Camillo di Christian RoccaRecensioni rock

ELISA – Asile’s world (Sugar)
La prima volta è stato difficile. E infatti non c’è riuscito. Codardia. La seconda, preso il coraggio in mano, l’appassionato di musica è entrato in negozio. E guardandosi le spalle e con circospezione ha chiesto il disco. Sperando che nessuno lo riconoscesse. Non aveva mai comprato un disco sanremese. Questa è stata la prima volta. Non per snobberia, ma perché non aveva mai sentito l’esigenza. Solitamente la musica di Sanremo è brutta. Quando Elisa è salita sul palco del festival della canzone italiana era attento e distratto come sempre quando c’è Sanremo. Poi quell’attacco copiato a piene mani da Peter Gabriel. L’appassionato si è sistemato in poltrona e per una settimana ha tifato per Elisa. Quando lei ha vinto lui era felice come un bambino. Per due mesi ha canticchiato "Luce che cade dagli occhi sui tramonti della mia terra". Gli è sembrato subito un bel pezzo, davvero, ma onestamente pensava che il resto del disco non potesse essere all’altezza. Poi ha letto un’intervista a Elisa, nella quale lei diceva di ascoltare i Sigur Ros. Ora dovete sapere che i Sigur Ros sono uno dei più interessanti gruppi del momento. Sono islandesi (e lui li ha ascoltati in un bel concerto, a Milano, il 12 aprile). E non facilissimi da ascoltare. Somigliano ai Radiohead di Kid A. Peter Gabriel più Sigur Ros, uhm Ha acquistato il disco di Elisa. Ed è il miglior prodotto italiano degli ultimi anni. Un disco che regge il paragone con i dischi delle celebrate cantanti straniere. Elisa non ha ancora uno stile suo, definito. A volte si ispira a Bjork, altre a Suzanne Vega, qua e là a Kate Bush. C’è chi dice che la sua voce e la sua musica somiglino a quelle della cantante dei Cranberries. Forse è un’operazione studiata a tavolino. Anzi lo è certamente. Ma Asile’s world non è un dischetto da juke box, non è un disco di musica leggera, come si dice in Italia. E’ un disco pieno di belle canzoni in inglese. Un brano è prodotto da Howie B, il dj che ha prodotto gli U2. Elisa deve ringraziare Caterina Caselli che le ha messo a disposizione mezzi inusuali per un disco italiano e che ha creduto e crede in lei. Ora quella persona che è entrata nel negozio non si vergogna più.

DAVID SYLVIAN
Dead bees on a cake (Virgin)
Non si faceva sentire da un po’ di tempo David Sylvian, l’ex leader dei Japan e solista di talento nella seconda metà degli anni 80 (a proposito, dove sono finiti quelli che lamentavano la povertà musicale di quegli anni?). Qualche disco d’avanguardia e la lunga (e fruttuosa) collaborazione con Robert Fripp sembravano aver allontanato quel cantante di culto da produzioni da hit parade, eppure ugualmente sofisticate ed eleganti. "Dead bees on a cake" segna, invece, il ritorno alle atmosfere di "Brilliant trees" (1983) e, sopratutto, di "Secrets of the beehive" (1987). Sylvian, ormai quarantenne, confeziona un album senza picchi ma godibilissimo, da ascoltare e riascoltare, meglio se di notte o nelle fredde mattine d’inverno (ma questo è ormai impossibile). Con lui, nel disco, c’è un "parterre de roi": Ryuichi Sakamoto, il fratello Steve Jansen, il chitarrista dei Lounge Lizard (e di Tom Waits) Marc Ribot e i jazzisti Kenny Wheeler (tromba) e Bill Frisell (chitarra).

