Camillo di Christian RoccaIL PRIMO CONGRESSO DI FORZA ITALIA

Roma. La piantina di Milano, spiegata sulla parete della sede nazionale di Forza Italia, in Via dell’Umiltà a Roma, sembra la planimetria di un campo di battaglia. Puntini, cerchietti e riquadri di diverso colore, collegati tra loro da linee diagonali che si dipartono tutte da un unico centro: il Forum di Assago. Lì, il prossimo 16 aprile, si aprirà il primo congresso nazionale di Forza Italia, il movimento inventato appena quattro anni fa da Silvio Berlusconi che ora vuol diventare, a tutti gli effetti, un partito.
Sotto quella piantina, telefono appoggiato in permanenza all’orecchio e tastiera del computer sotto le dita, lavorano dalla mattina alla sera le ragazze addette alla "logistica". Non è roba da poco: a Milano convergeranno, in quei tre giorni, 3.079 congressisti ai quali vanno assicurati (e pagati) alloggio, pasti e spostamenti, più un numero imprecisato di ospiti e di giornalisti. A complicare ulteriormente le cose ci si è messa anche la concomitante Fiera del mobile, una delle grandi manifestazioni commerciali che intasano periodicamente Milano.
Gli organizzatori del congresso si sono messi le mani nei capelli, quando se ne sono resi conto: le assise non potevano certo essere spostate un’altra volta, e poi la data ad alto potenziale simbolico del 18 aprile, cinquantesimo anniversario della vittoria del fronte moderato di Alcide De Gasperi sulla sinistra frontista di Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, era stata accuratamente scelta da Berlusconi stesso per celebrare, con un comizio a Piazza Duomo, la chiusura del congresso e la nascita ufficiale del partito. D’altra parte, non si poteva rischiare di lasciare all’addiaccio, nel clima traditore di metà aprile, migliaia di congressisti.
Per fare fronte all’emergenza, i responsabili organizzativi hanno chiamato in soccorso un esperto: il generale (e ora senatore) Luigi Manfredi, già comandante del IV corpo d’armata degli Alpini e responsabile della Protezione civile. Manfredi è arrivato a via dell’Umiltà armato di mappe e cartine, ha messo su una piccola task force di telefoniste, ha affidato a ciascuna uno spicchio di città (i delegati che vengono dal nord verranno smistati nel quadrante settentrionale della città, quelli che arrivano da sud in quello meridionale e così via), e ora il responsabile organizzativo di FI, Claudio Scajola, può tirare un sospiro di sollievo: "Grazie al generale, ce la faremo a sistemare tutti".

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Il primo congresso di Forza Italia (quanto costerà nessuno lo sa ancora dire con precisione, ma si parla di cifre da capogiro, tra gli 8 e i 10 miliardi) si aprirà dunque giovedì 16 aprile nella più solida enclave azzurra dell’Italia ulivista, in una scenografia che è il segreto meglio conservato dell’operazione, perchè Berlusconi ne sta curando personalmente l’ideazione. Se ne occupa durante i weekend ad Arcore, con il supporto di alcuni "creativi" di Mediaset: il suo obiettivo, spiegano, è di assicurare una cornice "spettacolare" al debutto di quello che "non è un partito di plastica", come recita lo slogan di maggior successo di questa lunga vigilia congressuale. Lo ha coniato, ovviamente, Berlusconi, e lo ripetono a ogni pie’ sospinto tutti gli esponenti più vicini al leader, dal suo portavoce Paolo Bonaiuti a Giuliano Urbani ( cui è affidata gran parte dell’elaborazione tematica congressuale) a Franco Frattini. Lo ripete, con più gusto di tutti, Claudio Scajola, che del nuovo partito è lo strenuo organizzatore, e che sciorina orgogliosamente i suoi dati: 140.000 iscritti ad almeno 100.000 lire l’uno nei tre mesi della campagna 1997 (attraverso spot Tv e "telemarketing"), che hanno fruttato 11 miliardi di entrate; 117 congressi provinciali, celebrati negli ultimi mesi, che hanno eletto i coordinatori locali e i delegati alle assise nazionali. Nel congresso, che sarà articolato in sei "sessioni tematiche" destinate ad aggiornare il programma elettorale del ’94, si voterà per il Presidente (Berlusconi, naturalmente), per sei membri dei 18 del Comitato di presidenza e cinquanta del Consiglio nazionale. Restano di nomina presidenziale, invece, i 20 coordinatori regionali e sei membri del Comitato (i restanti sei sono di diritto).
E’ stato nel ’96, dopo la sconfitta elettorale, che Berlusconi ha deciso di dare a FI una struttura che le garantisse l’insediamento sul territorio, visto che la cosiddetta "par condicio" non avrebbe più consentito l’utilizzo dei mezzi di comunicazione per diffondere i messaggi politici: "La sinistra ha 200.000 iscritti che si incaricano di fare la propaganda", disse ai suoi collaboratori. "Non avendo più le Tv, anche noi dobbiamo fare altrettanto". Fino a quel momento, c’erano stati diversi tentativi di trasformare il comitato elettorale che aveva portato al trionfo del ’94 (nel quale un ruolo fondamentale era stato svolto dagli uomini "dell’azienda", e di Publitalia in particolare, sotto la guida di Marcello Dell’Utri) in una struttura più radicata e permanente. Nell’impresa si sono cimentati diversi dirigenti, da Mario Valducci (oggi responsabile Enti locali) a Cesare Previti (coordinatore nazionale tra il ’94 e il ’96), ma solo dopo la batosta elettorale il disegno prese davvero corpo. Ex sindaco di Imperia, esponente della Dc (dove però, tiene a precisare, "non ho mai fatto politica a livello nazionale"), Scajola venne candidato alla Camera in quella tornata, risultando eletto. Appena un mese dopo, Berlusconi lo insediò a Via dell’Umiltà, da dove sono stati elaborati, in questi due anni, lo statuto (approvato il 18 gennaio del ’97, nel terzo anniversario della fondazione di FI) e l’assetto territoriale e centrale del partito. Perché proprio lui, l’ultimo arrivato? Scajola non ha dubbi: "Perchè Berlusconi ha avuto fiuto", spiega.

