Camillo di Christian RoccaLORENZO NECCI

IL FOGLIO, 9-11-14 aprile 1998

Roma. Quella sera aveva visto giusto. Ma per una volta invece di fidarsi del suo proverbiale fiuto diede ascolto ai collaboratori. E, come sempre, alla sua infinita vanità. Chissà se ci ripensa, oggi, Lorenzo Necci. Era il 18 dicembre 1994. Il premio Galileo-manager dell’anno, quella sera l’ha ritirato e ora può uscire da casa sua solo per incontrare i pm di Milano, Perugia, Brescia. Quel premio, più che un premio era una jattura. Un avviso di un avviso di garanzia. Non c’è stato "manager dell’anno" che non sia successivamente caduto in disgrazia, inquisito, processato. Anche Lorenzo Antonio Necci, manager dell’anno 1994, è caduto in disgrazia. Sapeva di questa fama. Ma per uno che è passato indenne attraverso la rivoluzione italiana, ha svolto un ruolo chiave nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica, che cosa volete che sia un premio con la fama di menagramo? Eppure è finita così.
Necci l’aveva scampata bella fino al settembre 1996. Tra i grandi manager di Stato è stato uno dei pochi a essere uscito pulito da Mani pulite. Anzi a non esserci entrato per niente. La mattanza all’Eni e il tangentone Enimont non l’hanno nemmeno scalfito, nonostante accuse circostanziate e incarichi di alta responsabilità. Se ne è fatto vanto e la sua fama si è ingigantita di pari passo con il mistero che lo circonda. L’amico e dispensatore di quattrini, Chicchi Pacini Battaglia, è stato beccato mentre diceva di averlo salvato dall’Inchiesta. Lui andava avanti. Fs, candidature a ogni posto di potere, sia nella prima sia nella seconda repubblica. Era l’uomo dei progetti, delle infrastrutture, della globalizzazione, secondo alcuni anche della massoneria. Per i francesi era l’ami italien. Tutti se lo contendevano e si vantavano della sua amicizia. A casa sua stava per compiere il capolavoro: le larghe intese, svanite per un soffio.
Ora non trova più nessuno che racconti quanto era bello la sera andare in Via Donizetti. L’appartamento pariolino è piantonato, Necci è lì, agli arresti domiciliari, forse ancora per poco. Tra una memoria difensiva e l’altra, ricorda. E scrive. Non è più il tempo dei saggi sul sistema Italia né tantomeno quello della poesia. L’idea gli è venuta in carcere, la prima volta. Poi nella sua villa di Tarquinia. Il progetto ha cominciato a prendere corpo quando, finalmente, è riuscito a trovare il tempo per coltivare le rose del suo giardino. Ha preso appunti. La scrittura è minuta, le pagine fitte. Ha ricopiato tutto al computer. Un giorno diventerà un libro. Non svela segreti, non accusa nessuno, non trascina nell’inferno giudiziario gli amici di ieri, i nemici di oggi. Per quello ci sono le aule giudiziarie, le strategie difensive, le convenienze reciproche. Si chiede solo da dove può cominciare il racconto della sua vita, che poi è il racconto di trent’anni di vita non solo sua. Si affida alla memoria, va avanti per flash, procede per episodi, istantanee.