U2
Pop (Mercury)
"Ci interessa la nuova scena del rock, piena di cambiamenti e di novità – dice Bono, cantante e leader degli U2 – noi vogliamo essere audaci, arrivare alla gente e rinnovarci continuamente. Come faceva un genio come Andy Wharol". E infatti, gli U2, dal genio della Factory prendono a prestito "Pop" per il titolo del loro undicesimo disco e le arcinote, e forse un po’ abusate, fotografie per illustrare se stessi sulla copertina così come Warhol fece con Marilyn Monroe. Il nuovo disco della "migliore band rock del mondo" è stato preceduto da polemiche su una presunta svolta artistica, in realtà commerciale, di Bono & Co. E invece sono gli U2 di sempre. Quelli che non si accontentano del loro successo e per questo non sfornano dischi uguali uno all’altro, quelli che non si ripetono proprio per rimanere se stessi. Non c’è più Brian Eno, l’artefice dei loro grandi successi prima e della svolta elettronica di Zooropa poi, e nonostante se ne sentano gli echi (il brano d’apertura "Discotheque" sarebbe entrato perfettamente in Zooropa), il genio del produttore e musicista inglese manca. La produzione di Flood, ormai quasi il quinto membro del gruppo, e di Howie B, considerato il numero uno delle nuove sonorità trip hop e jungle, è moderna, vivace ma forse un po’ meno "pulita" di quanto sarebbe riuscito a fare Eno. Batterie elettroniche, ritmi accelerati, campionamenti, voci distorte e tutte le altre diavolerie della musica techno durano solo per metà del disco, piano piano l’album scivola verso le sonorità più abituali per gli U2: dal sicuro successo di "Staring at the sun" fino al blues dalle atmosfere spaghetti western di "Wake up dead man". Insomma, gli U2 "non hanno ancora trovato quello che stanno cercando" come loro stessi dicevano ai tempi di "The Joshua tree".

DAVID BOWIE
Eart hl i ng (Bmg)
Cinquant’anni, come si dice, e non li dimostra. David Bowie, il duca bianco del rock, torna con "Eart hl i ng", suo ultimo disco dopo i trionfi di critica del precedente "Outside". Tra i grandi vecchi del rock mondiale, Bowie è uno dei pochi che non fa rimpiangere il proprio passato artistico. Spiace, ma bisogna rifare lo stesso discorso fatto per gli U2: ogni suo nuovo disco fa storia a sé, anche se in "Eart hl i ng" c’è il solito Bowie. La capacità di rinnovarsi rimanendo ben saldo alla sua particolare e originale storia musicale è la cifra professionale del musicista inglese. Questo gli consente di essere sempre diverso da se stesso eppure uguale; moderno e anticipatore eppure coerente. Più di Outside, che era prodotto da Brian Eno, il nuovo lavoro del musicista inglese esprime il sentimento di chi si sente protagonista dell’Era di caos incombente. Come già in "Space Oddity", Bowie crea suoni, musica e parole sulla paura per l’apocalisse imminente. Questa volta sceglie le nuove sonorità jungle e il drum & bass, (la tecnica musicale campionata al computer che in questi anni ha fatto ballare nelle discoteche techno di tutto il mondo), per dare corpo alle sue visioni oniriche e ai suoi incubi millenaristi. Lo straordinario impatto sonoro della sua voce e i potenti e lancinanti riff della chitarra di Reeves Gabriels completano un tappeto ritmico e melodico che non ha pari nel panorama musicale. E per il quale lo si può perdonare per la scontata omelia antiamericana e antimperialista di "I’m afraid of americans", ispirata dall’apertura di un McDonald’s nell’isola di Java. Il disco è stato registrato in soli cinque giorni al termine del tour di Outside. Per la prima volta da "Diamond Dogs", Bowie torna a prodursi. Brian Eno, il guru della musica moderna che gli aveva curato Outside, qui firma solo un pezzo, ma la sua influenza si sente, eccome. Altra analogia evidente con il disco degli U2: Brian Eno non c’è, ma allo stesso tempo è come se ci fosse e se ne sente la mancanza. Si apprezzano i riferimenti ai Led Zeppelin e ai Beatles, quasi fosse un disco hard-core e contemporaneamente beat, e al primo David Bowie, quasi fosse un disco del Duca bianco.

