Camillo di Christian RoccaLA CULTURA DELLA DESTRA /3

Qui la prima parte

Qui la seconda parte

Milano. E se la cultura di destra fosse stata ostracizzata dalla destra stessa più che dal conformismo di sinistra? E’ noto, infatti, che la parte politica di derivazione post fascista, Msi prima e An poi, abbia avuto un rapporto tribolato con la cultura e gli intellettuali. Non a caso chiunque tentasse di infrangere il muro dell’isolamento culturale finiva sempre vittima del reducismo dei nostalgici e delle paure dei vertici del partito. Nel vecchio Msi non c’è mai stata simbiosi tra personale politico e intellettuale, il partito era chiuso in se stesso, faceva continui richiami all’appartenenza e alla tradizione e ogni tentativo di dibattito era visto come un tradimento o un cedimento al nemico. "La classe dirigente del Movimento sociale – ricorda il politologo Marco Tarchi, allora giovane intellettuale di area – era incapace di confrontarsi con la modernità". Conservatorismo di maniera, nazionalismo, collettivismo e un po’ di esoterismo evoliano erano i filoni culturali entro i quali si muoveva l’Msi.
"Ci accusavano – dice Stenio Solinas, oggi capo della redazione culturale del Giornale e allora uno degli intellettuali di Nuova Destra – di voler mettere in discussione l’eredità del Ventennio e di esserci venduti ai socialisti, invece volevamo semplicemente uscire dal tunnel del neofascismo, fare un esame disincantato del dopoguerra e respingere ogni ipotesi totalitaria". Così, quando negli anni 70, è emersa la proposta politica della Nuova Destra di Marco Tarchi, Gennaro Malgieri e Stenio Solinas si creò una frattura drastica tra l’establishment politico dell’Msi e coloro che, considerati come perditempo o fomentatori di discordia interna, volevano sottoporre il partito a un bagno di innovazione. "A quel punto – continua Tarchi – si è capito che non esisteva più la prospettiva di una cultura di destra impegnata nel dare risposte ai problemi della modernità". C’è da dire, però, che anche a sinistra chi intraprese un dialogo con gli intellettuali della Nuova Destra non fu visto di buon grado. E non era solo Ferdinando Adornato, oggi direttore di Liberal e allora capo delle pagine culturali dell’Unità, a scagliarsi contro Massimo Cacciari, Giacomo Marramao e gli altri intellettuali che decisero di partecipare ad alcuni convegni del gruppo di Tarchi. Non si perdonava loro di aver legittimato un’area culturale impresentabile venivano accusati di irrazionalismo e di pericolosa e ingovernabile eresia. Questi settori della sinistra, dice Marramao, non si rendevano conto che "il modo migliore per creare miti è proprio la strategia del silenzio".
Ma se la sinistra, tutto sommato comprensibilmente, non vedeva di buon occhio queste contaminazioni, l’errore della destra politica fu la mancanza di fantasia e di coraggio del suo ceto dirigente e intellettuale. Se ghetto c’è stato, così come oggi lamenta Malgieri, la responsabilità è anche di chi per anni è stato essenzialmente nostalgico, incapace di dialogare con altri filoni di pensiero accontentandosi di godere di una rendita politica di posizione. "La cappa di piombo del nostalgismo – dice Tarchi – ci escludeva dal mondo esterno". Eppure c’era molta vivacità: decine di riviste, convegni (sia pur snobbati dlla cultura "ufficiale"), c’era in moto "un tentativo di ricollocarsi nel proprio tempo" come dice Tarchi. Ma nel partito prevaleva la logica di nicchia e si puntava su un’identità nostalgica. "C’era un elemento psicologico di accettazione del ruolo di rappresentazione del mondo dei vinti", dice il condirettore di Panorama, Pierluigi Battista. Era la linea di Giorgio Almirante, contro la quale all’interno del partito, in quello stesso periodo, ci fu il tentativo fallito di Pino Romualdi, Ernesto Di Marzio e Beppe Niccolai, ma anche la stessa area rautiana rappresentava un’isola di elaborazione culturale.
Dopo il successo elettorale del marzo ’94 è stata dunque sdoganata una realtà rimasta nell’ombra per decenni. Con molta furbizia, che in politica non è detto sia cosa negativa, l’Msi ha modificato la ragione sociale e, come dice Solinas che la scorsa estate è stato protagonista di una polemica con il gruppo dirigente di An, ha buttato a mare il proprio retroterra culturale senza compiere una revisione storica. Si è tolta la camicia nera e ha indossato un abito liberale. "Un’operazione di facciata", la definisce Solinas, anche perché la classe dirigente finiana era la più conservatrice e immobilista nei confronti dell’identità fascista". A parte la "destra sociale" che si riunisce intorno a due riviste "Area" e "Pagine libere", gli eredi dell’Msi oggi si dichiarano liberali. Ed ecco che sulle pagine culturali del Secolo compaiono recensioni ammirate di due libri del capofila degli anarco-liberisti americani, Murray Rothbard ma non una riga su Enzo Erra che due anni fa ha pubblicato "Le radici del fascismo". "E’ l’ennesima frattura tra essere e dover essere – commenta Tarchi – c’è una corsa a impossessarsi di filoni culturali estranei, quelli che la sinistra non prende, per darsi una patente di credibilità". Un complesso di inferiorità culturale, che Tarchi definisce "imbarazzante e deplorevole", culminato nel seminario di San Martino al Cimino dove la classe dirigente finiana si è fatta bacchettare dai professori liberali di Forza Italia. Quando, poi, la destra post fascista assimila all’emarginazione dei propri autori quella subita dai liberali, compie un’operazione di legittimazione politica della linea di An che stride con la realtà, anche perché gli avversari più irriducibili delle analisi per esempio della Rivoluzione conservatrice, sono proprio loro: i liberali.
L’ostracismo e l’occupazione degli spazi culturali da parte della sinistra è un dato di fatto, ma questo grande agitarsi della destra politica potrebbe nascondere l’ambizione di mettersi in fila essa stessa per partecipare alla spartizione dei posti di potere prima negati. "Il punto è un altro – dice Gian Enrico Rusconi, politologo e editorialista della Stampa – che cosa aspettano, ora che non sono più perseguitati, a tirare fuori nuovi autori? Mi sembrano scandalosamente assenti sul piano della produzione culturale. Circolano sempre gli stessi quattro o cinque nomi e non c’è niente di originale. La censura c’è stata, ma adesso? Perché hanno aspettato che fosse la rivista di sinistra Limes a riprendere il concetto di geopolitica?". E’ la stessa amichevole critica che fa notare a Giampiero Mughini come la destra in questi anni non abbia saputo dire nulla e, a parte qualche talento giornalistico – dice il giornalista che qualche anno fa con Galli Della Loggia e Battista diresse Pagina, rivista che curiosò su quel mondo – non abbia prodotto niente di rilevante "né un libro né una vignetta né un film né una puttana".