Nasce il "principe rinascimentale"
E’ caduto da presidente delle Ferrovie, è nato da un ferroviere e da una casalinga di Fiuggi il 9 luglio del 1939, ultimo di quattro figli. L’infanzia è uguale a mille altre, la guerra e il dopoguerra consentono solo una vita semplice e povera. Né lui, né il fratello Umberto (albergatore, grande avversario a Fiuggi di Giuseppe Ciarrapico) si immaginano quanta strada faranno da grandi. La svolta è il liceo, il Classico Conti Gentili di Alatri. Lì Necci coltiva la passione umanistica che diventerà la sua cifra, l’arma che userà per ammaliare i suoi interlocutori. Lì comincia a rappresentare se stesso come "un principe rinascimentale". Lì il giovane figlio e fratello di ferrovieri studia da Lorenzo il Magnifico. A ventidue anni è dottore in legge, tesi in diritto amministrativo con Massimo Severo Giannini, non uno qualsiasi. Studia cooperazione internazionale, programmazione economica, politiche di sviluppo del Sud con Claudio Napoleoni. Ma che fare da grande, si chiede? Passano tre mesi dalla laurea e già può contare su tre proposte di lavoro: i colloqui con la Fiat, con l’Olivetti e con l’Eni vanno bene ma preferisce seguire Giannini fino al 1965. Assiste il professore in Università e nelle attività forensi, per le grandi aziende c’è tempo. E una via più diretta: la politica. Sono gli anni dei sogni del centrosinistra, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le riforme, le Regioni. Fiuggi è una roccaforte repubblicana, uno dei fratelli di Necci è un militante del partito dell’edera. Il giovane Lorenzo si fa notare. Nel 1965 un "cacciatore di teste" lo segnala a una multinazionale belga, la Sofima del gruppo Societé Génerale. Segue per cinque anni gli affari legali, viaggia, coltiva amicizie, tesse relazioni, vive a Parigi il maggio francese e viene a contatto con l’establishment gaullista.
Ma il sacro fuoco della politica lo scalda. A Roma è amico di Adolfo Battaglia, allora direttore della Voce repubblicana, che lo presenta al leader Ugo La Malfa. Il partito romano era in mano a Oscar Mammì, fautore di una linea per l’unità della sinistra. La Malfa preferisce guardare verso la Democrazia cristiana e tentare di conquistare il Psi all’area di governo. Necci già allora era Necci. Sta con La Malfa (che era il capo), conia per lui lo slogan dell’Altra sinistra per distinguere la politica di sinistra del Pri da quella socialista, socialdemocratica e comunista. Ma si fa eleggere segretario regionale del Lazio con l’apporto decisivo di Mammì, oltre che di Battaglia e La Malfa. Insomma, già trentenne, comincia a piacere a tutti e sembra non sbagliare una mossa. Non è un politico di professione, è la sua attività di manager che gli dà da vivere. Nel 1970 fonda la Tpl, la società che corre alla stessa velocità della sua fortuna.
L’attività politica però lo soddisfa. Comincia a far parte della ristretta ed elitaria cerchia di Ugo La Malfa. Frequenta la sua casa di via Cristoforo Colombo, sopporta le proverbiali arrabbiature del leader. Ne diventa l’ombra. Fa lunghe partite a scopone con il capo e spesso lo lascia vincere. Necci ama raccontare questo rapporto come l’incontro tra un anziano leader politico e un giovane manager che si interessa di politica solo perché ha nel cuore il suo paese. Ma non è così. Necci è un politico. Colto e preparato, ma resta un politico, anche se continua l’attività professionale. Nella prima repubblica, molti uomini Pri si sono occupati di tv, Giorgio Bogi alla Vigilanza e Mammì alle Poste. Necci era uno di questi. Sembrava fosse già pronto un posto nel Cda Rai. Ma non arrivò mai.

L’avventura elettorale
Tenta anche l’avventura elettorale, ma la candidatura al Consiglio regionale del Lazio non ha successo. Poco male, grazie all’assiduità con La Malfa frequenta leader politici e rappresentanti della grande borghesia industriale ed economica. E’ La Malfa che lo manda all’Eni nel 1975. Necci racconta di aver appreso la notizia alla tv, che non ne sapeva niente, che non ne era convinto, che il Pubblico non faceva al caso suo. La Malfa per convincerlo ad accettare gli avrebbe addirittura proposto un seggio da deputato e un futuro da segretario del partito. Necci ricorda di aver scritto una lettera di cortese ma fermo rifiuto, quell’ambìto posto nella giunta Eni pare non lo volesse per niente. Invece accettò. La giunta esecutiva Eni era un posto di potere immenso ma poco retribuito: un ufficio e tre milioni l’anno. Necci decide così di continuare la sua attività professionale e rinuncia anche a quel misero gettone. Fin qui il racconto di Necci medesimo, ma c’è chi racconta l’episodio in modo diverso. Necci voleva quel posto e il Pri lo scelse perché preparato, era l’uomo giusto al posto giusto. Senonché, poco dopo, nel partito scoppia la grana Giuseppe Galasso, lo storico napoletano sconfitto a sorpresa nel collegio elettorale campano dall’ex liberale Francesco Compagna, passato da poco al Pri. La Malfa capisce che non può perdere un intellettuale come Galasso, anche se iscritto all’ala sinistra del partito. Così pensa di affidargli il posto di Necci all’Eni. Non glielo dice chiaramente, tergiversa. Cerca di convincerlo che l’attività di manager mal si concilia con quella di uomo politico. Del resto, lo stesso aveva detto a Bruno Visentini che si apprestava ad assumere incarichi extrapolitici: o la Confindustria o il Pri, scegli. Necci ascolta e resiste. Non era uso a obbedir tacendo, anche se ne dava l’impressione. La Malfa si innervosisce e fa una sfuriata, Necci è costretto a scrivere una lettera di dimissioni ma un influente deputato repubblicano con responsabilità di governo lo convince a cestinarla. Rimane all’Eni e per sei mesi La Malfa non gli rivolge la parola. Il tempo e i buoni risultati di Necci all’Ente petrolifero, convincono il vecchio Ugo a soprassedere. La pace viene siglata a casa di Lorenzo, presenti le due signore Paola Marconi Necci e Orsola La Malfa.

