Camillo di Christian RoccaIL LIBERALISMO DI NICOLA MATTEUCCI

Bologna. La sede della rivista Il Mulino è in pieno centro, a due passi da piazza Santo Stefano, "la più bella di Bologna", dove si affacciano le finestre di casa Prodi e quelle di Nomisma, il think tank del presidente del Consiglio. La stanzetta di Nicola Matteucci, il massimo studioso italiano di Alexis de Tocqueville, è ricolma di libri e riviste internazionali di politica e filosofia: "Vengo al Mulino tutte le mattine – dice – perché il mio ufficio in Università ha una doppia esposizione al sole. Lì c’è troppo caldo". Quasi volesse lasciare intendere che la cattedra di Filosofia morale non l’abbia lasciata per i suoi settant’anni da poco compiuti ma per gli oltre trenta gradi di questo infernale giugno. "Non mi faccia parlare troppo di scienza della politica – esordisce Matteucci accendendosi una sigaretta – non vorrei che invece di un’intervista venisse fuori una specie di testamento spirituale".
Ma di liberalismo (e di falsi liberali), Matteucci parla volentieri: "Con la fine delle ideologie si è scoperto che restava solo il liberalismo, ma quelli che oggi si proclamano tali, sono liberali senza liberalismo. Perché questo è anche una teoria politica, che va studiata e assimilata. Mario Pannunzio diceva che il liberalismo è passione e istinto; i neo liberali non dimostrano certo di aver letto i grandi maestri, cito soltanto Friedrich von Hayek che è certamente il più grande tra i contemporanei. Nel periodo dell’egemonia della sinistra, i libri di questi autori sono andati al macero, esclusi dai circuiti culturali".
Professore, parla del periodo dell’egemonia della sinistra al passato, pensa sia dunque superata quella stagione? "Bisogna fare una distinzione: c’è un’egemonia culturale che si fonda su elaborazione di pensiero, e senza dubbio, con Antonio Gramsci, la sinistra ha avuto sia l’una che l’altra. Ma c’è anche un’egemonia che preferisco chiamare ‘dominio’: quando cioè il bracciantato culturale domina e indirizza i mezzi di comunicazione di massa non con le idee ma con umori contingenti. Per fortuna oggi c’è un mercato autonomo dalle imposizioni culturali (Hayek, per esempio, sta avendo un grosso successo), ma gli intellettuali di sinistra non hanno fatto una seria critica sul loro passato, come invece aveva fatto Ignazio Silone nel libro ‘Il Dio che ha fallito’ e, più di recente, Lucio Colletti". Matteucci riconosce qua e là qualche liberale autentico ("C’è il gruppo dei professori di Forza Italia, ci sono le riviste come Liberal, Ideazione, Il Mulino, e anche sotto l’Ulivo si trova qualche liberale, pensi a Giancarlo Bosetti, ad Augusto Barbera, Filippo Cavazzuti e Claudio Petruccioli"), ma dopo aver bacchettato la sinistra non risparmia critiche al centrodestra: "Il liberalismo in Forza Italia non ha sfondato. Del resto la storia ha ritmi molto lenti, le classi dirigenti non si improvvisano. Silvio Berlusconi non può continuare a reclutare i suoi candidati in modo casuale, o peggio, per meriti aziendali. Questo è uno dei motivi della sconfitta elettorale del 21 aprile".
Ma non per questo Berlusconi dovrà dar vita a un partito organizzato di massa, né a un raggruppamento di notabili: "La parola partito in sé è vuota. Berlusconi deve partire dal partito parlamentare, e strutturare un partito leggero, un comitato elettorale composto da persone per bene, non burocratizzato e senza quegli yes-men che a lui piacciono tanto. Per fortuna si è liberato dei due avvocati: Cesare Previti e Vittorio Dotti. E questo è già un passo avanti".
Se nel movimento di Berlusconi qualche germoglio di liberalismo c’è, per Matteucci l’altra componente del Polo, Alleanza nazionale, sarà invece la forza politica che "difenderà il Welfare State". Dice Matteucci che "la destra nazionale è più vicina alla sinistra: perché lo Stato sociale è stato inventato da Benito Mussolini checché ne dica la sinistra. L’Italia fascista era considerata all’avanguardia nel mondo, tanto che il gruppo degli intellettuali rooseveltiani guardava con molta attenzione al nostro paese".
Lei ha sempre criticato però gli eccessi del liberalismo in economia, il liberismo… "Ho rimeditato la mia posizione: abbiamo vissuto un periodo di socialismo reale. Ora servono regole chiare, l’Italia necessita di una forte iniezione di liberismo, cioè di mercato. I veri liberisti sono contrari alle concentrazioni e ai monopoli perché uccidono il mercato. Hayek, per esempio, non avrebbero mai accettato le operazioni gestite da Mediobanca". Nel libro "Lo Stato Moderno" ha sostenuto che la nostra società ha bisogno di anarchia, in che senso? "Mercato significa anche anarchia, non solo economica, ma anche nel campo delle idee, ma sempre sotto la sovranità delle legge. Da noi c’è una tendenza al conformismo paurosa. Lo diceva anche Luigi Einaudi, altro liberale dimenticato, forse l’autore italiano più attuale, più attuale certo di Piero Gobetti. Lo dico così Norberto Bobbio si incazza".
