Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 20 novembre 2002

La
prima pagina di Repubblica (Rep.) di ieri, 19 novembre, XLIX
Giorno della Nuova Era Riformista, si apriva con un titolo su
Giulio Andreotti. L’editoriale è di Eugenio Scalfari.
E’ presentato come un commento importante, a margine allargato,
di lunghezza sterminata. Come ai vecchi tempi. Come ai vecchi
tempi, l’interlocutore dell’Io di Scalfari è Ciriaco De
Mita, che un giorno gli chiese: "Ma chi è veramente
Andreotti? Tu l’hai capito?". Scalfari allora non seppe
rispondere; su Rep. di ieri infine c’è riuscito, ma ha
impiegato 16.500 battute (curiosamente 16.500 battute in più
di quante ne hanno lasciato scrivere a Marco Travaglio). Il succo
è questo: ieri Davanpour non ci ha capito niente, mo’
ci penso io.
Il ragionamento scalfariano è fine, nonostante abbia utilizzato
parte dello spazio negato a Travaglio per enunciare la seguente
tesi giuridica: "Ci sono diversi modi di essere mandanti
di omicidio". Bene, entriamo in medias res: "Una delle
espressioni gergali più diffuse nel romanesco che sta
diventando lingua nazionale è il famoso ‘te possino ammazzà’
ma se il destinatario di quell’insulto muore effettivamente ammazzato,
difficilmente l’autore della parolaccia sarà inquisito
come mandante". (No, non è un testo di Corrado Guzzanti
né di Curzio Maltese)
Quando c’è di mezzo la giustizia a Rep. escono matti.
Ieri erano nove le pagine, quindici gli articoli, nessuno scritto
da Travaglio. Per eccesso di entusiasmo, una pagina intera della
Cultura è dedicata al Processo di Kafka. A volte, appunto,
si esagera. Tanto che leggendo gli articoli di pagina 2, uno
di Claudio Tito e l’altro di Liana Milella, si scopre che il
tema è lo stesso. Solo che Milella è un genio.
E’ riuscita a scrivere un articolo uguale a quello del collega,
ma così ricco di dettagli e interpretazioni che sembra
cento volte più informato dell’altro. Il vortice milelliano
però ha mandato in tilt gli uomini del desk, i quali hanno
titolato l’articolo di Tito "i Poli difendono Andreotti"
mentre per l’articolo della Milella hanno scritto: "E in
Forza Italia tornano i falchi".
Alessandra Longo intervista Piero Fassino, sempre sullo stesso
argomento. A un certo punto gli chiede qualcosa sull’intervento
di Ciampi che "qualcuno ha trovato lievemente irrituale".
Fassino non è d’accordo: del resto come può essere
d’accordo con Davanpour? L’unico che ha trovato "irrituale"
un pacatissimo comunicato del Quirinale. A dire il vero, neache
la pagina successiva di Rep. ha trovato "irrituale"
l’intervento di Ciampi. Anzi, secondo Giorgio Battistini, le
parole del Quirinale sono servite a "calmierare politicamente
la disputa dopo l’uscita di Berlusconi". "Ciampi ­
recita addirittura il titolo ­ argina il Cavaliere".
Carissimi amici, davvero, non potete mettervi d’accordo, magari
quando fate la riunione di redazione? (Ah, se fossero tutti liberi
di scrivere: "Cav., te possino ammazzà").
Meno male che c’è Giovanni Maria Bellu, bravo bravissimo
ieri nel raccontare le biografie dei giudici popolari che hanno
condannato Andreotti; uno di loro è un pittore che vende
opere su Internet (se non le ha già comprate tutte Travaglio
le potete trovare su www.giuseppefioroni.it). Ottima anche la
rubrica di Sebastiano Messina sul presidente della Roma e il
Cav.
Un titolo a pagina 12 annuncia: "Blix a Baghdad". Rep.,
invece, è rimasta a Roma, in onore al vecchio motto "No
Locaputo-No Baghdad". (Per chi si fosse perso le puntate
precedenti: tempo fa Rep. non riusciva ad entrare in Iraq, a
differenza del Corsera, così si affidò a Guido
Locaputo, teatrante di Bisceglie amico di un amico di Saddam.
Rep. arrivò in Iraq ma dovette sdebitarsi definendo Locaputo
un "poeta visionario").
Aldo Fontanarosa deve essere arrivato tardi al convegno sulla
Rai, perché non ha scritto la cosa che tutti i suoi colleghi
hanno attribuito a Marcello Pera: "Privatizziamo la Rai".
Infine il convegno di "Libertà & Giustizia".
Da solo meriterebbe una rubrica intera. Ma Red. Corr. si limita
a segnalare che 1) la frase di Carlo De Benedetti su Amato "senza
cuore", era già comparsa la settimana scorsa sul
Foglio; 2) sostenere in un titolo che "il ceto medio si
schiera" per un’associazione dove il più pezzente
è Gad Lerner sembra un pizzico esagerato; 3) definire
su Rep. l’associazione dell’editore di Rep. come "una cellula
di intelligenze" non è elegantissimo: molto meglio
un sano "Berlusco’, te possino ammazzà". (continua)

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