
Un consiglio per Giovanni Malagò, nuovo presidente della Figc: se vuole riportare l’Italia ai vertici del calcio mondiale, dovrebbe per prima cosa fare un salto a Oslo, alla Viking Landslagsskolen. Potrebbe tornare con qualche idea utile e la sua visita rappresenterebbe la romantica chiusura di un cerchio visto che, prima del dirompente ritorno nel calcio che conta di Haaland e compagni, fu proprio contro l’Italia l’ultima apparizione della Norvegia al Mondiale. Era il 27 giugno del 1998, ottavi di finale di Francia ‘98 e gli azzurri vinsero con un gol di Vieri.
Ventotto anni fa. Ora, per noi italiani è bello raccontarsi che a spingere gli scandinavi a immaginarsi un futuro da protagonisti sia stata quella lontana sconfitta, ma se tra le molte sorprese di questo Mondiale americano, la Norvegia dopo la vittoria col Brasile rappresenta quella più solida, è solo il risultato di una lunga programmazione, di un metodo, di un “Sistema Paese” di successo, direbbero gli economisti, di cui lo sport è solo un corollario.
La domanda che in molti si fanno da quando i norvegesi e i loro tifosi sono sbarcati mixando goliardia a tenacia nordica, e che si erano già posti a Milano-Cortina, quando la Norvegia è diventata la prima nazione a superare le quaranta medaglie in una singola edizione dei Giochi invernali, è sempre la stessa: cos’hanno di particolare gli atleti di questo piccolo Paese (per numero di abitanti) coperto per il quaranta per cento di foreste e ghiacciai? E la risposta non sta solo nel talento né nella fortuna che aiuta gli audaci, benché in una strategia costruita con pazienza, con la stessa metodicità – potremmo dire – con cui i norvegesi costruiscono le loro case: per resistere al freddo, non per sfoggiarne il lusso.
La Norvegia è grande quattro volte l’Italia, ma ha solo cinque milioni e seicentomila abitanti: più o meno come la Campania, con meno sole e più senso dello Stato. La sua nazionale è giunta al Mondiale dopo aver vinto tutte le otto partite del girone di qualificazione, strapazzando gli azzurri due volte e mettendo a segno trentasei gol. Il cammino è proseguito fino allo stop nella partita contro la Francia, giocata per scelta cambiando nove-undicesimi della formazione titolare, come se fermare i bleus fosse dato dal c.t. Staale Solbakken per impossibile oppure, al contrario, per nulla necessario. Come se fosse del tutto indifferente, la volta dopo, sfidare i deboli cugini svedesi o la media forza della Costa d’Avorio.
Certo, la Norvegia lì davanti ha Erling Braut Haaland, il gigante di un metro e 95 che ha segnato ventisette gol nelle ultime quattordici partite della nazionale (e ben centododici nelle centotrentadue disputate col Manchester City). Numeri da paura di un campione che fino ai sedicesimi vinti contro gli ivoriani aveva mandato in rete il pallone ben cinque volte sugli appena quattordici tiri avuti a disposizione, e che anche contro il Brasile è rimasto in sordina per settantanove minuti, fino allo stacco di testa con cui ha surclassato Gabriel Magalhães – uno alto un metro e novanta – e al potentissimo tiro rasoterra con cui dieci minuti dopo ha sigillato la vittoria. Certo, la Norvegia ha anche Martin Ødegaard, il capitano dell’Arsenal vincitore della Premier League, un predestinato (il più giovane calciatore ad aver esordito nel Real Madrid), e ben diciassette uomini che lo scorso campionato hanno giocato in Premier, Liga, Bundesliga e Serie A, ma gran parte di loro (compreso lo stesso Ødegaard a lungo alle prese con gli infortuni) arriva da una stagione non esaltante.
Prendiamo, per esempio, i due scelti da Solbakken per comporre il tridente con Haaland, Alexander Sørloth ha segnato venti gol ma nell’Atletico di Diego Simeone rimane pur sempre una riserva e Antonio Nusa nel Lipsia è andato a rete solo quattro volte in trentuno gare. I due centrali difensivi Torbjørn Heggem e Kristoffer Ajer hanno passato mesi interi nell’infermeria, rispettivamente di Bologna e Brentford, per non parlare del portiere Ørjan Nyland che è senza contratto o dei tre subentrati che hanno cambiato volto alla partita: Fredrik Aursnes disperazione dei tifosi del Benfica per le sue sviste, Oscar Bobb con sole cinque partite giocate per più di settantacinque minuti nell’ultimo torneo e Andreas Schjelderup coinvolto a novembre nel fattaccio della diffusione di un video hot con minori. Eppure, eccoli qui, spauracchio di qualsiasi avversario.
Il segreto è nello spirito di squadra, nella programmazione e paradossalmente nell’handicap principale per chi voglia giocare a calcio nell’inverno artico. «Non ci sono stronzi, solo bravi ragazzi. Haaland e gli altri amano far parte della nazionale perché si sentono parte di un gruppo» ha tagliato corto Hakon Grottland, responsabile del settore “Sviluppo Giocatori” della federazione norvergese, con l’inviato di The Athletic, ma la questione è un po’ più complessa e possiamo farla cominciare da una scelta di sistema.
