Camillo di Christian RoccaCI AVETE ROTTO CON LE VECCHIE LIRE

C’è che qualcuno prima o poi dovrà vietare l’abuso dell’espressione <vecchie lire>. Non se ne può più. Lo avete notato? Politici, giornalisti, conduttori televisivi, veline, non ce n’è uno che non aggiunga l’aggettivo <vecchie> quando dà i numeri in lire. Non vi si contorce lo stomaco? Pensateci: <vecchie lire> non significa niente, è pura tautologia. Le lire sono lire e basta. Non sono né <vecchie> né <nuove>, sono quelle lì. Sono sempre loro, non sono diventate <vecchie>, non le hanno sostituite con le <nuove lire>. Ora c’è l’euro, e nessuno si sogna di definire <nuovi> gli euro. Sarebbe ridicolo. Eppure con le lire non è così. Qualcosa va fatto: un referendum, un girotondo, un telethon, un decreto legge. Forse è sufficiente anche una pernacchia.
Già dobbiamo sopportare il giochetto per cui se vogliono venderti qualcosa te lo dicono in euro (<questo golfino costa solo 800 euro>; <la Finanziaria è di 20 milioni euro>), mentre le lire si usano soltanto per darti l’illusione di essere ricco (<la tua casa vale tre milioni di lire al metro quadrato>; <le pensioni minime raggiungeranno il milione di lire>). E’ psicologia spicciola, ma va bene. Il fenomeno delle <vecchie lire> invece è insopportabile, quasi inspiegabile. Ma una ragione forse c’è. E’ la versione italiana del politicamente corretto. E’ il riflesso condizionato dei giornalisti, dei politici, delle veline, di chiunque si crede superiore al proprio interlocutore. E’ lo snobismo di chi più pensa di essere migliore, più cerca di mettersi al livello del cafone che ascolta, legge o guarda le gambe. Babbione, io ti parlo democraticamente in lire così <tu capisci a me>, ma ti specifico che le lire sono <vecchie> perché non sembri che io sia incapace di ragionare moderno, in euro. E’ come dire <non vedente> anziché cieco, <verticalmente svantaggiato> invece che nano. Oppure <veline> al posto delle <vecchie> vallette.

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