Il reverendo Al Sharpton, detto Al Charlatan, ha deciso di candidarsi alle elezioni del 2004. Non ha nessuna chance di diventare presidente degli Stati Uniti, qualcuna invece di soffiare il posto al suo mentore, il reverendo Jesse Jackson. Non è un posto da niente, è la guida politica dei neri d’America, il ruolo carismatico che fu di Martin Luther King negli anni Sessanta.
Per incontrarlo si deve andare ad Harlem, su Madison Avenue all’altezza della 125esima strada. Lì c’è la House of Justice, il suo quartier generale costruito con i mattoni rossi, che gli fa da casa, ufficio e auditorium. Da cinque anni, ogni sabato, Sharpton tiene la predica settimanale. Quando arriva nella sala, un suo assistente lo introduce: "Ecco l’uomo che riesce a raggiungere le vostre anime, che vi libererà, il predicatore del popolo, il presidente del National Action Network". Sharpton è imponente, ha un bel faccione cinematografico e lunghi capelli evidentemente stirati. Entra e urla ai suoi: "No Justice". E quelli: "No peace". E ancora: "No Justice"; "No Peace", per tre volte, con la tecnica del call and response tipica del gospel e ormai dei concerti rock.
"Che cosa vogliamo?", chiede Al. E quelli: "Giustizia". "Che cosa vogliamo?", insiste. Sempre "giustizia" vogliono. "Quando la vogliamo?". "Adesso". "Quando?". "Adesso". "Stringete la mano alla persona che vi sta accanto e ditele che la amate". Spesso parte un coro: "For He’s a Jolly Good Fellow/ For He’s a Jolly Good Fellow". Il bravo ragazzo ovviamente è lui.
La predica vera e propria, lo show che va in diretta su un paio di radio newyorchesi, è coinvolgente. Sharpton parla a braccio, sembra prendere argomenti a caso, temi che vanno dalla Bibbia all’attualità, e poi con un colpo da maestro riesce a legarli in un finale scoppiettante. È talmente bravo che i conduttori di talk show lo invitano ogni due per tre se c’è da parlare di neri, di discriminazione razziale eccetera, e certo lo preferiscono a un qualsiasi amministratore di colore ben integrato nella società. Sharpton è considerato un ciarlatano, un paria, uno da non frequentare, e infatti il sindaco Rudy Giuliani non ha mai messo piede nella House of Justice. Mike Bloomberg, the new mayor, invece ci è appena stato, e Sharpton gliene sarà sempre grato, avido com’è di legittimazione da parte di un establishment che gli preferisce ancora il suo maestro Jackson.
Così ora c’è questa sfida tra reverendi, tra due predicatori d’assalto, intelligenti, agitatori, di sinistra; due inguaribili imbroglioni che a lungo sono stati amicissimi. Al chiamava Jesse "Big Rev", Jesse chiamava Al "Little Rev". Al ha imparato molto da Jackson, gli ha fatto da autista, da assistente, da consigliere. "Lo amo, è come un padre", dice Sharpton. "Le nostre mogli si sentono ogni giorno al telefono, gli vorrò bene per sempre e lui lo sa. Ma Big Rev è talmente certo di questa dedizione che mi vorrebbe completamente al suo servizio, e a me questo non va bene. Jackson è come Mohammed Alì: non può più combattere, ma resta ancora un grande campione".
Le tecniche per diventare Big Rev sono quelle imparate da Jesse, un bel progetto per convincere le grandi corporation a investire parte dei loro ricavi sui black media, e molte altre cose. Una di queste è l’abbigliamento. Negli anni Settanta, Jesse Jackson portava un medaglione intorno al collo, dieci anni dopo Sharpton ne ha indossato uno raffigurante Martin Luther King. Ora entrambi vestono con abiti cuciti a mano. E così come Jackson si è candidato alla presidenza nel 1984 e nel 1988, ora spetta a Sharpton tentare di vincere le primarie dei Democratici e mettere in difficoltà il suo vecchio capo: "Appoggerà me o darà il suo consenso a Tom Daschle?", il leader democratico, ma soprattutto bianco, del Senato.
Il cruccio maggiore di Sharpton è quello di essere conosciuto soltanto a New York, a differenza di Jackson che è una superstar internazionale, anche se in disarmo da quando Bill Clinton ha lasciato la Casa Bianca. Per recuperare, Al si è proposto come mediatore tra l’India e il Pakistan; ha tentato di convocare una convention inter religiosa a Guantanamo, è andato in Sudan a denunciare, sempre in favore di telecamera, la condizione di schiavitù dei cristiani; e poi in Portorico a protestare contro le manovre militari nell’isola di Vieques. È andato anche in galera, per questo. Ora il ritratto di Al in divisa da galeotto impreziosisce i muri della House of Justice, insieme con raffigurazioni di altri leader neri. Tra un quadro e l’altro c’è anche un enorme pugno chiuso di legno, opportunamente nascosto dietro una colonna.
Entrambi i Rev, Jesse e Al, rivendicano l’eredità di Martin Luther King, anche se King era un profeta di umiltà e integrità indiscutibili. La stessa cosa non si può dire dei suoi discepoli.