Il rapporto con Piazza dei Caprettari
Tutta l’attività di Necci nell’azienda di Stato è concordata con Piazza dei Caprettari. Non c’è passaggio cruciale o strategico sia all’Eni sia all’Enichem che non venga relazionato al partito. La Malfa e il Pri gli danno sempre il via libera, si fidano di lui, anche perché vedono in Necci un politico-manager con un progetto di sviluppo per il paese. Comincia la grande trasformazione del figlio del ferroviere di Fiuggi. Tiene conto del vecchio consiglio che gli diede La Malfa e lascia, apparentemente, la politica attiva che invece continua nell’ombra. Da politico con competenze manageriali diventa manager con ottimi rapporti politici, anche internazionali.
Siamo agli albori del "neccianesimo", sottile arte politica che si abbevera alla scuola politica del vecchio La Malfa. Il leader repubblicano nel 1973 rimase impigliato in una storia di finanziamenti illeciti (scandalo petroli). Si alzò in Parlamento e difese con vigore il sistema dei partiti dicendo di essere orgoglioso di aver preso quei soldi per finanziare il Pri. In questo ambiente che invoca trasparenza ma è attento ai costi della politica, cresce il giovane Necci. Morto La Malfa, riesce a entrare nelle grazie di Giovanni Spadolini anche se i due, al fondo, non si amano. Necci, a cena con gli amici, racconta questo episodio: prima che l’ex direttore del Corriere diventasse presidente del Consiglio, fecero un viaggio negli Usa. Spadolini tenne una lezione a Georgetown, incontrarono George Bush. Al ritorno in Italia, ancora in aereo, Spadolini si sentì male, pensò di morire e prese la mano di Necci: "Muoio per l’Italia, raccontalo agli italiani". Niente di grave, aveva bevuto due whisky di troppo al bar dell’aeroporto. Lo sconfinato ego di entrambi li portava a mal sopportarsi. Necci avrebbe preferito Bruno Visentini alla segreteria del Pri o il giovane La Malfa, Giorgio. Prevalse Spadolini, Necci non si oppose.

 

Roma. Nessuno lo sa, gli annali non lo riportano. Lorenzo Necci è stato presidente dell’Eni. Per la precisione, lo è stato per un solo giorno. Anzi per una notte. Era il 2 novembre 1989. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Nino Cristofori, lo chiama al telefono: "Caro Necci, complimenti, venga a Palazzo Chigi, porti un curriculum". Necci chiama l’autista e s’invola verso la residenza del premier, che allora era Giulio Andreotti. La voce si diffonde. Necci non è ancora arrivato a Palazzo Chigi che già scoppia una grana: se l’Eni va a Necci, l’Iri a Franco Nobili e l’Efim a Giacomo Mancini, qualcosa non torna. Vabbé che Necci ha buoni rapporti con il Psi ma, insomma, è difficile gestirlo, gioca per sé, ha legami internazionali. Così si rimescolano le carte, e nella notte, prevale Gabriele Cagliari. L’indomani suonano come una beffa gli auguri di Francesco Cossiga all’oscuro del ribaltone notturno.