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I suoi nemici (e lui ammette: "So di essermene fatti tanti, da quando sono qui") lo accusano però di essersi dedicato alla costruzione di un apparato di partito, scegliendo dirigenti a lui legati e ricalcando vecchi modelli di organizzazione politica. Alla struttura che vedeva come unità territoriale di FI il collegio uninominale della Camera (inventata da Guido Possa, amico ed ex compagno di scuola di Berlusconi, già vice del coordinatore Previti e oggi responsabile delle rete ormai in disarmo dei club di Forza Italia) si è sostituita un’organizzazione che ricalca l’assetto degli enti locali: comune, provincia, regione. Ogni livello ha i suoi organismi e i suoi dirigenti, a riproduzione di quelli nazionali.
"Una struttura inutilmente burocratica, dove rischiano di affermarsi i signori delle tessere", accusano i critici, sostenitori di un partito "leggero": l’ala liberale di Antonio Martino e Marco Taradash, il variegato gruppo dei professori (dall’insoddisfatto Giorgio Rebuffa a Lucio Colletti, che del congresso non vuol neppure sentire parlare), e anche buona parte dei gruppi parlamentari, a cominciare dal presidente dei deputati Giuseppe Pisanu. Ma Scajola difende la sua creatura: "Stiamo facendo venire alla luce, dalla periferia di FI, una nuova classe dirigente di inaspettato valore. Abbiamo scritto uno statuto estremamente democratico, che ha due fondamentali obiettivi: impedire la nascita di correnti e garantire l’elezione diretta dei dirigenti". Ai suoi detrattori, che gli rimproverano di "democristianizzare" FI, Scajola replica: "La Dc ha avuto difetti e degenerazioni da cui vogliamo stare lontani, ma è anche durata 50 anni, e io spero che FI possa fare altrettanto". Critiche e gelosie, spiega, nascono dal fatto che "i gruppi parlamentari, che erano l’unico centro ‘direzionale’ del partito, temono di perdere il loro peso". Come lui stesso ammette, nei collegi, tra i parlamentari e i nuovi dirigenti locali di partito, si sono prodotte numerose tensioni, alcune delle quali sono sfociate in abbandoni. Dal ’96 a oggi, sono quindici i parlamentari che hanno abbandonato i gruppi azzurri.

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Certo è che, per la prima volta nella sua esistenza, FI sta registrando le tipiche scosse sismiche di ogni vigilia congressuale che si rispetti. Chi è esperto nella geografia interna del movimento individua principalmente due assi contrapposti: quello dell’apparato centrale, guidato dallo stesso Scajola e dagli uomini più vicini (il deputato sardo Salvatore Cicu, ex giovane Dc e responsabile del settore adesioni, il consulente per il congresso Luigi Baruffi, ex responsabile organizzativo della Dc, Mario Valducci, il tesoriere Giovanni Dell’Elce) e che avrebbe l’appoggio del capogruppo al Senato Enrico La Loggia, e quello capeggiato da Pisanu e Frattini, forte di un buon rapporto con Gianni Letta. A quest’ultimo, che pure non ha alcun incarico formale, e non è neppure iscritto al partito, tutti riconoscono però un ruolo centrale di equilibrio e mediazione. Il principale scontro precongressuale, che verteva sul sistema per l’elezione dei membri del Comitato di presidenza, è stato risolto da Berlusconi stesso mercoledì sera, nell’ assemblea dei gruppi, a favore dell’asse Pisanu-Frattini. Niente liste bloccate, come suggeriva Scajola, si voterà a preferenza unica: "Non mi piacciono le cordate", ha tagliato corto il leader. Il voto sarà a scrutinio elettronico, come per il Totocalcio: un’innovazione tecnologica che permetterà la massima rapidità nelle operazioni. Ai parlamentari, Berlusconi ha spiegato: "Il congresso non sarà una passerella: ci sarà un vero dibattito, nel quale tutti potranno dire la loro". La base della discussione sarà il programma "liberale e liberista" del ’94, che poi " gli alleati ci costrinsero ad annacquare nel ’96, facendoci togliere capisaldi della nostra proposta di governo, come il buono scuola e sanità e la separazione delle carriere". Ma al congresso di Milano si parlerà naturalmente anche di strategie e di rapporti politici: dal dialogo con il centro cossighiano a quello con la Lega. Per ora, si guarda con attenzione alle assise del Carroccio, che si apriranno oggi e alle quali parteciperà Giulio Tremonti, massimo sostenitore della "svolta nordista" di FI. Vari altri esponenti azzurri (dal coordinatore lombardo Dario Rivolta a Giancarlo Galan, presidente della Regione Veneto, a Tiziana Maiolo) stanno già lavorando a possibili campagne comuni con la Lega, ma i rapporti con Umberto Bossi li gestisce Belusconi in prima persona.
Un Berlusconi di ottimo umore, racconta chi ha partecipato alla riunione di mercoledì. A chi lo investiva con i suoi "cahiers des doléances" sul funzionamento di gruppi e partito, ha replicato con aria divertita: "Ci sto pensando da tempo: se avessi organizzato le mie imprese come questa baracca, sarei fallito in tre mesi".

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