Quello che resta Trovare le parole giuste, con la voce di Chiara Gandolfi

Nel saggio del 1946 “Politics and the English language”, George Orwell scriveva che un linguaggio sciatto era sintomo di pensieri scadenti. E viceversa. Chiara Gandolfi, verbal designer e voice actress, oggi ne riprende la lezione. Parola per parola.

Collage by Linkiesta Etc

Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

“Le parole sono importanti”. Qualcuno si ricorderà questa celebre battuta del film di Nanni Moretti Palombella Rossa del 1989. Il pallanuotista Michele Apicella, interpretato dallo stesso regista, correggeva perentoriamente una giornalista che lo stava intervistando, redarguendola sull’uso del linguaggio. “Chi parla male, pensa male e vive male”, le grida: “Bisogna trovare le parole giuste!”.

Alla ricerca dei lemmi adatti Chiara Gandolfi ha dedicato la sua vita. Verbal designer, voice actress e autrice, nella sua esperienza lavorativa di parole ne ha usate tante, tutte diverse, attraversando i media e i registri con la curiosità di un’artigiana. Il suo percorso è cominciato dalla voce: la prima esperienza è stata in una radio di paese, poi è approdata a Radio 105. Lì, il messaggio doveva essere veloce, minimo, puntuale. Racconta degli slot pubblicitari che obbligavano a non tergiversare: «A volte non avevi il concetto, e se non volevi riempire il tempo con parole vuote, dovevi scegliere proprio quelle giuste». È lì che si è confrontata per la prima volta con quei lemmi che semplificano, ma che se usati smodatamente, in modo impreciso e inappropriato, si trasformano in contenitori deserti.

Foto di Martina Rigotti

Steven Pinker le definiva “bare verbali”, e indicavano tutte quelle astrazioni non necessarie che soffocano la vividezza delle parole concrete. «Le chiamiamo “parole vuote”, perchè ne rimane solo la forma», spiega Gandolfi. Con il tempo, ha incontrato il mondo della pubblicità, delle parole sublimate dal naming, caricate di promesse simboliche, per poi passare alla comunicazione legata al business, dove ha imparato l’importanza di decentrare il proprio narcisismo nella scrittura. Per Chiara, la differenza tra un testo vuoto e un testo sorprendente è semplice: «quando troviamo quella parola che ci accende, lì ci fermiamo».

Oggi si è spostata verso il mondo della scrittura autobiografica perché crede fermamente che la scrittura sia lo strumento che permette alle persone di rimanere ancorate a se stesse. Per lei, le parole sono contenitori di emozioni, «che si riempiono e si svuotano a seconda di quello che siamo stati». In questo continuo sforzo espressivo, la tecnologia è la grande intermediatrice. Già nel 1988 avevamo iniziato a mappare i nostri sentimenti attraverso la messaggistica istantanea. Erano gli anni dell’Irc (Internet Relay Chat), e ci incontravamo in stanze virtuali per intrattenere conversazioni reali.

Oggi, la scala con cui queste emozioni vengono prodotte, nominate e scambiate è radicalmente cambiata: «La tecnologia ha generato nuovi bisogni, come quello di tradurre tutto in formule riconoscibili, ripetibili e sicure», racconta Gandolfi. Questo ha portato all’abuso di parole-cuscinetto, emozioni prefabbricate e reazioni immediate. Sentire di dover reagire subito ci spinge così a saltare passaggi fondamentali: non ci fermiamo più a capire quali siano le parole giuste per dire quel che vogliamo dire». Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus (1921) scriveva che «i limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo». Così Chiara ribadisce l’importanza di tornare a trattare le parole con cura, recuperare a una scrittura responsabile che parli di nuovo della realtà, sapendo fornire all’immaginazione le parole giuste, per «costruire il mondo che possiamo pensare».

X