Il Putin di SchrödingerLa Russia combatte ancora in Ucraina per legittimare il dominio sulle colonie interne

Il Cremlino potrebbe chiudere il conflitto e rivendicare una vittoria interna senza grandi resistenze. Ma la violenza contro Kyjiv serve a tenere insieme una costruzione politica fondata sul dominio centrale e sulla cancellazione delle identità non russe

LaPresse

Poche figure medievali occupano un posto più imponente nel racconto delle origini della Russia di Jurij Dolgorukij, il principe a cui viene attribuita la fondazione di un avamposto sulle rive paludose del fiume Moscova, dal quale sarebbe poi sorto l’impero russo. Ma l’uomo che Mosca rivendica come uno dei suoi padri fondatori non è sepolto in Russia, bensì a Kyjiv. L’ambizione di Dolgorukij era governare la Rus’ di Kyjiv dal suo vero centro: il nome stesso dovrebbe bastare da indizio. Morì lì come Gran Principe nel 1157 e fu sepolto nella Lavra delle Grotte di Kyjiv, che la Russia ha colpito il 15 giugno, incendiando un sito patrimonio mondiale dell’UNESCO.

La barbarie dell’attacco cristallizza la contraddizione stessa su cui si fonda la guerra della Russia. Putin oscilla tra l’insistere che l’Ucraina non esista e il liquidarla come uno Stato fabbricato, eppure il racconto delle origini di Mosca continua a ricondurre a Kyjiv.

Un terrore informe e assillante attanaglia i governanti russi da tempo immemorabile: il rischio di scoprire che ciò che manca di significato, sostanza e coerenza è la Russia stessa, un impero frammentato di popoli colonizzati in fretta da Mosca, perennemente alla ricerca, e mai alla scoperta, di un’idea nazionale unificante.

Il presidente della Russia, ricercato come criminale di guerra, ha preso la decisione di invadere l’Ucraina. Ma Putin, il burattinaio, è anche un burattino nelle mani dell’ethos imperiale russo. Lo strumento dei ricorrenti tentativi di Mosca di riaffermare il proprio diritto a governare sui possedimenti coloniali che la maggior parte delle persone chiama Federazione Russa.

Qui sta il paradosso. Il Putin di Schrödinger: l’autocrate che potrebbe fermare le uccisioni domani, ma resta prigioniero della tradizione politica predatoria e violenta che incarna.

La scelta di Putin
I fatti non lasciano alcuna ambiguità. Nel 2014, su ordine di Putin, truppe russe senza insegne comparvero in Crimea. Otto anni dopo, il leader del Cremlino ordinò un’invasione su vasta scala. Entrambi furono atti di aggressione ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, ed entrambi furono scelte politiche compiute unilateralmente da un governante sempre più tirannico, che per un quarto di secolo ha concentrato il potere nelle proprie mani.

Lo stesso Putin dispone di un’autorità più che sufficiente per porre fine alla guerra. Nessun parlamento può scavalcarlo. Nessuna opposizione significativa può mobilitarsi contro di lui. Nessun media indipendente può contestare la sua narrazione, perché è stato ridotto all’obbedienza da molto tempo.

In un qualunque martedì mattina, Putin potrebbe destituire generali, rimescolare ministri, epurare oligarchi, dichiarare raggiunti gli obiettivi militari e organizzare una parata sulla Piazza Rossa, se solo lo volesse.

Quando Bashar Assad cadde nel dicembre 2024, Putin si limitò a informare il suo popolo che la Russia aveva, «in generale», raggiunto i propri obiettivi. L’assurdità di quella dichiarazione era semplicemente imbarazzante. Dopo aver sostenuto la dinastia Assad dal 1971, Mosca aveva perso il suo cliente. Eppure la notizia fu assorbita senza difficoltà.

Con scarso clamore, la Russia ha digerito la cattura di Maduro, gli attacchi di precisione contro l’Iran, stretto alleato di Mosca, e la riconquista del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian, nonostante gli obblighi di trattato di Mosca nei confronti dell’Armenia.

La giustificazione ufficiale del Cremlino per la guerra contro l’Ucraina è cambiata ripetutamente. La missione era cominciata con la protezione dei russofoni nel Donbas. Si è estesa alla «smilitarizzazione» e alla «denazificazione»; ha oscillato tra l’avvertimento contro l’accerchiamento della NATO e la presentazione della guerra come una lotta di civiltà contro gli «anglosassoni». Un regime che cambia con tanta leggerezza la ragione di una guerra non avrà alcun problema a inventare una ragione per porvi fine.

La Russia occupa attualmente circa un quinto del territorio dell’Ucraina. Il Cremlino potrebbe facilmente accettare la cessazione delle ostilità lungo la linea di contatto e presentare quei guadagni come un trionfo storico. In un Paese in cui la cittadinanza non comporta né diritti né responsabilità, la politica è uno sport da spettatori. Una dichiarazione di vittoria verrebbe probabilmente accolta dalla popolazione russa con sollievo, rassegnazione e un’alzata di spalle apatica.