PHISH
Billy Breathes (Cgd-East-west)
I Phish sono una band famosa per le sue esibizioni dal vivo e mai in uno studio di registrazione erano riusciti a ricreare quelle dense atmosfere dei concerti. Spesso i loro dischi suonavano claustrofobici, meccanici e oltremodo cerebrali. Questa volta tutto cambia e sono riusciti a costruire un album che è l’evoluzione di un certo rock progressive degli anni Ottanta. "Billy Breathes" è una specie di lunga suite dove l’influenze dei Genesis e dei Beatles in particolare, ma anche dei Grateful Dead; di Frank Zappa, dei Pink Floyd e di Derek and the Dominos non si contano. Trey Anastasio, chitarrista e front man del gruppo, riesce a creare anche atmosfere bluesegianti rifacendosi agli Allman brothers e a Eric Clapton: "Free" il brano d’apertura è in pieno stile Cream. Anastasio ammette di sentire "molta musica: da Brahms a Kurt Cobain", ascolto che gli consente di cogliere sempre qualcosa di nuovo: "Non penso di creare musica – dice Anastasio – semplicemente mi sintonizzo con essa in modo che anche altre persone possano sentirla". Prodotto da Steve Lillywhite, le tredici canzoni del mai noioso disco dei Phish si ascoltano tutte d’un fiato, proprio per l’infinita serie di citazioni che contengono. Le più riuscite sono "Waste" con quel suo melanconico ritornello e la title track "Billy Breathes" che intristisce perché fa capire che cosa ci siamo persi con la separazione di Peter Gabriel dai Genesis.

MOSE ALLISON & VAN MORRISON
Tell me something
The songs of Mose Allison (Verve)
Non è proprio un disco rock, questo compact che mette insieme alcune delle più belle canzoni del compositore e pianista Mose Allison. E’ uno straordinario tributo, piuttosto, al blues più dolce e intenso. O forse nemmeno questo, tale è il suo jazz mood. Mose Allison è uno dei più grandi cantauori del secolo, così almeno lo definisce Van Morrison, uno che se ne intende. Nei suoi trentacinque anni di carriera, Allison ha avuto un successo commerciale inversamente proporzionale all’influenza esercitata in generazioni di cantautori. Dischi, infatti, ne ha venduto pochissimi, ma molti musicisti hanno subìto il fascino della sua moderna cifra artistica. Van Morrison, Ben Sidran e Georgie Fame definiscono questo loro progetto "un parto d’amore", un omaggio al vecchio Mose, reso ancor più raro e intenso dal contributo, in un paio di canzoni, dello stesso vecchio bluesman nato nel 1927 dalle parti del delta del Mississippi.

SUZANNE VEGA
Nine Objects of desire (A&M-Polydor)
Suzanne la cantastorie, Suzanne la folksinger torna con questo album ben confezionato a quattro anni di distanza dal precedente " 99.9 F° ". Sembrava fosse sparita, lei, Suzanne Vega, la capofila, negli anni Ottanta, delle nuove donne del rock. Sembrava anche lei svanita nel nulla, come le sue effimere epigone, sommersa dalla nuova ondata anni Novanta delle Alanis Morisette, Sheryl Crow e delle PJ. Harvey. Invece è tornata. Nel frattempo si è sposata (con Mitchell Froom, tastierista e produttore del disco) e ha avuto una bambina, Ruby. Il disco riflette questa nuova condizione di mamma, che consente alla Vega di mettere da parte le frustrazioni e le asprezze degli inizi della sua carriera. Le atmosfere sono più personali, più intime, ma non per questo melense. I testi dei suoi "nove oggetti del desiderio" (la figlia, il marito, Lolita, la morte, tre uomini, una donna e la mela) sono, come al solito, molto curati, la novità sta negli arrangiamenti più ricercati ed eleganti rispetto ai precedenti quattro dischi. "Mi piace presentare al pubblico le diverse sfaccettature della vita" dice Suzanne Vega, presentando il suo disco. E, infatti, ‘Birthday’ e ‘World before Columbus’ (il pezzo più riuscito, ai livelli di ‘Luka’ e Marlene on the wall’) parlano del rapporto madre figlia, ‘Honeymoon suite’, invece, racconta della sua recente luna di miele a Parigi.

