Camillo di Christian RoccaLA CULTURA DELLA DESTRA /1

Qui la seconda parte

Qui la terza parte

Milano. Gennaro Malgieri, direttore del Secolo d’Italia e deputato di An, ha tre libri nel cassetto. Trovare un editore che glieli pubblichi non è più un’utopia come un tempo, ma a tre anni da quel 27 marzo del 1994 che ha segnato lo sdoganamento politico della destra post fascista, è pur sempre impresa difficile. Le grandi case editrici non pubblicano testi di autori così marchiatamente di destra, sia pure moderata e moderna come Malgieri. Filippo Facci, in una lettera al Foglio che ha aperto il dibattito sulla cultura di destra e sui pochi spazi culturali disponibili per chi non è di sinistra, l’aveva scritto: "Mondadori sostiene che per gli autori di destra non c’è mercato". Insomma se sdoganamento politico c’è stato, per quello culturale c’è ancora da attendere. E i tre testi di Malgieri sono destinati a rimanere nel cassetto ancora un po’, in attesa di momenti migliori. Alla provocazione di Facci, Malgieri sul Foglio del 4 marzo ha risposto con un’altra provocazione: se nessuno si è accorto della rigogliosa cultura della destra di questo secolo, la colpa, dice, è dell’"ostracismo intellettuale" perpetrato dalla cultura conformista nei confronti di tutto ciò che non era strettamente di sinistra. "Vigeva un pregiudizio illuministico – continua il direttore del Secolo – e si praticava l’egemonismo culturale come arma per la grande battaglia della ricerca del consenso. Hanno vinto loro, non c’è dubbio: il gramscismo applicato e il pensiero unico cattocomunista". Ma se egemonia di sinistra c’è stata, anche e soprattutto in termini di occupazione di posti nelle case editrice e nei giornali, l’ambasciatore e politologo Sergio Romano ricorda che quando una cultura è feconda riesce ad emergere anche se oppressa: "In Unione Sovietica, per fare l’esempio limite, il sistema era molto caricaturale: bastava che si citasse Lenin alle prime righe per tenere buona la censura. Poi si poteva scrivere tutto".
Romano fa fatica a distinguere una cultura di destra da una di sinistra: "Certo De Maistre non è democratico né liberale, e Panfilo Gentile è liberale ma non democratico mentre la sinistra è democratica. Questa può essere una distinzione che vale solo per i pensatori politici o per gli storici. Ma ci sono molti altri autori ai quali è impossibile dare un’etichetta, soprattutto perché parlano e scrivono d’altro. Chi l’ha detto che John Tolkien, Lewis Carroll o Joseph Kipling erano di destra? oppure, come mai si dà per scontato che l’Ulisse di James Joyce sia di sinistra solo perché l’intellighenzia progressista considera tutte le avanguardie e gli sperimentalismi roba sua?". Emilio Gentile, storico ed erede della cattedra di Renzo De Felice alla Sapienza, concorda con Romano nel non essere sicuro di poter "qualificare un autore come di destra o di sinistra. Il fascismo, per esempio, era di destra o di sinistra? Giuseppe Prezzolini che si autodefiniva di destra ma era un anarchico-conservatore emarginato anche dalla destra, come lo si può definire? E un personaggio come Ignazio Silone, emarginato per il suo anticomunismo, non era forse di sinistra?".
Si può parlare, dunque, di cultura della destra senza distinguere tra il filone post fascista e quello liberale? Senza dimenticare, aggiunge Gian Enrico Rusconi, professore di Scienza della Politica a Torino ed editorialista della Stampa, "che c’è anche la grande tradizione democristiana. Il pensiero più nobile della cultura italiana di destra è quello di Augusto Del Noce, cattolico antifascista snobbato dall’Msi. In Italia se c’era una destra che poteva diventare seria era proprio quella di Del Noce che ha trovato ascolto solo in Comunione e Liberazione. E’ stato emarginato da tutti, tranne che dalla parte più moderna della Dc. Pensate ai meeting di Rimini sul Mito (1985, ‘La bestia, Parsifal e Superman’, ndr), cos’erano se non la la modernizzazione della mitologia del Graal?".
C’è poi l’ala liberale della cultura di destra, anche se per Sergio Ricossa, economista dell’Università di Torino, "il liberalismo più avanzato non è né di destra né di sinistra". Karl Popper è stato pubblicato con oltre vent’anni di ritardo da un piccolo editore, Armando Armando, e a cura di Dario Antiseri; lo stesso si può dire delle opere di Frederik Von Hajek e della scuola viennese di economia. Scontavano, così come Del Noce e Silone, il tabù anticomunista più che il pregiudizio antifascista di certa cultura conformista. Per Romano, l’occupazione dei posti culturali da parte della sinistra più che censura ha prodotto una specie di linguaggio conformista, "una koiné" e certe liturgie egemonizzate dalla sinistra. "Ipocrisia conformista delle sezioni Pci", la definisce Saverio Vertone, germanista e senatore di Forza Italia, secondo il quale "in questi 50 anni il conformismo della cultura di sinistra è stato tale che oggi, contro ogni evidenza, si arroga la rappresentanza e il primato di un mutamento in senso liberale e liberista". Tanto che, aggiungono Ricossa e Gentile, oggi siamo arrivati al paradosso che non ci si può dichiarare anti popperiani. Malgieri, facendo l’elenco di autori e intellettuali di destra che per essere considerati tali non hanno avuto spazi, cattedre e giornali dove farsi conoscere e apprezzare, cita personaggi degli anni Trenta e spesso non italiani. Forse anche perché la destra italiana nata durante il fascismo ha visto emigrare le sue migliori leve verso i lidi antifascisti. Numerosi intellettuali di sinistra parteciparono in gioventù ai Littoriali, le olimpiadi culturali degli universitari fascisti, prima di trasmigrare tra il ’41 e il ’43, senza eccessiva angoscia e magari servendosi del comodo ombrello della "sinistra fascista", nel partito comunista. "E’ stato un fenomeno abbastanza diffuso, anche se non sempre dettato da opportunismo", ricorda Ricossa. Un continuismo fascismo-antifascismo che potrebbe aver contribuito alla mancanza di una cultura di destra forte nel nostro paese. Si è trattato, dice il condirettore di Panorama Pierluigi Battista, di "un trapasso di massa ben descritto da Ruggero Zangrandi nel suo Lungo viaggio attraverso il fascismo". Stenio Solinas, capo delle pagine culturali del Giornale, lo spiega così: "Persa la guerra e crollato il fascismo, chi non aveva fiducia nel sistema liberale prendeva dal comunismo quegli ideali più vicini all’anima rivoluzionaria di 30 anni prima. Ma i più integri, come Ardengo Soffici o Giovanni Papini, non cambiarono bandiera e vissero come dei grandi sopravvissuti nell’Italia repubblicana". Malgieri ricorda, invece, Marco Ramperti: "Un giorno Angelo Rizzoli senior gli diede un assegno. ‘Scriva lei la cifra’, gli disse. Ramperti lo stracciò e rispose: ‘Non posso scrivere per chi ha cambiato casacca’. Morì pezzente".