Camillo di Christian RoccaTHE THREATENING STORM

"The Threatening Storm – The Case for Invading Iraq" (Random House, $25.95) scritto da Kenneth M. Pollack è il libro che in queste settimane il Dipartimento di Stato consiglia di leggere per capire come affrontare il caso Saddam. Pollack ha lavorato nelle Amministrazioni Clinton come direttore degli Affari del Golfo al Consiglio di sicurezza nazionale; e in precedenza era stato per sette anni analista militare sul Golfo Persico alla Cia. Il Foglio ha recensito questo libro sabato, oggi "saccheggia" una piccola parte del voluminoso lavoro, quella riguardante i rapporti tra Saddam, l’Onu e l’America. Il libro, acquistabile su amazon.com, affronta anche la situazione economica, sociale, politica e militare dell’Iraq, ed esamina dettagliatamente tutte le possibili opzioni politiche e militari per risolvere il caso Saddam.

L’Iraq non è coinvolto negli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Tra l’altro Osama bin Laden detesta Saddam Hussein, per il suo supporto alla causa islamica soltanto quando gli è stato politicamente conveniente. La prova regina di un incontro tra Mohammed Atta e un ufficiale dei Servizi di Baghdad, avvenuto nell’aprile del 2001, non è mai stata trovata.
Il libro di Pollack comincia con una breve ma dettagliata storia dell’Iraq, dai Sumeri a Saddam, racconta la storia politica e privata del rais. Esamina anche gli avvenimenti legati alla rivoluzione iraniana, la guerra Iran-Iraq e la politica americana nei confronti di quel conflitto. Gli americani sapevano perfettamente che Saddam non era uno stinco di santo, ma durante la guerra con Teheran lo consideravano un male necessario per contenere la diffusione della rivoluzione islamica di Khomeini.
Il libro racconta la genesi della guerra del Golfo, e ricorda come in un primo momento l’unico obiettivo americano fosse quello di difendere i confini sauditi. Saddam capì quasi subito che gli Stati Uniti non avrebbero accettato la conquista del Kuwait, ma in un primo momento credette che la coalizione internazionale fosse fragile e che sarebbe crollata se avesse fatto pressione sull’anello debole, cioè sugli Stati arabi. Saddam pensava anche che gli Stati Uniti non sarebbero stati in grado di sopportare gli alti costi, e le pesanti perdite, per liberare il Kuwait. Pensava che il Kuwait non fosse affatto importante per l’Occidente, specie se l’Iraq avesse mantenuto aperti i rubinetti del petrolio. Infine il rais credeva che la forza aerea avrebbe giocato un ruolo minimo: "Gli Stati Uniti dipendono dalla forza aerea, e la forza aerea da sola non ha mai deciso una guerra".
Sappiamo come andò a finire (il libro lo racconta nel dettaglio), ma nella primavera e nell’estate del 1991 fu l’Amministrazione Bush a fare male i calcoli. Washington scelse di non arrivare a Baghdad, formalmente perché il mandato delle Nazioni Unite era quello di liberare il Kuwait (ma la questione è controversa), in realtà per una serie di errori di valutazione. L’Amministrazione pensava che Saddam non potesse durare a lungo, dunque preferì evitare di impelagarsi con l’occupazione e la costruzione di un nuovo Stato. Bush era legato al vecchio pensiero geopolitico degli anni 80, secondo cui un forte e coeso Stato iracheno era necessario per bilanciare la forza dell’Iran. Ci furono parecchie rivolte, ma senza l’appoggio militare alleato, Saddam ebbe sempre la meglio. Quando la gran parte delle truppe americane lasciò il Golfo, Saddam non ebbe più rivali, sventò decine di attentati e sconfisse i tentativi delle opposizioni clandestine, dei curdi e della Cia.
Quando si accorse che Saddam da solo non sarebbe mai caduto, la Casa Bianca cominciò a elaborare un piano di containment per tenere l’Iraq sotto controllo e iniziò a finanziare l’opposizione in esilio.