Oltre un secolo dopo il viaggio in America di Tocqueville, Edward Luttwak avverte che gli Stati Uniti, tempio del liberalismo e del mercato, corrono un serio rischio: la povertà che nasce da quello che lui chiama ‘turbocapitalismo’ potrebbe sfociare politicamente in un nuovo fascismo. Condivide questa tesi? "Non ho sufficienti conoscenze dell’America di oggi, ma ho seri dubbi che un’ipotesi del genere possa realizzarsi. Dubbi che ritrovo nel Federalist. James Madison avvertiva il rischio che si potessero realizzare alcuni conformismi, ma il rimedio lo si era trovato nel grande spazio dell’Unione, nell’allargamento delle orbite. Tocqueville, infatti, diceva che una causa di guerra civile si poteva trovare solo nell’abolizione della schiavitù. Ora in America non ci sono più problemi così grandi, che possano unire e quindi dividere il paese. I conformismi lì sono paurosamente diversi".
Torniamo all’Italia. Nell’Ulivo ci sono alcuni liberali, a destra il liberalismo non ha sfondato del tutto, vale ancora la distinzione destra-sinistra, così come l’ha descritta Bobbio nel suo libro? "Non ho letto quel libro, solitamente leggo cose più intelligenti. Destra e sinistra, diceva Franklin Delano Roosevelt, sono termini da terza elementare". Matteucci sogna una nuova divisione tra liberali di destra e quelli di sinistra: "A sinistra si vuole più giustizia sociale e a destra si vuole più libertà. Ma sono conflitti che possono essere ricomposti nella normale dialettica politica, non è più come ieri quando tra la liberaldemocrazia e il socialismo dell’Est bisognava fare una scelta di civiltà".
C’è chi lo dipinge come un conservatore, ma a Matteucci piace definirsi liberale di destra e rifiuta ‘l’accusa’ di laboratorio dell’Ulivo rivolta al suo Mulino da Sergio Romano: "Non siamo il think tank di Prodi, non facciamo politica, e le persone che dirigono la casa editrice non sono di area Pds. Basta guardare il nostro catalogo: pubblichiamo libri e facciamo cultura. Di destra o di sinistra, ma sempre liberaldemocratica. Libri che non servono certo a Rosy Bindi, libri le cui tesi non credo il governo Prodi voglia realizzare". Oggi Matteucci dice di avere le idee confuse "perché il liberalismo non è ortodossia", piuttosto segue l’indirizzo dell’individualismo metodologico lanciato da Hayek per cui non esiste la destra né la sinistra, esistono i singoli individui. Oggi non esiste l’ortodossia dell’Ulivo e quella del Polo, commettiamo un errore se etichettiamo in un certo modo chi milita da una parte e in un altro chi fa parte dello schieramento opposto".
Quindi pensa sia giusto mettersi intorno ad un tavolo, maggioranza ed opposizione, per fare le riforme? "Bisogna cominciare a parlare e a confrontarsi, l’insegnamento del liberalismo è vivere fuori dai ghetti del monopolio della verità. Quello che manca, soprattutto a Forza Italia, è una linea chiara e trasparente. Chiede all’Ulivo la Costituente in cambio dell’approvazione dei decreti da reiterare. E’ sbagliato, crea confusione. Se fossi al posto di Berlusconi, chiederei a Prodi quali decreti intende ripresentare e, uno per uno, direi questo non lo approvo ma non faccio ostruzionismo, mentre questo sì ma voglio una discussione in Parlamento".
E’ arrivato il momento di cambiare la Costituzione? "E’ necessario. Quando fu approvata ci fu chi, tra i sostenitori del presidenzialismo, disse che era già morta prima di nascere. Ne sono convinto anch’io. Le parti ispirate alla dottrina sociale della Chiesa sono invecchiate rispetto alle più recenti encicliche papali. I diritti fondamentali, poi, vanno aggiornati ed ampliati. Ma è soprattutto la forma di governo che necessità di una riforma, e la via suggerita da Sartori, semipresidenzialismo alla francese, è quella corretta da seguire. Ma c’è l’opposizione intransigente del Ppi e di Prodi, opposizione guidata e orchestrata da Giuseppe Dossetti". Come si cambiano le Costituzioni? "La via maestra è l’Assemblea costituente, la massima espressione della sovranità, ma se c’è un accordo tra Berlusconi e D’Alema si può ben procedere con il 138. Le Bicamerali non servirebbero a niente invece, piuttosto sarebbe opportuno riunire un gruppo informale di specialisti di entrambe le parti che istruisca la discussione".
Lei è uno studioso dei conflitti tra i poteri, come giudica quello in atto tra parte della magistratura e il mondo politico? "Non sono mai stato entusiasta della cosiddetta rivoluzione di Mani pulite, per motivi giuridici prima che politici. Qui sta saltando lo Stato di diritto. Franco Bricola, uomo di sinistra e fondatore della scuola bolognese del diritto penale, prima di morire, inferocito con il procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, mi disse: ‘Stiamo distruggendo il diritto e la procedura penale’. E poi, sono stati usati due pesi e due misure, innestando quell’anticraxismo che caratterizza una parte della elite politica e culturale italiana. Ma il nodo del male sta nel Csm, con Cossiga questo non sarebbe successo".
Mani pulite ha avuto però il merito di scoperchiare un modo di far politica… "Tutti sapevano che la politica si finanziava con le tangenti, e bene hanno fatto Bettino Craxi e Francesco Cossiga ad invocare una confessione pubblica. Si prendevano tangenti, ma spesso per il partito e non per arricchimento personale. E a chi dice che è più grave rubare per il partito perché si manipola la vita democratica, rispondo che i partiti, in mancanza di uno Stato, ragionavano essi stessi in termini di Ragion di Stato". "La soluzione – conclude Matteucci – è politica. Se lo scontro dovesse continuare, il Parlamento insorgerebbe, perché chi ha un potere non vuole lasciarlo, non se lo lascia sfuggire di mano". Non crede cha anche la magistratura potrebbe non accettare di buon grado il passo indietro? "Sì, con una differenza però: le procure esorbitano dai loro poteri, mentre il Parlamento, legittimamente, li rivendica".

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