SHERYL CROW
Sheryl Crow (A&M, Polydor)
Le radio americane, un paio d’anni fa, non smettevano di suonare quel disco di una giovane cantautrice del Missouri con quel ritornello "Run, baby run, baby run" che una volta ascoltato non ti lasciava più. La consacrazione di Sheryl Crow è avvenuta durante un concerto di Bob Dylan. Toccava a lei aprire il concerto. "Tutti mi dicevano che il pubblico di Dylan va ai concerti per vedere lui e che non vede l’ora che il supporter lasci il palco", ricorda Sheryl. Una sera ha cominciato a suonare la chitarra, quando a un certo punto si è accorta che l’amplificatore non era acceso. "L’incoveniente è stato provvidenziale, ho fatto una battuta sull’incidente tecnico e il pubblico si è trasformato. Voleva solo sapere se io ero vera". E Sheryl, senza dubbio, vera lo è. Questo suo secondo disco lo dimostra in pieno. Ha composto le canzoni, le ha prodotte (con l’eccezione di due brani, nei quali ha potuto contare sull’apporto di Mitchell Froom, il marito di Suzanne Vega), e ha suonato la maggior parte degli strumenti, chitarra in testa. Il successo al Woodstock II non le ha dato alla testa. La sua è una musica a metà tra il country e il blues, tra la ballata dolce e i riff tipici del rock. "Il mio strumento preferito è l’organo Hammond" tiene a precisare Sheryl che sottolinea come l’influenza di Memphis, dove è cresciuta, e di New Orleans, dove ha registrato l’album, si nota nelle sue nuove composizioni. Senza dimenticare le due splendide versioni di "Hard to make a stand" che, invece, si rifanno alle sonorità dei Rolling Stones, e in particolare alla splendida "Ruby Tuesday" di Mick Jagger & Co. "If it makes it happy" sta ripetendo il successo della hit del primo disco, mentre "Love is a good thing" ha provocato polemiche fin dal primo giorno di uscita del disco. Sheryl scrive, e canta, un durissimo atto d’accusa contro la libertà di acquistare armi da fuoco nei grandi magazzini. Forse, però, per il buon esito delle vendite del suo disco, ha fatto l’errore di citare come esempio i magazzini Walmart che, per tutta risposta, hanno deciso di non vendere il disco nei loro negozi.

ORQUESTRA WAS
Forever’s a long, long time (Verve)
Don Was è un nome, a torto, poco conosciuto. In realtà è una specie di genio. Come musicista, insieme con il fratello David, ha dato vita a una band innovativa dai tratti un po’ pazzoidi, i "Was (not was)". Nati a Detroit, i fratelli Was hanno miscelato le sonorità soul-funk tipiche della Motown con un cocktail di jazz, heavy metal, rap e blues. Sono riusciti a tal punto nell’impresa che il quotidiano "Liberation" definì un loro album "le disque du siècle". Ma Don Was non si è fermato a questo, ha fatto anche il produttore dei Rolling Stones, Bonnie Raitt, Bob Dylan, Willie Nelson, Iggy Pop, Elton John, Joe Cocker, K.D. Lang e B-52’s, anche qui con tale genialità e perizia da essere definito il nuovo Quincy Jones. Ora si è buttato a capofitto nel nuovo progetto, l’Orquestra Was, progetto che non è solo musicale.
Il suo compact disc, infatti, non contiene esclusivamente canzoni e ballate blues, ma anche immagini: un film, cortometraggio, prodotto da Francis Ford Coppola. Quindici minuti, in uno splendido bianco e nero, in cui Don Was dirige il vocalist della band Sweet Pea Atkinson nel ruolo di un giocatore d’azzardo di Detroit. Al progetto collabora anche un attore "vero", Kris Kristofferson nella parte del fantasma di Hank Williams. Secondo Was "il film e la musica sono una cosa sola, non si possono scindere. I singoli brani sono stati scelti perché erano tagliati su miusura per il film". Il punto di partenza musicale sono le canzoni di Hank Williams, riarrangiate ed eseguite dalla nuova formazione che può contare anche su Herbie Hancock e Terence Blanchard.

