Camillo di Christian RoccaEmergency, la benemerita associazione volontaria che ora soggiace al fascino discreto della politica

Milano. L’epopea di Emergency, la benemerita associazione umanitaria fondata nel 1994 dal chirurgo milanese Gino Strada, è cominciata sul palco del Maurizio Costanzo show, in seconda serata su Canale 5. Era una delle prime sere di giugno del 1994. Gino Strada parlò in modo appassionato e convincente della barbarie delle mine antiuomo, e in particolare dell’odioso primato produttivo del nostro paese. Costanzo fiutò il filone umanitario e per il 22 giugno organizzò una puntata speciale sull’argomento. L’ospite d’onore era il ministro della Difesa italiano e si dà il caso che allora fosse Cesare Previti. Il ministro assicurò il pieno appoggio del governo Berlusconi all’iniziativa di Emergency, paragonò le mine alle armi batteriologiche, le definì "contro l’umanità", promise norme più restrittive e da allora nessuno ha più fermato Gino Strada. Fin lì tutto bene. Strada è un "chirurgo di guerra" e il suo obiettivo chiaro e coraggioso: "Costruire ospedali dove non ci sono". Non è facile, e gli va riconosciuto. Questa attività, sostiene, "è un modo per restituire la dignità umana". E se c’è chi si riempie la bocca declamando i diritti umani, "noi – dice Strada – preferiamo agire". I riconoscimenti gli sono arrivati da ogni dove, ogni suo libro è stato premiato, il mondo dello sport e della tv gli ha aperto le porte a platee inimmaginabili, un deputato di Forza Italia lo vorrebbe "senatore a vita", il Giorno fa un campagna perché gli venga assegnato il premio Nobel.
A poco a poco intorno a Strada s’è riunito un variopinto partito trasversale della carità formato da attori, banchieri, calciatori, petrolieri, soubrette, politici, giornalisti, no global e centinaia di semplici militanti, simpatizzanti e contribuenti. La base è quella milanese, riunita intorno al gruppo "Smemoranda" di Gino e Michele. E poi tutti gli altri: artisti, in genere comici, milanesi e impegnati a sinistra: Aldo, Giovanni, Giacomo, Gabriele Salvatores, Paolo Rossi, Lella Costa, Enrico Bertolino. Sono quasi tutti interisti. Come la grande supporter Milly Moratti, verde, ecologista, moglie di Massimo che è petroliere e presidente dell’Inter. Della lobby fanno parte Jovanotti, Ligabue, Piero Pelù che ai tempi del Kosovo incisero "Il mio nome è mai più", inno anti guerra i cui proventi sono andati a Emergency (soltanto quest’anno è arrivato mezzo miliardo).
Da quando è iniziata la guerra in Afghanistan, Emergency si è vieppiù politicizzata. E ha cominciato a parlare non solo di ospedali e di mine antiuomo, ma anche di guerra, di cultura del dialogo, di strategie anti terrorismo. Loro, a questo, replicano che la "promozione della pace" è parte fondante del progetto di Emergency. Così oltre ai 100 mila pazienti curati nelle aree più disgraziate del mondo, sono diventati "parte fondante del progetto" anche gli interventi di Strada da Michele Santoro, il coordinamento con la manifestazione dei no global del 10 novembre, le vignette di Vauro sul Manifesto, le corrispondenze di Giulietto Chiesa sulla Stampa e su Liberazione. E questo taglio potrebbe avere il grande evento televisivo di dicembre annunciato da Carlo Freccero su Raidue e condotto da Fabio Fazio (ma non c’è ancora nessuna conferma).

