Camillo di Christian RoccaChi è Maurizio Cattelan?

Il commento di Cattelan all’articolo

Da: [email protected]
Data: Mon, 4 Feb 2002 14:53:21 EST
A: [email protected]
Oggetto: MAX SEPT 2001

mai divertito cosi’ tanto
bravo!
ciao
m

New York. Chi è Maurizio Cattelan? Ve lo dico subito. Un artista del cazzo. Lo dice lui, eh. E dice anche: "Ho la faccia da pippa". E se non vi bastano le referenze, ecco quello che fa, anzi quello che non fa: dipinge? No. Scolpisce? No. Disegna? Boh. Ma che diavolo d’artista è? Non ne ho la più pallida idea, ma nel mondo dell’arte tutti parlano di lui. E’ l’uomo del momento. L’artista contemporaneo più acclamato e richiesto. Pensate che qualche mese fa una sua "cosa" – un’istallazione la chiamano loro  è stata venduta all’asta per due miliardi. E’ un Papa di cera abbattuto da un meteorite. Vi sembra scandaloso, provocatorio e tutto quanto? Guardate che è la cosa più normale che abbia fatto.
Prima di raccontarvelo è necessaria una premessa, che aiuta a capire il personaggio. L’ho incontrato a New York, dopo una trattativa che è durata due mesi e 48 (quarantotto) e-mail. Il tono dello scambio epistolare era questo: "Caro Christian, opto per un’intervista via mail, non ti preoccupare se non sei un esperto d’arte, anch’io non ci capisco nulla". Ottimo, ma gli spiego che vorrei incontrarlo di persona, vedere come lavora eccetera. E lui: "Non darmi questa responsabilità, sei proprio sicuro che non possiamo fare via e-mail? anche da NY se vuoi". No, gli dico, Max mi manda a New York proprio per intervistarti di persona. E Cattelan: "Mica a Max devi mostrare le prove fotografiche che ci siamo incontrati. Tu vieni, ti fai la vacanza e facciamo tutto veloce via e-mail". Io per conquistarlo – lo so, è un colpo basso – uso l’argomento della f… ehm delle donne: "Caro Maurizio, mi dicono che sei un pazzo criminale e truffatore e carogna. Mi sei simpatico. Mi dicono anche che non vuoi più lavorare e che cerchi il modo di avere più ragazze possibili. A Max, come sai, le ragazze non mancano". Funziona. "Yuppppppy" è la sua risposta, anche se fiuta l’inganno: "Ma intendi quelle vere o quelle stampate?.
Alla fine ci siamo visti, e la prova è quella sua foto con la faccia sghemba scattata con la mia digitale e pubblicata qui accanto. Ci siamo visti a New York City, a un angolo tra la Seconda avenue e la dodicesima strada.
Tutta questa manfrina dell’intervista via e-mail ha una spiegazione. Lui è timido e odia parlare con i giornalisti. Così alle domande via posta elettronica fa rispondere un suo amico, Alessandro si chiama, che taglia e incolla i suoi pensieri già esposti altrove.
Cattelan ha 41 anni ed è di Padova. Vive nell’East Village, il quartiere degli artisti. Ovvio. Quando l’ho incontrato aveva i jeans e una camica sbottonata. E’ alto. Portava un paio di infradito, che a New York tra i bohémien vanno fortissimo. Io speravo che mi portasse nel suo studio. Dopo un po’ siamo entrati in un bar thailandese. Niente massaggi, solo tè. Be’, più che tè era una sbobba dolciastra e spumosa, "specialità di Bangkok" dice lui. Armati di bicchieri e cannuccia ci siamo seduti su una panchina di Stuyvesant park. Dello studio nemmeno l’ombra. Gli ho chiesto dove lavora. E lui: "A casa, non ho bisogno di uno studio". E come le fai le tue opere? "Col telefono, chiamo e dico: fatemi questo, fatemi quello. A volte mando anche un fax per spiegarmi meglio".
