Camillo di Christian RoccaLong walk home, Peter Gabriel

Questa è una confessione. No, di più. Non so neanche che cosa sia, in realtà. Diciamo che è un articolo difficile. Mettiamola così: il mio mito è sempre stato Peter Gabriel. Lui, Peter Gabriel. Gli altri sono sempre venuti dopo. La prendo alla lontana, lo so. Ma non posso fare altrimenti, è una questione delicata. Avevo 13 anni quando mi capitò in mano la copertina gialla di "Selling England by the pound", dei Genesis. Con quel disegno di un barbone che finge di appisolarsi e invece ascolta cosa si dicono Ether, Jacob, Mr. Lewis, Mr. Farmer e Miss Mort. (I cultori noteranno la citazione da "I know what I like"). I Genesis di Peter Gabriel, insomma. E se qualcuno mi dice che in fondo anche i Genesis di Phil Collins non erano male, sono pronto a sfidarlo a duello. Quello, il nanerottolo calvo di professione batterista, ha ucciso i Genesis, cioè il miglior gruppo degli anni Settanta (anche se io li ho scoperti nel 1981) trasformandolo in una band sanremese che sfornava dischi da vilipendio, come l’orribile "Duke". Per dirla tutta, Phil Collins ha anche rovinato un album perfetto come "Selling England", cantando l’unica canzone trascurabile di quel capolavoro, "More Fool me", "sono sempre più scemo". Appunto.
Rovinare i gruppi deve essere una caratteristica dei batteristi wannabe leader. E’ successo lo stesso con la Pfm, straordinario gruppo progressive che appena Mauro Pagani lasciò nelle mani di Franz Di Cioccio (batterista) si ridusse a cantare "Chi ha paura della notte? chi ha paura?".
Il punto è che dovrei parlare del Peter Gabriel odierno, invece di divagare. Soltanto che non ci riesco. Ho visto PG dal vivo sei o sette volte, la prima – indimenticabile – a Londra, allo stadio del Crystal Palace, che da allora è diventata la mia squadra inglese preferita, nonostante sia un disastro specie dopo la cura di Attilio Lombardo. Vedete? Ci giro intorno. Non vado al dunque. E come potrei, al pensiero dei suoi concerti? Sappiate che si concludono sempre con un rito che ancora oggi mi lascia secco. Quando canta "Lay your hands on me", il pubblico raccoglie l’invocazione messianica, alza le braccia e aspetta che Peter si butti sopra le loro teste fidandosi dei suoi fan che prima lo trascinano al centro dello stadio e poi lo riconsegnano delicatamente al palco. Infine Peter canta "Biko" ("September 77, Port Elizabeth, weather fine"), il più efficace atto d’accusa contro l’apartheid sudafricano. Torni a casa e le orecchie ti rimbombano ancora con quel "Oh/Oh/Ohooo/Ohoooo-Ohooooo/Biko-Biko" che Peter urla una cinquantina di volte.
Cosa volete? che vi dica subito che il suo nuovo disco fa schifo? Datemi un’altra decina di righe, fatemi almeno canticchiare l’attacco di "Dancing with the moonlight nights", la prima canzone di "Selling England". Fa così: "Can you tell me where my country lies? Said the unifaun to his true love’s eyes". Prima di criticare Peter non posso dimenticare "The Lamb lies down on Broadway", il disco più bello dei Genesis. E tutti gli ellepì solistici. L’ultimo, "Us", di dieci anni fa, era talmente bello che lo mettevo sul cd soltanto se ero da solo, la presenza di qualcun altro m’infastidiva. "Us", "Noi", eravamo noi due, Peter e io. E basta. La bellezza di quei suoni e di quei testi non ho mai voluto condividerla con nessuno. Provate a riascoltare "Blood of eden", cantata in coppia con Sinead O’Connor, e poi ditemi se non ho ragione.
D’accordo, eccomi, ci sono. "Us", appunto è di dieci anni fa. Da allora Peter si è dedicato alla sua casa discografica, la Real World, la prima a scoprire e a portare nei negozi di tutto il mondo le tradizioni musicali asiatiche e africane. Ben prima che la musica etnica diventasse il borsello degli anni Novanta. Ha fatto bene. Ma voglio che Peter torni a fare il suo mestiere. Aspetto il nuovo disco, quello vero, "Up". L’uscita è stata rimandata una volta, poi un’altra, ufficialmente perché i R.E.M. stavano pubblicando un cd con lo stesso titolo. Non era vero, Peter non era pronto. Così uscì "Ovo", presentato come la colonna sonora di uno spettacolo teatrale, in realtà è un "mezzo disco". Ci sono un paio di ottime canzoni, in particolare quella dedicata a suo padre, e una manciata di brani strumentali. Belli, ma un disco vero è un’altra cosa. Ora pare che "Up" esca il 23 settembre. Vedremo. Intanto nei negozi c’è un’altra colonna sonora, l’ennesima. "Long Walk Home", tratta da un film australiano che s’intitola "Rabbit-Proof Fence". Ritmi aborigeni, percussioni africane, i violini indiani, un pizzico di elettronica e Peter che in sottofondo fa i coretti: "Oh/Ohoo/Oh/Ohoo (però splendidi in "Ngankarrpani"). Le solite cose, che hanno stancato. Che hanno trasformato Peter Gabriel in un Jovanotti che sa l’inglese. Peter, ti prego: basta. Non se ne può più. Fai un disco normale, voce-pianoforte-chitarra-basso-batteria. Canta e butta a mare ‘sta palla della musica etnica. Ti perdonerò anche il tuo matrimonio in Sardegna, come un Flavio Briatore qualsiasi. Anche se i continui rinvii mi fanno temere, penso che "Up", semmai dovesse uscire, non mi deluderà. Ti riscatterà anche dall’aver scelto Phil Collins come testimone di nozze. E’ stato terribile, renditene conto, Peter. Come se Max D’Alema lo avesse chiesto a Pietro Folena.
Christian Rocca

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