La lunga carriera all’Eni è fondamentale per aprire qualche squarcio di luce intorno alla parabola misteriosa di Lorenzo Necci, politico e boiardo di Stato. Da membro Pri della giunta esecutiva, passa alla chimica, partecipa al fallimento di Enoxy, cerca alleanze internazionali, crea la sub-holding Enichimica (poi Enichem), prepara la privatizzazione e disegna il quadro finanziario della fusione della chimica pubblica con Montedison. Un potere sempre più grande che si conclude nel marasma di Enimont, che lascia improvvisamente per motivi poco chiari.
Nel 1993, quando è già alle Ferrovie, sembra esserci un ritorno di fiamma tra San Donato e il manager dalle mille risorse e dalle mille relazioni. Il governo presieduto da Giuliano Amato deve fare fronte ai conti pubblici che non tornano (e quindi alla necessità di privatizzare le aziende statali) e all’emergenza Tangentopoli che fa cadere a uno a uno i boiardi di Stato. Necci è presente, nel senso che non è caduto. E’ disponibile. Come sempre. Con Amato ha ottimi rapporti, insieme hanno avviato i piani di risanamento delle Ferrovie e posto le basi per la trasformazione delle Fs in spa. Il premier socialista gli offre la presidenza Eni, ma pochi giorni dopo Necci riceve un avviso di garanzia su Enimont per falso in bilancio. Fu solo un avviso, il bilancio era stato approvato a giugno del 1990, Necci se ne era andato da Enimont qualche mese prima, a febbraio. Amato, ironico, gli dice che forse l’autore di quell’avviso è proprio lui. Insomma, almeno per una volta, le inchieste fermano Necci. Ma basta una scrollata di spalle che il fastidio sparisce.
La chimica per Necci comincia nel 1981. Il settore era in forte crisi, l’Italia era il fanalino di coda in Europa. Necci sembra l’uomo giusto al posto giusto, ha i necessari appoggi politici, è preparato e sembra avere un progetto di rilancio industriale. Il Pri scommette sull’operazione, perde il suo posto nella giunta esecutiva Eni, ma ora guida il processo di riconversione della chimica nazionale. Necci ha l’occasione di sfruttare le sue influenti conoscenze internazionali, che già dal 1970 comincia a consolidare all’interno della Tpl. La società di progettazione e di impianti, crocevia di mille inchieste giudiziarie e di infiniti misteri miliardari, nata per iniziativa di un ingegnere genovese, Cavanna, con altri tre soci italiani, alcune società francesi e un gruppo di persone di Sofima. Necci cura gli affari legali per nove anni e sostiene di averla abbandonata per non essere riuscito a diventarne azionista. Secondo qualche procura, la verità è un’altra: l’avvocato di Fiuggi sarebbe tuttora un socio occulto. Com’è, come non è, l’attività italiana della Tpl si intreccia con quella di manager pubblico di Lorenzo Necci. Nella chimica o nelle ferrovie, dove c’è Necci c’è anche la Tpl. E, come vedremo, anche Chicchi Pacini Battaglia.
Necci intuisce che per uscire dalle secche, la chimica italiana, ancora arretrata e improduttiva, ha bisogno di partner internazionali. Viene individuato il gruppo Occidental del miliardario americano Armand Hammer, famoso per aver acquistato il codice di Leonardo. Nasce una joint- venture che prende il nome di Enoxy. Per l’Eni la segue Necci, per l’Occidental lo stesso Hammer. I due si frequentano. Hammer è un mito, per Necci. Ha conosciuto Lenin e si vanta di aver aiutato la Rivoluzione d’ottobre. In realtà deve ai bolscevichi le sue fortune: mandava in Russia generi alimentari in cambio di opere d’arte e gioielli dell’Hermitage. Ha un aereo con due camere da letto, biblioteca, salotto e quadri d’autore al posto degli oblò. Per intenderci, è "l’unico grande imbroglione" che Necci dice di aver mai incontrato. E, infatti, aveva rifilato all’Eni miniere estine e inesistenti. Necci diventa chairman di Enoxy ma solo per un anno. L’accordo non stava in piedi.