L’imperativo categorico di Mosca
La maggior parte delle spiegazioni sull’impegno della Russia nella guerra contro l’Ucraina, giunta al suo dodicesimo anno, si concentra sulla sopravvivenza del regime. Secondo questa tesi, Putin non può porre fine alla guerra perché apparirebbe debole agli occhi dei siloviki, le élite della sicurezza, che sono l’unico gruppo di riferimento che conta.

La maledizione della Russia è non aver mai sviluppato un meccanismo affidabile per il trasferimento del potere. I suoi zar e commissari, di solito, lasciavano l’incarico morendo mentre lo ricoprivano, attraverso intrighi di palazzo o rivoluzioni. Ben consapevole di questa storia, Putin ha ragione di temere per la propria vita. Ma lo spettro sempre presente di un colpo di Stato spiega soltanto l’ansia del dittatore, non il modus operandi di fondo del sistema di governo.

Per capire perché Mosca non riesca ad abbandonare la sua guerra contro l’Ucraina, la domanda più importante non è in che modo la guerra assicuri la sopravvivenza di Putin, ma che cosa sia la Russia: un mosaico di popoli e territori soggiogati, governati dal centro.

Ogni leader dispotico è tentato da una piccola guerra vittoriosa per rafforzare la propria presa sulla popolazione. Nel caso della Russia, tuttavia, questa spiegazione è incompleta. L’aggressione rivolta contro i vicini non riguarda una particolare ideologia o un particolare regime, ma il mandato di Mosca a governare sulle colonie interne.

Sperare che la Russia superi questo circolo vizioso significa provare nostalgia per un Paese che non è mai esistito. Quando il guscio esterno dell’impero sovietico cadde nel 1991, molti lo presero per la fine. Non lo era. Dentro una prigione di nazioni, ne attendeva un’altra: la Federazione Russa.

Un imperialista olandese poteva tornare a casa come cittadino olandese quando l’impero si disgregava. I buriati, i tuvani, i baschiri e decine di altri popoli le cui identità Mosca ha cercato per secoli di cancellare non hanno una simile patria civica. Né, del resto, ce l’hanno i russi etnici. Togliete l’essenza imperiale, e non resta alcuna Russia a cui tornare.

Il mito fondativo di Mosca è sempre stato un inganno. Kyjiv compare nelle fonti storiche dal V secolo; Mosca dal XII. Quando Ivan il Terribile si incoronò Zar di tutte le Rus’ nel 1547, non stava ereditando una civiltà. Ne stava rivendicando una che era fiorita per secoli senza di lui, senza il Cremlino e senza Mosca.

Le forze che potrebbero costringere Putin a porre fine alla sua guerra per preservare lo Stato sono indistinguibili dalle forze che gli impongono di continuare per preservare la Russia: l’idea. Questo è l’imperativo categorico da cui Mosca non può sottrarsi, e che nessun tavolo negoziale dissolverà.

Il dovere dell’Europa
La guerra della Russia contro l’Ucraina non è una crisi temporanea legata ai capricci di un folle al potere. Finché la Federazione Russa resterà un impero esteso da Kaliningrad alla Kamčatka, centralizzato all’estremo e alla ricerca dell’unità nazionale attraverso l’aggressione, rimarrà una minaccia ben definita alla sicurezza europea.

L’ex ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis ha posto la domanda giusta: «A chi importa che cosa farebbe Putin se la Russia perdesse? Dovremmo preoccuparci di più di che cosa farebbe se la Russia vincesse».

Il mercanteggiare sulle linee tracciate su una mappa è autoinganno da parte degli alleati dell’Ucraina. La questione non è dove passerà alla fine il confine. La questione è se la violenza nuda e cruda funzioni, e se la postura di deterrenza dell’Europa sia sostenuta da capacità e credibilità. La Russia ha riconosciuto formalmente i confini dell’Ucraina del 1991 in molteplici trattati e accordi. Quello dovrebbe essere l’unico confine che conta a Roma, Bruxelles, Londra e Washington, a meno che Kyjiv non dica altrimenti.

L’aggressione di Mosca contro l’Ucraina funziona come un rituale di legittimazione della sua presa sul petrolio del Tatarstan, sui diamanti della Jakuzia e sull’agire politico di 140 milioni di abitanti. Una guerra simile non finirà se a uno Stato predatorio verrà permesso di nutrire la propria ambizione imperiale.

L’Europa può e deve plasmare gli incentivi entro cui Mosca opera, ma non può decidere quando la Russia si de-imperializzerà. Spetta ai russi risolvere la questione, ma i loro futuri governanti devono imparare la grande lezione: le guerre di conquista comportano costi sempre più grandi, non ricompense.

Il Putin di Schrödinger potrebbe porre fine alla guerra domani. La tradizione politica che incarna rende questo esito perpetuamente elusivo. Gli imperi raramente scelgono di smettere di essere imperi. Vengono costretti a smettere.

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