Fino a una decina di anni fa, i bambini norvegesi che volevano tirar calci a un pallone dovevano arrangiarsi su campi di sassi e ghiaccio. Il calcio invernale era una pratica per masochisti, così si decise di passare all’erba sintetica. Solo tra il 2016 e il 2025 sono stati realizzati 539 nuovi impianti e altri 586 sono stati riqualificati. Il Bodø/Glimt, il club che gioca su un terreno sintetico ben oltre il Circolo Polare Artico, è la prova provata dell’efficacia della scelta: la scorsa stagione ha battuto Manchester City, Atletico Madrid ed eliminato l’Inter dalla Champions League.
L’altra decisione rivelatasi vincente risale al 2013 e, appunto, all’istituzione della Landslagsskolen. Letteralmente la Scuola della Nazionale (quella che consigliamo a Malagò di visitare). Un programma finanziato dallo Stato che si avvale di settecento collaboratori pagati per scandagliare il Paese alla ricerca dei migliori talenti dai dodici ai sedici anni, e di entrambi i sessi. Cos’hanno in comune Haaland, Ødegaard e la maggior parte degli altri ventiquattro convocati? L’hanno frequentata.
Alla Landslagsskole, però, come nel resto del Paese non si insegna solo calcio. Anzi, l’approccio di base si direbbe quasi anti-agonistico. Niente classifiche per i tornei under 13 (vietate per legge), niente accademie dei club prima dei tredici anni, nessuna selezione precoce. L’obiettivo dichiarato non è trovare campioni, ma far amare lo sport. Lo praticano tutti o quasi, ed è da questa capillare diffusione più che da algoritmi e scouting che emergono i migliori.
Con i dovuti distinguo. Perché di Haaland ce n’è uno, il padre era a sua volta un calciatore noto e Brede Hangeland, ex capitano della nazionale e ora assistente di Solbakken, ha ricordato del loro primo incontro in un talent camp: «La maggior parte dei quattordicenni a malapena riusciva a guardarmi negli occhi. Non lui. Gli chiesi cosa volesse fare da grande. Rispose: “Voglio diventare il miglior attaccante del mondo”». Undici anni dopo per molti lo è già, ma non solo.
Haaland è diventato un eroe nazionale e un modello di riferimento. Un impasto tra un calciatore-influencer e un mistico nordico. Fa yoga, medita regolarmente e attribuisce a questa pratica parte del suo equilibrio mentale in partita, prima di coricarsi indossa occhiali con filtro della luce blu per proteggere il ritmo circadiano e segue diete calibrate al millimetro. I tifosi norvegesi lo chiamano “la rockstar vichinga”. Come dargli torto: domenica sera al MetLife Stadium, mentre Erling dava il ritmo a colpi di tamburo a migliaia di norvegesi intenti a mimare l’ormai usuale viking row, la scena sembrava più quella di uno show che di una partita di calcio appena terminata.
La viking row, la remata vichinga nata per gioco e per emulazione dell’“Húh!” adottato dai sostenitori islandesi a Euro 2016, fotografa bene l’altro fondamentale ingrediente: il senso di appartenenza, il sentirsi parte di un tutto. Da sempre, non solo nella vittoria. «Abbiamo una cultura forte – ha detto alla stampa Solbakken, poco dopo – e diamo alle persone l’opportunità di essere se stesse e di dire quello che vogliono, sia quando le cose vanno bene che quando non vanno così bene. Il canottaggio, in un certo senso, ne è un simbolo». Cioè, remare all’unisono nella stessa direzione.
Il c.t., a sua volta, è l’emblema di quel dire ciò che si pensa. Appena giunto negli Stati Uniti a chi gli chiedeva dell’atmosfera trovata, ha risposto: «Siamo tutti degli ipocriti. Il Paese ospitante è in guerra con un altra nazione, e molte cose avrebbero potuto essere fatte diversamente, compresa quella dell’arbitro rispedito a casa». E qual è l’unica Federazione che ha presentato reclamo contro il «Premio della pace Fifa» assegnato a Donald Trump o ad avanzare la propria obiezione formale all’assegnazione del Mondiale del 2034 all’Arabia Saudita? Indovinato: la Norvegia.
Il calcio come una cosa seria, ma che si gioca dentro un mondo ancora più serio. Si dirà: se lo possono permettere. I norvegesi hanno il Pil pro capite più alto al mondo (secondo il Fmi pari a centoquindicimila dollari per abitante), e il Fondo Sovrano più grande al mondo, pari a 2,2 trilioni di dollari. Ad alimentarlo sono i proventi di gas e petrolio che la Norvegia vende agli altri, essendo il fabbisogno del Paese coperto quasi al cento per cento da fonti rinnovabili. La corruzione è assente, il Fondo Sovrano agisce in totale trasparenza e investe tutti i soldi in oltre settemila aziende globali per garantire le pensioni ai cittadini, secondo rigidi criteri etici: neppure una corona (la moneta nazionale) in aziende che producono armi o altamente inquinanti.
Due foto scattate prima della spedizione americana, così, raccontano ognuna per la sua parte l’essenza di questa squadra. La prima mostrava ciascuno dei ventisei convocati con la maglia della sua prima squadra giovanile. Nell’altra comparivano sulle rive di un fiordo, con elmi cornuti, scudi, vestiti di pelli e con alle spalle una drakkar vichinga. Da quella foto e dal video di tre minuti con cui l’ottantanovenne re Harald V ha annunciato le convocazioni è nata l’idea della viking row. Harald diceva solenne: «Questa è una squadra composta da tutta la Norvegia. Costruita sulla comunità, sul duro lavoro e su grandi sogni». Eh sì, una visitina alla Landslagsskolen bisognerà farla.