BLUR
Blur (Food/Parlophone)
Il Brit-pop cambia pelle. Al suo quinto album, la band di Damon Albarn abbandona certe atmosfere melense dei lavori precendenti e confeziona un disco coraggioso con un suono ruvido, underground, quasi "grunge" e a tratti trip-hop. E’ un nuovo inizio questo dei Blur, non a caso l’album è intitolato semplicemente con il loro nome. Veste grafica scarna, (il booklet di due paginette non contiene nessuna informazione), anche i testi sono "normali", né spiritosi né pretenziosi. Un disco difficile per i fan della band nata a Colchster, Essex. Ma il chitarrista Graham Coxon è sicuro: "Potrebbe essere uno shock per qualcuno, ma un gran numero di persone lo adorerà".

US3
Broadway & 52nd (Blue Note)
"Si dice che si ha un’intera vita per fare il primo album e sei mesi per fare il secondo, se il primo è stato un successo", dice Geoff Wilkinson, ex dj underground londinese e produttore-pioniere dell’ibrido jazz-hip hop. E invece gli Us3 hanno fatto passare due anni dal clamoroso successo di "Hand the Torch", album che conteneva la rivisitazione pluriascoltata di "Cantaloop" di Herbie Hancock e che il Wall Street Journal aveva definito "il migliore matrimonio misto mai realizzato tra jazz e rap". Broadway &52nd è il frutto di un’accurata ricerca sui cataloghi jazz e soul della Blue note, i cui brani sono stati campionati e rimixati poi al computer. Con l’aiuto di due giovanissimi rapper newyorkesi, KCB e Shabaam Sahdeeq, Wilkinson ha rivoluzionato la formazione precedente della band perché. Dice il leader del gruppo: "Mi piace l’idea di far partecipare ai miei progetti gente nuova. Così la musica non diventa ripetitiva e il risultato è più originale".

ROMEO & JULIET
DI WILLIAM SHAKESPEARE
Colonna sonora (Capitol)
Le riviste specializzate sostengono che Shakespeare non è mai stato rappresentato meglio come nella colonna sonora di Romeo & Juliet, il film cyber punk che proietta la celeberrima opera del bardo di Stratford-on-Avon nel 2000. Il paragone forse è un po’ esagerato ma la colonna sonora, sia per la qualità e l’intensità delle canzoni, sia per la bravura degli interpreti è certamente prodigiosa.
A partire da "#1 Crush" dei Garbage fino a "Kissing you" di Des’ree e a "Little star" di Stina Nordenstam, l’album è un tripudio di nuove e brillanti sonorità che accompagnano con efficacia le immagini del film. Il disco, che è anche un cd-rom, si può ascoltare anche con il computer grazie a un programma che permette di sentire le canzoni sfogliando il book con i fotogrammi dell’opera cinematografica.

JACKSON BROWNE
Looking east (Elektra-Cgd)
L’alfiere del folk-rock, il sacerdote della musica inconfondibuilmente "west coast", è tornato. Jackson Browne questa volta guarda a Est, come suggerisce il titolo dell’album. Ma la sua "schiena verso il mare" fa capire che si trova sempre lì, in California. La sua homeland. Così come a Los Angeles si trova anche in "The barricades of heaven", "Culver moon", "Niño" e in tutti gli altri brani dell’album. Alla soglia dei cinquant’anni, Browne ha sempre quell’aria da eterno ragazzo, in prima linea nelle battaglie contro tutti i "mali" del pianeta: il nucleare, la tortura, la deforestazione dell’Amazzonia, la violazione dei diritti civili. E il pionere del politically correct dà alle stampe un disco colmo di impegno pacifista e sociale che, alternato a testi intimistici e personali, è colorato dalle melodie dolci e malinconiche tipiche del suo rock morbido.