Dimenticare il contesto
Poco importa che ogni tanto la lucida denuncia antiguerra si dimentichi del contesto: in una epica puntata di Santoro, dall’ospedale nella valle del Panjsher in Afghanistan, Vauro e Strada raccontarono le brutture della guerra, i danni dei bombardamenti americani, la popolazione civile in fuga, i disastri, gli orrori. Poi si scoprì che i due erano nella zona controllata dall’alleanza del Nord e che i pochi feriti che curavano erano stati colpiti dai talebani o dalle mine disseminate venti anni prima dai sovietici. Ma la via umanitaria al socialismo non conosce pause nonostante ci vogliano denari, e tanti, per finanziarla e per costruire ospedali nelle zone più disastrate del mondo.
Così è sembrato strano, lunedì, leggere il comunicato con cui Emergency annunciava di non accettare i tre miliardi e mezzo di lire stanziati in suo favore dal governo italiano. Possibile? Può un’organizzazione umanitaria rifiutare la beneficenza di uno Stato e in nome delle vittime civili della guerra mettersi nella condizione di non avere risorse sufficienti per curarle? "Emergency ha scelto di non accettare alcun contributo da parte di un governo che ha deciso di prendere parte al conflitto in corso", scrivono. Per capirne di più abbiamo chiesto al sottosegretario agli Esteri, la tosta Margherita Boniver: "Guardate che quei soldi li hanno già presi". La Boniver ha spiegato: "C’è che noi non finanziamo direttamente le Organizzazioni non governative, ma soltanto attraverso un tortuoso meccanismo che passa attraverso l’Undp, e cioè il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo. L’Undp dà i soldi per gli ospedali ad Emergency e il governo italiano copre la spesa". Il sottosegretario ha preso il comunicato di Emergency e lo ha letto fino in fondo. E s’è fermata a questa frase: "Dall’agosto 1999 al gennaio 2001 la Cooperazione italiana ha contribuito al progetto Afghanistan di Emergency per 3 miliardi e 900 milioni su un totale di 7 miliardi e 750 milioni. L’ultimo stanziamento proveniente dalla Cooperazione italiana risale al gennaio 2001". La Boniver ci ha detto: "Avete visto? Lo scrivono anche loro. E mi hanno anche corretto, perché io – sbagliando – avevo parlato di tre miliardi e mezzo, e invece sono tre miliardi e novecento milioni, più della metà del progetto di Emergency in Afghanistan. Non c’è nessuna polemica. Fine. Comunque sappiate che quegli ospedali sono stati costruiti con i soldi dei contribuenti italiani". L’equivoco c’è stato: Boniver parlava di miliardi già stanziati ed Emergency, rifiutandoli, intendeva i finanziamenti prossimi venturi di cui per il momento nessuno parla.
Questa cosa dell’accettazione dei finanziamenti governativi deve essere un’ossessione per Gino Strada. La questione si era posta quando Emergency ottenne il suo primo grande risultato, e cioè la riapertura del Centre hospitalier di Kigali, in Ruanda. Allora, era l’11 ottobre del 1994, Strada precisò che "l’Associazione è stata costituita con lo scopo di portare aiuto sotto il profilo medico chirurgico alle vittime civili della guerra. Essa non ha scopo di lucro, è indipendente dalle politiche di qualsiasi Stato, è affrancata da ogni forma ideologica e religiosa e – disse – non accetta alcun contributo governativo". Per curiosità siamo andati a leggerci lo statuto dell’Associazione denominata "Emergency – Life support for civilian war victims", sottoscritto da Teresa Sarti, moglie di Gino Strada, e dal notaio Roberta Crestetto. Lo statuto contiene 27 articoli, ben scritti, con i quali si spiegano le finalità e viene regolata la vita associativa di Emergency. Si dice subito che non ha fine di lucro, ma della "non accettazione di contributi governativi" non si fa cenno. Curiosità per curiosità, si nota che quando Strada dice di non voler accettare contributi pubblici, al governo in genere c’è Silvio Berlusconi. Comunque, a quel tempo Strada motivava così il suo rifiuto di soldi pubblici: "Quando si prendono soldi dalla politica, poi si devono prendere anche ordini dalla politica". Eppure, da allora, Emergency ha accettato spesso, e sempre attraverso il filtro delle Nazioni Unite, finanziamenti pubblici finalizzati alla costruzione di questo o quel presidio sanitario. Per essere precisi, e letto il bilancio, anche a ridosso della guerra in Kosovo. Ma allora al governo c’era la sinistra.
Strada viene da lì. Era uno dei dirigenti del Movimento dei Lavoratori per il Socialismo, alla Statale a Milano. Allora come oggi, ricordano i suoi amici, era coraggioso e uno dei più ideologici, uno dei pupilli di Turi Toscano (il leader, con Mario Capanna). Con loro c’era anche Archimede Bontempi, che allora veniva presentato come lo studente-operaio del movimento. Bontempi a metà degli anni 90 è diventato assessore leghista a Pavia, e grazie a lui Strada è riuscito ad attivare un contatto con Formentini che poi concesse ad Emergency i locali della sede milanese di via Bagutta (per 40 milioni l’anno).
I bilanci di Emergency sono tra i più trasparenti della categoria non-profit, tanto da essere stati più volte premiati per la loro correttezza. Quello del 2001 prevedeva un fabbisogno di 14 miliardi, 5 dei quali coperti dal governo, il resto dall’Onu e dai finanziamenti privati. Il consuntivo non è ancora pronto, ma da Via Bagutta fanno sapere che c’è molta soddisfazione sull’andamento dell’autofinanziamento. Nel giugno del 1999, è nata la Fondazione Emergency, struttura più agile e operativa. Ne fanno parte oltre a Milly Moratti (presidente) anche la Smemoranda, una partecipata della Pirelli e la Banca Popolare di Milano, attraverso il suo direttore generale, Ernesto Paolillo. Emergency impiega 30 persone in Italia e circa 1400 tra medici e ausiliari nelle sedi internazionali. Gli ospedali sono sei. Due nel nord dell’Iraq, uno in Cambogia, uno in Sierra Leone e due in Afghanistan. Quello di Kabul era stato aperto il 25 aprile di quest’anno. Un mese dopo i Talebani lo hanno chiuso e gli uomini di Emergency sono stati costretti a riparare in Pakistan. Il 25 novembre, giorno della presa di Kabul grazie ai bombardamenti alleati, l’ospedale ha riaperto e Strada ripreso a operare.

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