C’è un grande romanzo di Philip Roth che sembra suggerire una via d’uscita al conflitto medio-orientale, ed è interessante perché coincide sia con la scombiccherata politica europea sia con quella dei paesi arabi. "Operazione Shylock" racconta la storia di un israeliano convinto che il suo paese e il suo popolo si trovino sull’orlo di un Secondo Olocausto, questa volta messo in pratica non dai tedeschi e dai complici europei ma dagli arabi, dai milioni di musulmani che circondano Israele. Questa guerra non si può vincere, dice. Per evitare la catastrofe non serve l’esercito, non si devono occupare territori, non è necessario costruire insediamenti né ammazzare tutti gli arabi che capitano a tiro.
C’è da lasciare il paese – continua il personaggio del libro – riconoscere che il sionismo ha fallito, ammettere che essersi rinchiusi in uno staterello circondato da nemici è come essersi volontariamente ricacciati in un campo di concentramento. La soluzione è semplice: ritiro dalla West Bank, dalla Striscia di Gaza, dal Golan e poi da Israele, da tutta la Palestina. Noi, dice il protagonista, torniamo da dove siamo venuti, ciascuno nel proprio paese d’origine, in Polonia, in Germania, in Francia eccetera. E’ il Diasporismo, bellezza. La fine dello Stato ebraico per autoscioglimento consensuale, senza vittime, una cosa indolore che ci risparmia una Seconda Shoah. Il protagonista di "Operazione Shylock" conta sul fatto che l’Europa non è più quella di 60 anni fa, ora è democratica, liberale, condivide i valori della civiltà e della tolleranza, insomma non permetterebbe mai più quello che con ignavia concesse ai nazisti.
D’accordo, si tratta di fiction. Ma in fondo quale altra soluzione c’è al massacro medio-orientale? Qual è la politica alternativa a quella legittimisssima di Ariel Sharon? Noi europei non vogliamo che si difendano dai kamikaze, ma certo non possiamo chiedergli di farsi uccidere senza reagire, di mettersi in fila al mercato in attesa della bomba come sessanta anni fa si mettevano ordinati sui vagoni piombati.
Allora gli ebrei sperarono che qualcuno, e quel qualcuno eravamo noi europei, li salvasse dalla follia hitleriana, ora per loro fortuna contro la follia araba possono contare sui carri armati. Never again, mai più, no? E allora se si vuole evitare lo scontro finale, tanto vale – come dice il personaggio di Roth – andarsene. E’ questa l’unica alternativa a Sharon (e a Barak e a Peres e a Netanyahu). Fine del casino in Medio Oriente, e primo grande successo politico dell’Europa post bellica.
Se si esce dalla fiction e si torna alla realtà, ci si imbatte in un problema mica semplice. Gli ebrei, d’accordo, tornano a casa, ma le loro case non ci sono più, né le loro terre né le loro proprietà. I loro beni sono stati requisiti, sottratti, rubati, razziati prima, durante e dopo la Soluzione finale. Lascerebbero in pace i palestinesi, d’accordo, ma ora dove li mettiamo questi ebrei?
Un problema simile con gli ebrei lo abbiamo avuto sessanta anni fa, quando si decise di regalare loro uno Stato nei luoghi santi dell’ebraismo. Certo, gli fu concesso come riparazione morale dell’Olocausto, almeno questo si dice oggi per contestare la legittimità storica di Israele, ma già allora nessuno aveva intenzione di restituire le proprietà sottratte agli ebrei in fuga, e quindi "evviva lo Stato ebraico", così ce li togliamo dai piedi, ci puliamo la coscienza mantenendo la pancia satolla.
Ariel Sharon è soltanto un alibi, l’uomo dietro il quale mascherare il nostro antisemitismo. E’ l’Olocausto la radice del nuovo antisemitismo europeo. Finché l’Europa non si libererà di questa ossessione di sessanta anni fa; finché un altro sterminio di quella portata non sarà eseguito da qualcun altro; finché l’unicità della Shoah non sarà smentita dai fatti; finché tutto ciò non si verificherà, l’Europa si sentirà sempre colpevole, porterà con sé il peso di quella carneficina, e non riuscirà mai a liberarsene, non diventerà mai adulta. Mi chiedo, dunque, se non scatti qualcosa di psicologico, di interiore, di non so che, nell’atteggiamento europeo su Israele. In quell’altrimenti strano comportamento che ci fa criticare la risposta militare della democrazia israeliana piuttosto che la premiata macelleria di Arafat; che ci spinge a bloccare i carri armati con la stella di David piuttosto che i kamikaze e la cultura della morte per sé e per più sporchi ebrei possibili.
C’è, ci deve essere, una spiegazione psicologica. Ci sarà qualcosa nel nostro inconscio che ci indica una via per espiare la colpa di sessanta anni fa. E questa vocina non può che dirci di scovare un altro macello di quelle dimensioni per dimostrare che non siamo solo noi i carnefici, che c’è qualcun altro altrettanto responsabile, qualcuno che sta compiendo ora quello che abbiamo fatto noi allora. E chi meglio degli ebrei stessi, delle nostre vittime di allora, può aiutarci a liberare la nostra coscienza? Accusarli, trasformarli in carnefici, in nazisti. Questo ci diciamo. Guardate cosa stanno facendo, guardate come stanno massacrando gli arabi. Proprio loro. Gli ebrei.
25 Aprile 2002