THE BEATLES
The Beatles video anthology (Apple-Emi)
Lo spinello fumato nel bagno di Buckingam Palace, poco prima di ricevere il titolo di baronetti dalla Regina Elisabetta, in realtà era una poco irriverente sigaretta di semplice tabacco. John Lennon per scandalizzare il mondo dei benpensanti disse di aver fumato marijuana. Racconta oggi Ringo Starr: "Eravamo nervosi per l’incontro con la Regina, andammo in bagno a fumare una sigaretta per rompere la tensione". Summa antologica dell’epopea dei quattro ragazzacci di Liverpool, le otto-videocassette-otto, uscite da pochi giorni in Italia sono ricche di aneddoti ed episodi inediti, per un totale di dieci ore di interviste, concerti, registrazioni televisive e alcune gustose chicche. Come quella di John Lennon che, durante una sessione di prove, si avvicina con la chitarra all’altoparlante mandandola in distorsione, scoprendo senza volerlo il feed-back. "Lo voglio – disse eccitato di quel rumore – lo voglio nel disco", e quello strano suono di chitarra distorta fece la sua comparsa nella scena del rock. Praticamente, dice oggi Paul McCartney, "John aveva inventato Jimi Hendrix". The Beatles Anthology è l’opera definitiva sulla storia dei quattro scarafaggi di Liverpool, progetto che fa il paio con i due doppi cd usciti nei mesi scorsi con lo stesso titolo. "Free as a bird" e "Real love", i due brani che hanno riunito grazie al computer, John Lennon e i tre beatle superstiti, sono stati un incredibile successo nonostante siano passati oltre venticinque anni dallo scioglimento dei Fab Four. Il terzo episodio dell’antologia, questa volta pare senza operazioni di ripescaggio della voce di Lennon, uscirà in tutto il mondo il 23 ottobre prossimo.

PLACEBO
Placebo (Virgin)
In Lussemburgo l’americano Brian Molko era compagno di scuola elementare di Stefan Olsdal, svedese. In sette anni di frequentazione scolastica gomito a gomito, i due non si sono praticamente mai rivolti la parola l’un con l’altro. A diciassette anni l’americano Brian si trasferisce a Londra e, per caso, in metropolitana, incontra il vecchio compagno di scuola Stefan lo svedese. Si scambiano i numeri di telefono, "ma, si capiva, soltanto per cortesia". Quella sera l’americano Brian cantava in un locale e Stefan andò a sentirlo. Di lì a poco nacquero i Placebo. Brian suona la chitarra e canta, Stefan suona il basso, i due si avvalsero di un altro compagno di classe: Robert Shultzberg (batteria) che in Svezia aveva studiato, e suonato, con Stefan. Gli intrecci scolastici dei Placebo hanno prodotto questo buon debut album difficilmente etichettabile. Il trio chitarra-basso-batteria in alcuni momenti riecheggia il regatta de blanc dei Police e in altri il punk più spinto. Sponsorizzati da David Bowie che li ha voluti con lui nella sua recente tournée, i Placebo suonano un rock definito "l’antidoto al Brit-pop", la nuova ondata inglese guidata dagli Oasis e dai Blur. E questo può bastare a chi ne ha piene le tasche dei sedicenti epigoni dei Beatles e dei Rolling Stones.

TRAINSPOTTING
Original soundtrack (Emi)
Finalmente esce anche in Italia il film che ha entusiasmato critica e pubblico dello scorso Festival di Cannes: Trainspotting tratto dal romanzo dello scozzese Irvine Welsh. Un po’ ‘Cristiane F. I ragazzi dello zoo di Berlino’ un po’ ‘Arancia meccanica’ un po’ ‘Pulp Fiction’, Trainspotting è il cult movie sulla gioventù bruciata degli anni Novanta. Raccontato in modo crudo, quasi oltraggioso, anche se ricco di humor nero, il film è la storia di un gruppo di eroinomani di Edimburgo che si definiscono "drogati per scelta". Dice a un certo punto, siringa in mano, e mentre si allaccia stretto sul braccio il laccio emostatico, uno dei protagonisti: "Prendete il miglior orgasmo che abbiate mai avuto, moltiplicatelo per mille e sarete ancora lontani dal piacere che provoca una pera". La colonna sonora non è da meno. Ed ecco infatti i ‘maledetti storici’ come Iggy ‘Iguana’ Pop, Brian Eno e Lou Reed (con Perfect day), e i ‘nuovi maudit’ Primal Scream, le punkeggianti Elastica e gli alfieri del romo (il romantic modernist, recente fenomeno musicale british). Tutti insieme a contribuire, con il loro campionario di musica frenetica, irriverente e variopinta, alla riuscita di questo film evento. Accanto ai mostri sacri, ci sono anche i rivali degli Oasis, i Blur e il loro front-man Damon Albarn, per la prima volta nella veste di solista.

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