A Necci rimangono numerosi contatti americani e diventa amico dell’ambasciatore Usa a Roma, Raab. I rapporti con la Francia, intanto si intensificano. Necci conosce il figlio del presidente Mitterrand, che è consulente petrolifero, ma è la ristretta, elitaria e solidale cerchia degli Enarchi che lo affascina (a Parigi tutti quelli che contano, oltre a stretti legami massonici, vantano studi all’Ena, la celeberrima grande scuola d’amministrazione). Necci comincia ad entrare nel giro, diventa uno della casta. Tra i suoi amici c’è Eduard Balladur, presso il quale manda a fare esperienza politica la figlia Alessandra. E quando, da presidente delle Fs, diventa capo delle Ferrovie mondiali è Parigi (dove ha una casa pagata con i soldi di Pacini) che deve ringraziare. In Italia si vocifera di legami massonici, per Necci è tutta invidia. In quegli anni conosce Loik Le Floch-Prigent, suo potente omologo francese. Come Necci passa dal petrolio (Elf Aquitaine, che tra l’altro controllava la Tpl) alle Ferrovie (Sncf) per finire coinvolto in uno scandalo di tangenti.
Il fallimento di Enoxy, comunque, non scoraggia Necci. Convince il management Eni a staccare la gestione finanziaria e strategica della chimica dalla casa madre. Nasce Enichimica. Il presidente, naturalmente è Necci. Comincia un’epoca di razionalizzazione del settore condotta senza scontri frontali con il sindacato di settore, allora guidato da Sergio Cofferati. Cambiano i governi, all’Eni arrivano Umberto Colombo e poi Franco Reviglio. Necci è sempre lì. Attua una politica di rialzo dei prezzi che porta il bilancio in pareggio nel 1985 e tre anni dopo in attivo.

L’affare Enimont
Necci è lo zar della chimica, almeno fino a quando irrompe Raul Gardini. Fallito il tentativo internazionale con l’Occidental, Necci prepara il quadro per un’alleanza strategica con Montedison, colosso privato. La prima cosa da fare è cercare il consenso politico. Necci ne parla con Giovanni Spadolini, che si convince. Dc e Psi sono d’accordo. Mediobanca anche, e punta su di lui. L’idea era quella di una società mista, Enimont, quotata in Borsa ma con maggioranza Eni. Passò invece la gestione paritetica. Quaranta per cento a Eni, quaranta per cento a Montedison, venti al mercato. Nello statuto di Enimont le parti si impegnano a non comprare quel 20%.
Necci, naturalmente, è il presidente, Sergio Cragnotti l’amministratore delegato per conto di Gardini. Necci è orgoglioso della sua creatura, Pacini Battaglia qualche anno dopo dice che "Enimont era una pazzia tecnica". Quando nel luglio 1989 Gardini annuncia di voler comprare tutta Enimont, si capisce che la joint-venture non sarebbe durata. Comincia la guerra della chimica. Necci racconta di essere stato chiamato da Gardini e dal presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari. "O accetti o vai via", gli avrebbero detto. Necci non partecipa alla riunione del comitato degli azionisti che decide l’ingresso di due nuovi membri nel cda e che avrebbe mutato l’assetto di Enimont, a favore della parte privata. Carlo Sama detta alle agenzie un comunicato che più o meno recita così: Necci si dimetta. E Necci si dimette. Sostiene di essere andato da Giulio Andreotti. E il presidente del Consiglio gli avrebbe detto: "Hai fatto bene a dimetterti, almeno ne rimane uno pulito in grado un giorno di raccontare la storia". Ma quel giorno non è ancora arrivato. E sui motivi perché non sia arrivato, c’è qualche procura che indaga. Quando il conflitto tra Eni e Montedison diventò insolubile, intervenne il governo. Davanti al ministro Franco Piga si firmò il famoso "patto tra cowboy". Se uno dei due soci avesse lanciato un’offerta di acquisto, l’altro avrebbe dovuto vendere al prezzo fissato (2805 miliardi) oppure resistere e acquistare per la stessa cifra la quota di chi ha lanciato l’offerta. Alla fine fu Eni a comprare la quota di Gardini. E’ il cuore del processo Enimont e Necci ne rimane fuori. Nell’inchiesta milanese non fu ascoltato nemmeno come persona informata sui fatti. Eppure le autoaccuse di Cragnotti (5 miliardi dalla Tpl divisi tra Gardini e Necci e depositati alla Karfinco di Pacini) e le rivelazioni di Raffaele Santoro (Necci aveva un occhio di riguardo per Tpl) avrebbero potuto far pensare altrimenti. Ma la procura di Milano, nella persona di Antonio Di Pietro, preferì credere a Pacini che in seguito, intercettato, dirà: "Sono stato io ad aver salvato Necci". Necci, intanto, aveva ricominciato. Alle Ferrovie. Questa volta su proposta di Bettino Craxi.