A Palermo, per esempio, ha installato "Hollywood" una gigantesca scritta come quella che abbiamo visto mille volte nei film. Solo che anziché su Sunset boulevard, "Hollywood" si affaccia sulla discarica della città. Lui ha avuto l’idea, mica si è messo a ritagliare le lettere. Un’altra volta che s’è deciso a raffigurare un Hitler in ginocchio, ha chiamato un artigiano a Parigi, lo stesso che gli aveva realizzato il Papa e l’ha installato in una galleria di Stoccolma. Successone di critica. Ad Amsterdam, un giorno, era senza idee, ma i galleristi insistevano: "Devi fare qualcosa". Cattelan non aveva voglia: "Siete matti, in due settimane non si può fare niente be’… veramente una cosa la posso fare, ma…". "Meraviglioso, vai avanti" gli dissero quelli. "Siete sicuri?", ammiccò Cattelan. Non sapevano a che cosa sarebbero andati incontro. L’idea di Cattelan era questa: siccome non ho idee, rubo quelle degli altri. Noleggiò un furgone, entrò in una galleria d’arte e si impossessò delle installazioni di un artista concorrente. Come andò a finire? Lo portarono in caserma.
galera".
Le leggende sulle sue "trovate" sono infinite. Gli è capitato di denunciare ai carabinieri il furto di "un’opera invisibile", oppure di lasciare un cartello con la scritta "torno subito" sulla porta della galleria vuota. Al Castello di Rivara se l’è svignata dalla finestra con un lenzuolo. Un’altra volta ha venduto il suo spazio a un’agenzia che lanciava un nuovo profumo e con i soldi è andato in vacanza. A corto di idee, un giorno ha copiato perfettamente la mostra di un altro artista, e come se niente fosse l’ha inaugurata nella galleria di fianco.
Ora Cattelan sta preparando uno scheletro di gatto. Avete presente quelli dei dinosauri esposti nei musei? Ecco, per una galleria di Chicago farà la stessa cosa con le ossa di un gatto formato gigante (9x7x2). "E’ un modo divertente di trasformare le cose quotidiane e domestiche in qualcosa di pauroso". Cattelan, ma quando le pensi queste cose? "Quando prendo un lavoro non so da che parte cominciare. Mi concentro, ma non serve a niente: se pensi insistentemente a una cosa ti viene la soluzione per un’altra. Quando si avvicina la data di consegna entro nel panico, comincio a chiamare amici, vado in giro alla ricerca di uno spunto, poi sto quattro giorni a fissare una finestra e zac mi viene l’idea. La Nona ora, quella del Papa, mi è venuta a pochi giorni dall’inaugurazione: la figura era pronta, ma non mi convinceva più, la volevo distruggere. E allora m’è venuto in mente di abbatterla con il meteorite". E hai fatto due miliardi. "Io non ho preso una lira, quando è stata messa all’asta non era più mia".
Con i galleristi, Cattelan ha un rapporto particolare. C’è chi dice che si diverta a torturarli. Una volta ha costretto due pover’uomini a pedalare come forsennati su una bicicletta-dinamo che dava energia alle luci della sala. "I galleristi  dice ­ sono strumenti, così come le cose che devo fare, e dal momento che accettano di lavorare con me cerco di portarli sul mio terreno".
Con l’ironia e la dissacrazione, Cattelan sfida il paternalismo e l’autoritarismo della società. Un paio d’anni fa, per prendersi gioco delle Biennali d’arte dove lui ormai è una star, ha organizzato la Biennale dei Caraibi. Ha trovato gli sponsor, ha invitato tutti i bei nomi dell’arte contemporanea, ha prodotto un catalogo, ha scritto i comunicati stampa, ma mostre e opere zero. Tutti al mare di St. Kitts, Caraibi.
"Io non mi prendo sul serio, questa è la mia forma di difesa. Ho sempre odiato lavorare  mi racconta  e ora che finalmente ho trovato una cosa che mi piace mi costringono a fare l’impiegato dell’arte: devo andare di qua, di là; mi invitano, mi vogliono intervistare… Nella mia vita ho fatto di tutto: la donna delle pulizie, il postino, il becchino, il giardiniere, il cuoco, il contabile, il disoccupato, perfino il donatore di sperma, a Verona. Ora mi inseguono tutti e rimango stupefatto, perché io sono sempre lo stesso idiota di prima".