Camillo di Christian RoccaSIAMO TUTTI CORRISPONDENTI

Nel mondo privilegiato e ristretto dei corrispondenti stranieri di stanza a New York è scoppiato un caso. Il caso di un giornalista inglese, Daniel Jeffreys, che si è inventato di sana pianta una storia. Cioè la storia è vera, l’esecuzione in Georgia di Tracy Housel, una cittadina britannica condannata per omicidio. Daniel Jeffreys ci ha montato su la panna. Ha raccontato ai lettori del Daily Mail di Londra gli ultimi momenti di questa donna che dopo aver passato 16 anni nel braccio della morte, si apprestava a essere uccisa per mano della legge. Jeffreys in fondo non ha fatto niente di male, se non quello che non andrebbe mai fatto, e cioè scrivere un articolo strappalacrime e con il cuore in mano. Pochi metri e soltanto un vetro lo separavano dalla disgraziata, ha raccontato. "Quello che ho visto  ha scritto solennemente sconvolgerà i miei sogni per tutta la vita. Si poteva leggere il labiale di Tracy Housel dirci ‘vi amo’ ".
Leggere il labiale è difficile, specie se al momento dell’apertura della bocca ci si trova in un parcheggio della Georgia. Jeffreys, infatti, non è mai entrato in carcere, è rimasto seduto dentro la sua automobile. Lo ha detto al New York Magazine, la portavoce della prigione Peggy Chapman: "Il signor Jeffreys ha cercato di partecipare all’esecuzione come osservatore, ma la sua richiesta è arrivata troppo tardi. I dettagli di cui ha parlato nell’articolo li avrà tratti dalla fotografia che abbiamo distribuito a tutti i giornalisti". E’ la fiction, bellezza. E tu non puoi farci niente.
La cosa però ha fatto incavolare gli altezzosi colleghi britannici di Jeffreys, non per lesa professionalità, e balle varie. Ma perché si sono dovuti sorbire i cazziatoni dei loro direttori, incavolati neri che il Daily Mail avesse il labiale eccetera e loro no. E così la comunità giornalistica inglese, per una volta ha messo da parte gli sfottò che solitamente riserva ai colleghi americani perché a) non bevono durante il lavoro; b) si fanno mille scrupoli con le note-spese; c) hanno questa ossessione del fact-checking, cioè la scocciante attività di controllare che le cose contenute nell’articolo siano vere.
"Scrivere da New York è un lavoro molto competitivo ha detto un collega di Jeffreys  ma non si può competere con chi si inventa le cose". "Quello lì è una persona sgradevole", ha scritto il Guardian. "Si è inventato tutto", ha detto l’Independent. Al Daily Mail nessuno si è fasciato la testa, e non hanno pubblicato né scuse né smentite. Anzi, Jeffreys ha continuato a corrispondere come se niente fosse ma, tranquilli, quella storia sulla coppia di sordi che vuole un figlio sordo è vera, anche se sembra falsa.
I suoi colleghi si sono scatenati, e ora non fanno altro che raccontare di quella volta e di quell’altra che Jeffreys si sarebbe inventato le storie oppure avrebbe copiato da articoli già pubblicati. Anche in America qualcuno si era stupito che Jeffreys fosse stato il primo a entrare nei sotterranei del World Trade Center, per giunta scortato da un poliziotto del NYPD che anziché fermarlo gli avrebbe pure fatto da guida turistica. "Mi sono sempre chiesto  scrisse allora Jeffreys ­ che aspetto potesse avere l’inferno, ma ora che sono stato qui dentro sono in grado di darmi una risposta".
Anche allora volarono parole grosse dalle newsroom dei quotidiani inglesi verso i cellulari dei corrispondenti a New York: "Perché voi non ci siete riusciti?". Non ci sono riusciti, perché non era vero, come ha spiegato il poliziotto che Jeffreys aveva indicato come sua guida.

Lettura & riscrittura
Tutto il mondo è paese, come si dice, e le accuse di inventarsi le storie colpiscono i corrispondenti di ogni dove. Anche quelli italiani. Si raccontano aneddoti leggendari di interviste mai fatte, di viaggi sull’Air Force One mai avvenuti, di balle grandi così. I nomi non si fanno mai, tranne quello di Oriana Fallaci che è donna e fuoriclasse e quindi non le vengono mai risparmiate insinuazioni sulle sue strepitose "Interviste con la Storia" (in realtà anche lei non si risparmia con chi la diffama, anzi legna di brutto, fuck you, sputi, risarcimenti e quelle cose lì). Un altro è Vittorio Zucconi, che però ha fatto un passo avanti, più raffinato. S’è ritagliato, su D di Repubblica, una rubrica di "Storie dell’altro mondo" dove può liberamente e palesemente inventarsi ciò che vuole.
In realtà, con limitate eccezioni, il lavoro del corrispondente in un paese straniero non va molto oltre la lettura e la riscrittura di quello che i giornali locali hanno già pubblicato, e non solo perché non c’è niente di più inedito di ciò che è edito, ma perché da soli e con pochi mezzi non si può certo competere con una Cnn o un New York Times (lo stesso ragionamento vale per uno straniero in Italia e il Corriere della Sera).
La fonte primaria, dunque, è la stampa stessa. Certo bisogna stare più attenti di una volta, ora c’è la tv via satellite e c’è Internet che consente di leggere il Washington Post anche dalla spiaggia di Alcamo Marina, peraltro con sei ore di anticipo rispetto a chi alloggia a Georgetown.
(Il contenuto e le fonti della prima parte del presente articolo si trovano a pagina 12 del New York Magazine  May 6, 2002)

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