 

Roma. Sinn Fein, che vuol dire "noi stessi da soli". In gaelico. Lorenzo Necci si sente così, come un indipendentista irlandese. Solo. E in disgrazia. Ma a differenza dei cattolici dell’Ulster è ancora indeciso se firmare o meno il trattato di pace. Intanto per il libro di memorie che sta scrivendo pensa proprio al nome del braccio politico dell’Ira, Sinn Fein. Un uomo solo. Costretto nella sua casa romana di via Donizetti (il gip di Perugia ieri ha respinto l’istanza di libertà), non ha ancora deciso quando pubblicare questo suo diario. C’è ancora l’ennesimo saggio sul sistema Italia da piazzare. Avrebbe dovuto uscire nelle librerie prima dell’arresto, ma le circostanze e una perquisizione fin troppo meticolosa l’hanno impedito. Il dischetto che conteneva il nuovo libro sul capitalismo italiano fu sequestrato. Ora le bozze sono di nuovo pronte. Chissà se sarà pubblicato. Il titolo è, come sempre, immaginifico: "2001, il Jurassic park del capitalismo". Nel 1992 voleva "Rivalutare l’Italia" insieme con Manfred Gerstenfeld, tre anni dopo con Richard Normann preferiva già "Reinventare l’Italia", libro presentato a Parigi alla presenza del bel mondo della finanza laica. Ora che gli è caduto il mondo addosso è più catastrofico. Pensa che l’Italia stia per essere svenduta agli stranieri. Forse in parte è già stata venduta. Ma non può farci niente. Non può "girare" né "vedere gente". Guarda la grande tv del suo soggiorno. Chissà perché la sua videoteca è piena di film per bambini. Non scrive più poesie. I suoi sigari cubani stanno lì, pronti a essere offerti a ospiti che non arriveranno, a commensali che non potranno più essere serviti da carabinieri fuori servizio, come ai bei tempi.

L’impegno con Di Pietro
Non è più il brillante tessitore di mille alleanze, non riceve più leader politici, ma non considera la nuova classe dirigente migliore di quella precedente. Lui che è stato un punto di passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, uomo della prima trasmigrato in modo avventuroso e rocambolesco nella seconda. Nel nuovo mondo si è mosso benissimo, con autorevolezza manageriale e sapienza politica. A un certo punto ha anche pensato di poter governare e guidare il cambiamento. Anche dopo il primo arresto del 15 settembre del 1996. Quando a marzo dell’anno successivo, la Corte di cassazione ha sentenziato che non avrebbe dovuto essere arrestato, ha tentato di rialzare la testa. Si è parlato di un suo impegno politico con e per Antonio Di Pietro, il Foglio ha anche raccontato di una misteriosa cena con l’ex pm in un ristorante milanese. Sembrava pronto a risanare le ferrovie delle Repubblica ceca. Politica & management, come sempre. Per ricominciare. Poi altri guai giudiziari, che sembrano non finire più. Non ha mai abbandonato la politica, neanche adesso che non può più farla. Perché se è vero, come si dice, che potrebbe cominciare (o che ha già cominciato) a collaborare con i magistrati, non saranno politiche le conseguenze delle sue rivelazioni?
