Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 11 settembre 2002

La
prima pagina di Repubblica (Rep.) di ieri, 10 settembre, è
assai confusa. Il titolo principale, scritto tra virgolette,
è: "Iraq, l’Italia è con gli Usa". Chi
ha detto questa frase? Il catenaccio, il sottotitolo, non lo
spiega, anzi parla d’altro: "Su Al Jazeera torna Bin Laden
e rivendica gli attentati delle Torri". E’ l’occhiello,
cioè il sommarietto sopra titolo, a svelare la paternità
della frase: "Berlusconi parla dell’intervento contro il
rais" (che è Saddam, ma non c’è scritto).
Questo è un vizio ricorrente nelle prime pagine di Rep.,
che nei suoi catenacci spesso dà un’altra notizia invece
che spiegare, come da regola, quella principale. E’ un errore
visivo, prima che giornalistico, infatti il lettore è
portato a far cadere l’occhio, e quindi a leggere, in base alla
dimensione del carattere dei titoli. Per cui, si comincia dalla
frase scritta più grande, poi si passa al catenaccio,
che ha una dimensione leggermente inferiore, e infine si arriva
al minuscolo occhiello.
Dalla prima pagina parte un lungo articolo di Bernardo Valli,
pensoso e ben scritto come sempre, sui dubbi che circolano in
un’Europa convinta che Saddam sia il male ma non disposta ad
accettare che Bush sia di conseguenza il bene. Le pagina tre
è dedicata alla probabile guerra all’Iraq. C’è
un articolo su Bush che chiede all’Onu un ultimatum all’Iraq,
il cui catenaccio dice: "Kofi Annan: una guerra sarebbe
devastante". Nell’articolo però il giudizio di Annan
non si trova. Il segretario generale dell’Onu, piuttosto, si
chiede: "Quale Iraq si sveglierebbe il giorno dopo i bombardamenti?
E che conseguenze ci sarebbero nella regione?". Domande
alle quali gli uomini del desk di Rep. hanno trovato risposta.
Anche questo è un vizio ricorrente del quotidiano diretto
da Ezio Mauro. Capita spesso che i titoli dicano cose che dentro
gli articoli invece non ci sono. Ieri, per esempio, è
capitato altre due volte. Un titolo diceva: "La nuova battaglia
di Safiya: Lotterò per liberare le donne". Nell’articolo,
Safiya non pronuncia mai questa frase, non ha nessuna intenzione
di rinnegare la legge islamica che l’ha condannata e si limita
a dire: "Pregherò per la salvezza di Amina".

A pagina 25 c’è un’altra mistificazione. Un articolo racconta
le ultime novità sulla riforma scolastica del ministro
Moratti. Il titolo è: "Scuola, al via in ordine sparso".
E poi, sotto: "I saggi bocciano la sperimentazione della
Moratti". Nell’articolo c’è scritto altro: "Nel
pomeriggio il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione presenterà
le sue conclusioni" e "Le valutazioni del Cnpi sono
top secret". Quale sia il motivo di tali (s)correttezze
resta misterioso.
Poi ci sono le (s)correttezze subdole, quelle più raffinate,
quelle più difficili da cogliere. A pagina 4, per esempio,
c’è un’inchiesta di Magdi Allam, islamologo di Rep.
Allam va sempre letto, è l’unico che in Italia racconta
come la pensano nel mondo islamico, e per questo lo vorrebbero
tutti i grandi quotidiani. A volte però esagera e capita
che il suo pensiero non sembri così lontano da quello
che circola nel mondo islamico. Ieri, per esempio, ha raccontato
che "i massimi esperti egiziani di terrorismo islamico non
credono alla versione americana dell’attacco alle Torri",
e in particolare alla storia del capo kamikaze, Mohammed Atta.
Gli esperti di Allam hanno spiegato con perizia che 1) Atta non
è un militante islamico; 2) Atta non ha una conoscenza
esatta del pensiero integralista islamico; 3) "Il militante
islamico è un concetto intrinsecamente sociologico"
che "non esiste nella sua individualità"; 4)
le prove sulla colpevolezza di Atta sono fragili e ridicole;
5) Al Qaida con le Torri non c’entra; 6) non ci sono certezze
sulle responsabilità di Osama; 7) a un anno dall’attentato
i dubbi aumentano; 8) Atta è un agente dei servizi segreti.
Non c’è scritto, ma Allam e i suoi periti lasciano intendere
che i servizi non possono che essere americani o israeliani.
La paccottiglia è resa risibile dall’articolo soprastante,
così titolato: "Ecco la voce di Bin Laden: ‘Ho cambiato
la storia’. In una registrazione audio la firma dell’11 settembre".
Politica pochina. Concita De Gregorio, intervistatrice ufficiale
di Nanni Moretti, è stata momentaneamente messa da parte
per far posto alla francese Anne Le Nir. L’intervista, tradotta
dal francese La Croix, ha un titolo che resterà negli
annali: "Con i girotondi lancio la mia sfida agli analfabeti
della democrazia". C’è anche un’intervista ad Antonio
Di Pietro, ed è la seconda in tre giorni. Alla penultima
domanda, Di Pietro dice: "Purtroppo, accanto allo spontaneismo
di Moretti e al radicalismo di Flores D’Arcais sono comparsi
personaggi un po’ retrò che vogliono mettere il cappello
su questa battaglia". L’intervistatore, Goffredo De Marchis,
sbaglia a non chiedere chi sono questi personaggi "un po’
retrò". La pagina 10 ruota intorno alla proposta
che il giorno precedente, sempre su Rep., aveva lanciato Giuliano
Amato, e cioè all’ipotesi di costituire un "presidium"
di personalità indipendenti dai partiti per la costruzione
del nuovo Ulivo. L’idea è durata mezza giornata (l’Ulivo
dei partiti l’ha bocciata), ma è interessante analizzare
il fenomeno giornalistico, di cui Rep. è maestra.
Succede questo. Un paio di volte la settimana si intervista un
personaggio politico di peso, questo dice una cosa o si inventa
una formula, una qualsiasi, e intorno a questa si costruiscono
le pagine del quotidiano del giorno dopo. La proposta viene sempre
bocciata, poco male tanto poi si ricomincia. Tutto è virtuale,
e spesso l’effetto è comico. Ieri, per esempio, nel riassumere
l’idea di "presidium" avanzata da Amato, Stefano Cappellini
ha scritto così: "…la sua proposta di una cabina
di regia della coalizione…". La virtualità è
dimostrata dal fatto che la "cabina di regia" era l’idea
della settimana precedente, quella avanzata sempre su Rep. da
Piero Fassino. E poi regolarmente bocciata.
(continua)