
I Mondiali seguono sempre un copione predefinito. Per mesi sembrano un gigantesco problema organizzativo in cui si parla di logistica, trasporti, sicurezza, diritti televisivi, clima, polemiche con la Fifa, prezzi, infrastrutture, sempre con toni drammatici. Poi inizia la prima partita e tutto svanisce. Quando vanno in campo Messi, Mbappé o Lamine Yamal il dibattito cambia tono, una specie di incantesimo. Si parla solo di gol e dribbling, o delle papere dei portieri, e si fanno calcoli difficilissimi per valutare tutte le combinazioni possibili per gli scontri a eliminazione diretta.
C’è anche tutto il contorno, con i meme che hanno invaso i social e i resoconti originali di chi è sul posto. Quest’anno una parte centrale del racconto dei Mondiali non riguarda il campo ma la cornice. Per settimane Instagram e TikTok sono stati invasi da video di tifosi e giornalisti europei che entrano per la prima volta negli stadi americani. Le inquadrature sono quasi sempre le stesse: il tetto dello stadio di Atlanta che si apre come il diaframma di una macchina fotografica, gli schermi giganteschi sospesi sui campi, spalti che sembrano non finire mai. Gli stadi dei Mondiali 2026 – quelli degli Stati Uniti più di quelli messicani o canadesi – sembrano venire dal futuro.
In un reportage per l’Observer, Rory Smith racconta che il SoFi Stadium di Los Angeles «è progettato per sembrare qualcosa che arriva da domani». Glielo ha detto l’architetto che ha realizzato il progetto, Lance Evans: «La loro stella polare era realizzare il futuro». Evans usa anche un’espressione che rende molto bene l’idea: designing for awe, che possiamo tradurre come “progettare per suscitare meraviglia”.
Il pubblico europeo non è particolarmente abituato a questa definizione, quando si parla di stadi. Per decenni l’unico obiettivo degli stadi è stato ospitare una partita nel modo più efficiente possibile, strutture funzionali, come dei contenitori per tifosi. Per cambiare questo concetto portante bisogna partire dai primi schizzi del progetto. Al SoFi Stadium il catino è scavato sotto il livello del terreno, così che l’edificio non si mostri immediatamente ma si riveli poco alla volta mentre il pubblico entra. L’enorme copertura traslucida sembra galleggiare sopra la struttura, mentre il videoboard a 360 gradi domina il campo senza interruzioni. Tutti gli elementi sono pensati per massimizzare l’effetto wow.

«L’Europa ha costruito la propria identità calcistica attorno alla storia e all’atmosfera, ma forse, nel celebrare il proprio passato, ha smesso di immaginare il futuro», ha scritto Daniella Tyson su SoccerBible. Nel suo articolo riflette sulla possibilità, per gli europei, di imitare la magnificenza degli stadi americani, dovendo però includere in ogni progetto il peso della tradizione, che gli impianti degli Stati Uniti non hanno.
In un recente articolo pubblicato sull’Ultimo Uomo, Emanuele Atturo e Pier Paolo Tamburelli descrivono così lo spaesamento provocato da certi nuovi stadi in Europa: «Oggi che l’Arsenal gioca all’Emirates i ricavi da stadio sono raddoppiati, ma vedere la partita è uno strazio. Dall’esterno questo stadio è esattamente uguale a qualsiasi altro stadio contemporaneo. Non ha alcun tratto riconoscibile. L’interno è funzionale; l’atmosfera è ambigua. Si ha l’impressione che sia meno reale di quella della televisione. Il punto d’arrivo di un processo per cui lo spettacolo calcistico viene prodotto per la televisione e i tifosi presenti allo stadio diventano semplicemente un elemento della coreografia da trasmettere in televisione». In questo caso, quando parliamo di imitare gli stadi americani, dovremmo tener conto che l’architettura, o le idee su cui si regge, può attraversare l’Atlantico, ma non è detto che possa farlo anche il modo in cui quegli stadi vengono vissuti.
Molti di questi stadi non sono costruiti per il calcio. O meglio, nascono per essere multifunzionali e per essere usati tutto l’anno. Una settimana c’è Taylor Swift in concerto, quella dopo una partita di Nfl, poi magari una convention aziendale, e di nuovo lo sport, con una partita di calcio. La logica economica spiega gran parte delle loro caratteristiche: le dimensioni, gli spalti premium, la tecnologia di ultima generazione, ma anche la flessibilità della struttura.
Da questo punto di vista il calcio europeo ha già iniziato a muoversi nella stessa direzione. Negli ultimi anni gli stadi hanno adottato molti elementi che ritroviamo negli stadi americani: le aree hospitality, i corporate box, gli spazi commerciali, le esperienze premium, la possibilità di usare l’impianto sette giorni su sette. E la motivazione è la più ovvia di tutte: un impianto da centinaia di milioni di euro non può essere usato solo una trentina di volte l’anno.
La ricerca di impianti più flessibili, riconoscibili, capaci di vivere sette giorni su sette è una direzione che gran parte dei grandi club europei ha già imboccato. E per l’Italia il discorso è ancora più urgente. Ogni giornata di Serie A manda in mondovisione alcuni degli stadi più vecchi del continente. Molti risalgono a Italia ’90, altri addirittura agli anni Sessanta o Settanta. Le eccezioni sono pochissime. E quando si parla di aggiornare gli impianti o costruirne di nuovi dibattito si arena tra vincoli, burocrazia e progetti destinati a rimanere su carta, trasformando quella che dovrebbe essere una politica infrastrutturale in una discussione infinita. La lezione del Mondiale americano, forse, non sugli schermi giganti o le kiss cam, quanto sulla capacità di considerare uno stadio un investimento strategico e non un problema da rinviare.
Rory Smith racconta che negli stadi americani gli schermi invitano continuamente il pubblico a partecipare: “Make some noise” recitano i tabelloni, che poi alternano giochi e animazioni durante tutti i novanta minuti. Quando una telecamera inquadra gli spettatori, questi salutano, sorridono, ballano. È tutto parte dello spettacolo. Ai Mondiali stiamo vedendo anche una strana usanza sul calcio d’inizio, con un breve conto alla rovescia scandito da tutto il pubblico: nessun tifoso di calcio, almeno in Europa, aveva mai visto niente di simile prima.
Provare a replicare la stessa scena nei campionati europei produrrebbe una reazione molto diversa nei tifosi. Non perché gli italiani o gli inglesi o gli spagnoli siano meno calorosi, ma perché vivono lo stadio seguendo un’altra grammatica. Se negli Stati Uniti il pubblico è parte di uno spettacolo orchestrato dall’alto; in Europa, molto spesso, è il pubblico a costruire lo spettacolo. E allora se alcune innovazioni sono destinate a diffondersi, come la flessibilità degli impianti o la ricerca di un’identità architettonica riconoscibile, altre cose difficilmente potranno essere importate in Europa. Perché non dipendono dal progetto, ma dalla storia e dalle abitudini di chi quello stadio lo vive ogni settimana.