Nel 1990, su proposta di Bettino Craxi, approda alle Ferrovie. Il presidente del Consiglio è Giulio Andreotti. Necci avrebbe preferito l’Alitalia, ma fa lo stesso. Sono gli anni in cui Necci diventa Lorenzo il Magnifico, il grande elemosiniere, il manager colto e charmant amico di tutti i potenti. E’ vicino alla destra quando governa il Polo, a Lamberto Dini quando è l’ora dei tecnici, alla sinistra quando è il tempo dell’Ulivo. Con Berlusconi avrebbe dovuto fare il superministro delle Infrastrutture. Con Prodi ha un rapporto speciale. Il professore bolognese è Garante dell’Alta velocità, la società da lui fondata, Nomisma, riceve l’incarico (e 10 miliardi e rotti) per studi passati alla storia per aver scoperto che "il beneficio dell’Alta velocità è la velocità". A casa di Necci si incontrano Berlusconi e D’Alema, il tentativo per un governo Maccanico delle larghe intese è cosa sua. "Tonino (Maccanico) è mio fratello" ama ripetere. Non dispiace né a Occhetto né a D’Alema né a Veltroni. Anche in Francia è socialista con François Mitterrand e gollista con Edouard Balladur e Jacques Chirac. Persino su Maastricht riesce a passare per euroscettico e allo stesso tempo per euroentusiasta.

"Capacità di corrompere restando nella legge"
Necci è affabile, fascinoso, elegante, addirittura solenne per i giornali italiani e internazionali. E’ amico di tutti. A tutti trova un posto, una consulenza, una collaborazione. Ex collaboratori di Di Pietro nelle indagini di Mani pulite (Mauro Floriani, coniugato Mussolini) vengono strappati a peso d’oro dalla Guardia di finanza. I capi del sindacalismo ferroviario diventano dirigenti delle Fs. Ai dipendenti che chiedevano il pagamento di straordinari arretrati concede una quota forfettaria e ai sindacati riconosce 60 mila lire per ogni lavoratore che rinuncia al ricorso al pretore. Costo dell’accordo: sei miliardi, a vantaggio dei sindacati. E’ la sua forza, la capacità di sedurre gli interlocutori, anche quelli animati delle più cattive intenzioni nei suoi confronti. Il senatore verde Maurizio Pieroni la chiama "capacità di corrompere restando nella legge".
Quando arriva alle Fs comincia a parlare di Alta velocità, di quadruplicamento dei binari, di ammodernamento delle stazioni, di privatizzazioni, di risanamento, di infrastrutture, di progetti, di strategie. I progetti e le strategie sono il suo pallino, il suo chiodo fisso. "Entro il ’99 tutte le stazioni saranno rifatte, i treni saranno nuovi, la rete ristrutturata, l’alta velocità sarà finanziata dai privati". Non è vero, ma sembra sia arrivata la rivoluzione per le disastrate Fs. Il futuro sembra a portata di mano. A Villa Patrizi gli affibbiano un soprannome che per un manager equivale a una condanna: fru fru. Il giudizio più duro sulla sua gestione arriva da un amico. Uno della sua squadra, diceva lui. Uno della sua banda, si commenta ora. Pacini Battaglia. Intercettato, a proposito della candidatura di Necci al ministero dei Trasporti, dice: "E’ vero che te dici: in sei anni lui non è stato capace nemmeno… figurati in due anni ai Trasporti non farà una sega, questo è verissimo".
Necci va come un treno. Vuole chiudere i rami secchi delle Ferrovie, "è più conveniente regalare un’auto a ogni viaggiatore". Si vanta di aver ridotto i ritardi sul Pendolino Roma-Milano, ma sugli orari dei treni fa scrivere: tempo di percorrenza quattro ore e 15 minuti. Venticinque minuti in più del necessario. In pratica, istituzionalizza il ritardo. Vuole comprare tutto, l’Alitalia, la Finmare, la Saima, la Sotecni, gli Aeroporti di Roma, la Fime. Un polo integrato dei trasporti, via mare, terra, aria. Nessuno è in grado di conocere l’intera galassia ferroviaria: tra controllate e partecipate saranno almeno 150 le società delle Fs. La filosofia di Necci è quella della verticalizzazione: se il trasporto ferroviario non si ripaga con i proventi dei biglietti, meglio alleggerire i conti dello Stato producendo profitti con altre attività imprenditoriali. E così dall’enciclopedia Treccani al turismo, dalle idrovie alla costruzione di parcheggi, dagli alberghi alla pubblicità, dalle assicurazioni alle attività di comunicazione di ogni tipo non c’è settore di cui le Ferrovie di Necci non si occupino. Secondo Il Mondo, poi, Necci ha una serie di affari privati che un manager pubblico non dovrebbe avere. E giù una lista di business miliardari a rischio di conflitto d’interesse per la partecipazione di società in rapporti con le Fs.
