano la qualità democratica di una società e la tenuta dello Stato di diritto. Difendere un artista perseguitato significa difendere il diritto di tutti a immaginare un mondo diverso da quello imposto dal potere.

È per questo che quella cornice vuota è il tratto più distintivo dello spazio A Little Untitled Queer Art Project. Ricorda che la libertà raramente scompare all’improvviso: comincia a dissolversi quando qualcuno smette di parlare, di creare o di esporsi per paura. È allora che una democrazia deve scegliere se limitarsi a osservare quel silenzio o trovare il coraggio di interromperlo.

X