Camillo di Christian RoccaELOGIO DELL'AMERICANATA a partire da Spider Man

E’ uscito Spider Man, il film. Sembrerebbe la classica americanata, in realtà non lo è, e cercherò di spiegarlo. E’ un film piacevole, ma non un granché, la sceneggiatura è poverina. Gli attori uhm. Diciamo che Tobey Maguire è bravo, ma troppo basso anche per un uomoragno. Però tra tutti i supereroi visti sullo schermo, il suo Spider Man è quello che più di ogni altro esprime il lato umano che all’anagrafe risulta essere di Peter Parker. Kirsten Dunst, cui Vanity Fair ha dedicato la copertina di questo mese, interpreta la ragazza di cui Parker-Spider Man è innamorato, e non vincerà certo l’Oscar per l’interpretazione. William Dafoe è un po’ macchiettistico nella parte del cattivo; strepitoso, invece, J.K. Simmons nel ruolo del direttore del Daily Bugle, anche se meno strepitosa è l’insegna del giornale che sporca la bellezza del Flat Iron di New York, uno dei palazzi più belli del mondo.
Gli effetti speciali sono belli, c’è Spider Man che come nei fumetti della Marvel si sposta da un edificio all’altro, lancia ragnatele ogni due secondi, e in fondo sembra di stare dentro a un realistico videogame. Ma chissà perché io me lo aspettavo diverso, mi sarebbe piaciuto vedere l’uomo ragno danzare sulle pareti lisce dei grattacieli come i samurai della Tigre e il Dragone, schivare i colpi del cattivone come Keanu Reeves in Matrix, in quel leggiadro e miracoloso modo che è appunto irreale ma paradossalmente più realistico della perfezione creata dal computer.
Poi c’è il finale. E di questo vorrei parlare, del finale di Spider Man, dei finali, degli happy end dei film americani. Quelli che quando li vediamo diciamo: "Bel film, peccato per quel finale hollywodiano", "la solita americanata" eccetera. Ecco, stando qui da qualche giorno, ho cominciato a capire perché gli americani fanno quei finali, quegli ultimi fotogrammi che a noi europei che ragioniamo in modo opposto ci sembrano esagerazioni degli studios, cavolate dell’industria hollywodiana che lava i cervelli, sogni di celluloide, e tutte quelle balle lì. Balle, appunto. I finali dei film americani sono, piuttosto, un esempio di Neorealismo, di descrizione accurata della realtà di questo paese. Si è detto che l’11 settembre è sembrato un film. E’ vero il contrario. Quei senatori che piangevano e cantavano l’inno nazionale sulla scalinata di Capitol Hill erano in carne e ossa; le parole di Bush sul bene che prevarrà sul male erano reali; "United we stand" era il sentimento vero di ogni singolo cittadino. Gli americani sono così. E basterebbe seguire attentamente i loro film per capire la loro politica estera, per quale diavolo di motivo la loro economia cresce così tanto, perché sono il paese più avanzato, perché sono i leader del mondo.
Vogliamo capire la guerra al terrorismo? Vogliamo sapere se Bush bombarderà Saddam oppure no? Bene, guardiamoci Spider Man, abbassiamo le sopracciglia e prendiamo appunti quando arriva il finale del film. Parker bacia la sua amata, che le giura eterno amore. E’ il momento che aspettava da tutta la vita, per la precisione da quando aveva sei anni e la famiglia della bambina si trasferì nella casetta accanto alla sua. La bacia. Ma le dice che non può. La sua missione è un’altra, e deve seguirla perché "chi ha un grande potere ha anche grandi responsabilità". E’ quella volta che Parker-Spider Man non si fece carico di questa responsabilità, accadde una disgrazia. L’Uomo Ragno non aveva usato i suoi poteri contro un ladruncolo: in fondo che cosa gli interessava? mica aveva rubato i suoi soldi, li aveva rubati a un tipaccio orribile, ben gli stava. Però quel ladruncolo scappando uccide un signore anziano, e quel vecchietto era lo zio di Peter-Spider Man. E così, da quel momento, quella è la missione di Spider Man, così come quella di ogni presidente, di ogni marine, di ogni americano comune di fronte a "the Evil", il Male, e di volta in volta potrà chiamarsi Hitler, Stalin, Bin Laden o Folletto verde.
Il concetto lo spiega ancora meglio un altro film orribile che ho visto qualche giorno fa, "Il re scorpione", campione d’incassi in tutto il paese. Sono andato a vederlo per capire che cosa piace agli americani, non credendo alla mia prof d’inglese secondo la quale il film più bello di sempre è Pani e Tulipani di Silvio Soldini. Bene, in questo Re Scorpione dove si ammazzano come bestie, e si dànno pugni come neanche Bud Spencer; in questo film dove il pensiero più articolato è uno sganascione nelle parti basse dell’avversario, c’è un finale che spiega l’America meglio di Alexis de Tocqueville. Il buono ha sconfitto il cattivo ed è diventato Re. Tutto è finito bene, il solito happy end, ma il Re riceve un consiglio dall’amico che lo ha aiutato a battere il Male. Gli dice: "Live free, rule well", "vivi da uomo libero e governa bene". Governa bene, gli dice.
A noi europei, spettatori sia al cinema sia nei conflitti globali, non ci resta che stare sereni. Gli americani combatteranno finché il Bene prevarrà. E lo faranno ci piaccia o no. Sentiremo la tromba del settimo cavalleggeri, e arriveranno i nostri. Il Male sarà sconfitto. Come nel 1945, nel 1989 e come in ogni bel finale di film americano.

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