Gli amici lo adorano e se lo contendono. Nemici ne ha pochi, e comunque sono poco potenti. Il deputato ligure di An Francesco Marenco lo tallona con trentatré interrogazioni sulla gestione delle Ferrovie. Nessuno gli risponde e lo stesso Gianfranco Fini fa finta di niente. Nello studio di Cesare Previti fonda l’Agenzia per il Giubileo. Nello studio del sindaco Francesco Rutelli progetta la "cura del ferro" per la città eterna in vista del 2000. Con Rutelli è amore. Il Corriere titola: "Rutelli & Necci, la strana coppia del mattone". Il Manifesto sforna inchieste sulla presenza delle Fs nelle scelte urbanistiche di Roma. Alessandra Necci entra nel comitato olimpico sconfitto da Atene nella corsa per i Giochi del 2004. Necci papà rifiuta cortesemente una candidatura a sindaco offerta dal centrodestra per contrastare Rutelli.
Ora che gli imputano i disastri del Pendolino e che in Parlamento il ministro Claudio Burlando lo accusa di ogni nefandezza, prepara tabelle e mostra documenti. Sembra una tigre ferita, fatica a mantenere il suo aplomb. Snocciola dati, cifre. Nella sua gestione le Ferrovie sono diventate una società per azioni, i bilanci sono stati (quasi) risanati, l’organico dimezzato, e così via. Eppure sono gli anni alle Ferrovie ad essere passati al setaccio dalla magistratura. L’Alta velocità innanzitutto, e la Tpl soprattutto. Necci viene arrestato a La Spezia per l’affare Contship, l’acquisto di una società (mai avvenuto) di trasporti, e per le regalìe di Pacini. Nel frattempo, ad Aosta, l’inchiesta Phoney money lo chiama in causa, così come la procura di Venezia per il disastro ambientale di Porto Marghera. Necci non c’entra niente, e ne esce. Alla magistratura romana non vanno giù nemmeno le parcelle pagate ai suoi legali. Centinaia di milioni, sostengono, sono stati pagati dalle Ferrovie, ma lui nel frattempo si era dimesso.
A gennaio del 1997 lo indagano (subito archiviato) anche per il disastro del Pendolino a Piacenza. Poi arriva l’inchiesta di Milano sulla costruzione dello scalo Fiorenza. La procura dispone una misura cautelare a gennaio e a marzo chiede il rinvio a giudizio. Il 28 c’è l’udienza preliminare. Con Necci sono coinvolti i costruttori Luigi Rendo, Vincenzo Lodigiani, la cooperativa rossa Ccc e l’immancabile Pacini Battaglia. I magistrati perugini non se ne stanno con le mani in mano. Arresti domiciliari per una presunta corruzione (in concorso con Pacini) dei magistrati Giorgio Castellucci e Renato Squillante. Necci è accusato di aver affidato consulenze ad amici dell’ex pm Castellucci per ottenere l’archiviazione di due procedimenti sull’Alta velocità. Ritorna, poi, la storia già raccontata da Sergio Cragnotti a Milano sui 5 miliardi di tangente Tpl divisi con Gardini e Necci tramite la Karfinco di Pacini (su cui indaga Brescia). La Tpl viene passata al setaccio. Quando Necci era all’Eni otteneva contratti miliardari per costruire cartiere e raffinerie in Iran e dissalatori in Sicilia, quando passa alle Fs riceve l’incarico di studiare l’alta velocità e le ferrovie. A Necci vengono contestati anche fondi per otto miliardi passati attraverso la Karfinco di Pacini e amministrati in Francia da Mario delli Colli, manager della Tpl. L’appartamento di rue Marceau è stato comprato con un mutuo estinto dai soldi di Pacini. Che tra una cosa e l’altra è stato sbancato per un miliardo e mezzo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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