Jackson ne ha fatte di tutti i colori, è stato accusato di clientelismo, ha avuto un figlio fuori dal matrimonio, ha spacciato per vera una falsa trattativa con i Talebani e mille altre cose. Ma l’accusa più grave l’ha ricevuta proprio da Al, in diretta su Fox News: "Jesse Jackson ha preso del sangue dal cadavere di King e si è macchiato la camicia per accreditarsi come suo unico erede". Successivamente Al s’è scusato di aver pronunciato questa frase, anzi ora dice di non aver mai creduto a questa storia, ma intanto l’ha detta.
Le disavventure di Al Sharpton sono un’infinità. La più grossa è quella legata al caso Brawely. Nel 1987, Tawana Brawely, studentessa nera di 15 anni, raccontò di essere stata violentata da un branco di ragazzi bianchi. Il suo racconto si rivelò una bufala, ma Sharpton fece in tempo a organizzare una feroce campagna contro Steven Pagones, allora assistente del procuratore distrettuale, accusato di essere uno degli assalitori della Brawely. Sharpton non è mai riuscito a liberarsi di questa storia ma non s’è mai pentito, neanche dopo la condanna per diffamazione.
Nel 1983 Sharpton lavorava in incognito per l’Fbi, faceva l’informatore dei federali. Registrò un colloquio tra il campione dei pesi massimi Larry Homes, un promoter di incontri di pugilato e due mafiosi. Per un politico in carriera, essere stato un infiltrato della polizia non è un gran curriculum. Ma Al fa finta di niente e racconta che le sue erano solo operazioni antidroga, e contro la droga è ammesso tutto, anche se Holmes non era certo un pusher. Non solo: le sue soffiate riguardavano quasi sempre "fratelli neri". E non è bello per un pretendente al trono di leader degli afroamericani averne mandato un bel po’ in galera. Lui continua a non avere imbarazzi: "Ho sempre avuto una regola di condotta, le mie informazioni non dovevano mai colpire un eletto, un sacerdote, un rappresentante della comunità nera". Quando un giornalista del New York Magazine gli ha ricordato la soffiata che costò la carriera a un consigliere nero del Bronx, Sharpton non si è scomposto, ha esibito la faccia seria e ha detto: "È stato un incidente. Quel consigliere mi ha chiamato su una linea sbagliata e il registratore si è messo in funzione automaticamente. Io non c’entro assolutamente niente".
La faccia tosta di Al Sharpton ha cominciato a manifestarsi a quattro anni, oggi ne ha 47. A quell’età già predicava regolarmente, e a dieci anni diventò famoso come il "wonder-boy preacher", il predicatore-bambino delle meraviglie. Alla Fiera Mondiale di New York guidò dieci mila persone in un gospel con la grande cantante Mahalia Jackson, che poi se lo portò in tour.
Al era figlio di un proprietario di palazzi e viveva a Queens, in una bella casa insieme con i genitori e la figlia che la mamma aveva avuto da un matrimonio precedente. A un certo punto, suo padre li lasciò in una situazione alla Woody Allen (il Woody Allen reale, non quello dei film). Il vecchio aveva una relazione con la figlia di sua moglie, cioè con la sorellastra di Al, e insieme se ne andarono via da casa. Senza soldi e senza padre, la famiglia fu costretta a trasferirsi e ad arrangiarsi con i soldi dell’assistenza sociale.
La mamma trovò un impiego da domestica, Al si dedicò alla Chiesa e sarebbe diventato un predicatore come un altro se non avesse incontrato le quattro persone che gli hanno cambiato la vita. Una è Jesse Jackson, ma la prima fu Adam Clayton Powell, a metà degli anni Sessanta pastore della Chiesa Battista Abissina di Harlem e rappresentante del diciottesimo distretto di New York. A Powell piaceva vivere bene, bere e dare appuntamenti alle ragazze. Non era un sacerdote normale, e infatti intitolò la raccolta dei suoi sermoni in modo non ortodosso: "Keep the faith, baby", "Mantieni la fede, baby".
Ovvio che il "wonder boy" ne fu segnato per la vita, e infatti gli altri due suoi maestri sono stati altrettanto bizzarri. Uno è James Brown, "The Godfather of the soul", il Padrino della musica soul, quello di "Sex machine", con il quale Al ha registrato anche un 33 giri. A quel tempo Al si chiamava ancora Alfred, fu James Brown a convincerlo. Il tuo nome va accorciato, gli disse, fatti chiamare Al Sharp. I due diventarono grandi amici, Al sposò una corista di James e nel 1974 gli fece ottenere la scrittura per un grande concerto nel giorno della sfida mondiale tra Mohammed Alì e George Foreman. Il mondo della boxe gli aprì la strada a un’altra grande amicizia. Con Don King, il mitico impresario, famoso per l’improbabile ciuffo di capelli bianchi perennemente al vento.
Al Sharpton oggi è un politico da marciapiede che tenta il grande salto. Ha uno straordinario talento nel catturare l’attenzione dei giornali e dei mass media. Tom Wolfe aveva in mente lui quando, nel "Falò delle Vanità", raccontò il personaggio del Reverendo Bacon. Gli avversari lo considerano un buffone, un divo di Hollywood, uno che cerca solo pubblicità, una creatura dei giornali. La sua ultima battaglia è dirompente, una di quelle che riescono a mobilitare i neri e a far infuriare i bianchi: la società americana deve risarcire moralmente ed economicamente la comunità nera per aver imposto la schiavitù. I giornali e le tv vanno matti per questi show. Sharpton lo sa, e sfrutta alla grande la sua straordinaria abilità di far crescere i pregiudizi della popolazione bianca.

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