Si partiva dalla risoluzione 687 del Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite che obbligava Baghdad a ripristinare la situazione pre guerra, e fissava le ispezioni per controllare i programmi di riarmo. La risoluzione 687 fissava una serie di sanzioni economiche molto dure che escludevano però sia il cibo sia le medicine. La guerra aveva distrutto soltanto tre dei sette maggiori siti nucleari iracheni, e quando le forze armate alleate, nell’aprile-maggio del 1991, lasciarono il Golfo, Saddam cominciò a ostacolare il lavoro degli ispettori.
Nel giugno del 1991 Bush firmò un ordine presidenziale che autorizzava l’uso di azioni coperte per "creare le condizioni di una rimozione di Saddam Hussein". Il programma venne finanziato per 40 milioni di dollari. Il 15 agosto dello stesso anno, l’Onu votò la risoluzione 706 che autorizzava l’Iraq a vendere petrolio per 1 miliardo e 600 milioni di dollari. Il trenta per cento del ricavato avrebbe dovuto coprire i danni in Kuwait e il rimanente sarebbe servito per comprare beni di prima necessità per il popolo iracheno. Saddam rifiutò, non accettava che i soldi fossero gestiti dalle Nazioni Unite. A giugno la squadra di ispettori guidati da David Kay scoprì un programma di arricchimento dell’uranio, Saddam fu costretto ad ammetterlo e, per evitare guai peggiori, svelò una parte dei suoi progetti nucleari. Ad agosto, però, gli ispettori trovarono altri armamenti non dichiarati. Un anno dopo, l’Iraq fu costretto a confessare di avere armi biologiche.
Nel gennaio del 1993, Saddam inviò altre truppe in Kuwait, ufficialmente per recuperare equipaggiamenti lasciati lì durante la guerra. L’11 gennaio il Consiglio di sicurezza dichiarò che l’Iraq aveva violato ("material breach") la risoluzione. Il 18 gennaio, due giorni prima dell’insediamento di Bill Clinton, gli Usa lanciarono 45 Tomahawk. Il giorno dopo, Saddam accettò il cessate il fuoco.
Sull’Iraq, l’Amministrazione Clinton aveva un atteggiamento da colomba. Il nuovo presidente puntava su un sistema di relazioni internazionali basate sul "Nuovo ordine mondiale". I pochi falchi sull’Iraq erano il suo vice, Al Gore, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Leon Fuerth, e l’ambasciatrice alle Nazioni Unite, Madeleine Albright. I falchi sembrarono prendere il sopravvento quando l’ex presidente Bush si recò in Kuwait, era la primavera del 1993, per commemorare la vittoria nel Golfo. I servizi kuwaitiani arrestarono 14 uomini, legati a Saddam, che avrebbero dovuto uccidere Bush e l’emiro del Kuwait. Il 26 giugno 1993, gli Usa lanciarono 23 missili sul quartier generale dei Servizi di Baghdad.
A ottobre del 1994 Saddam ricominciò, lanciando un ultimatum all’Onu per ottenere il ritiro delle sanzioni. Per dimostrare che faceva sul serio, mobilitò la sua Guardia Repubblicana verso il confine kuwaitiano. Gli americani rinforzarono il contingente nel Golfo, e il 15 ottobre il Consiglio di sicurezza approvò la risoluzione 949. Saddam fu costretto ad accettare, e capì che la sua strategia doveva cambiare. Iniziò una aggressiva campagna propagandistica per esagerare l’immagine del disastro umanitario causato dalle sanzioni. Tutti i report internazionali, invece, sostenevano che 1) senza dubbio c’era un problema di malnutrizione e malattia; 2) Baghdad manipolava e distorceva i dati; 3) Saddam aveva i fondi per sopperire a questi problemi.
Comunque su pressioni arabe, il Consiglio di sicurezza approvò la risoluzione 986, detta "oil-for-food", era il 14 aprile 1995. Ogni sei mesi l’Iraq avrebbe potuto vendere petrolio per 2 miliardi di dollari per acquistare cibo e medicine. L’Iraq rifiutò, e il 17 luglio annunciò che avrebbe cessato ogni cooperazione con gli ispettori se le sanzioni non fossero state revocate entro un mese. Una serie di problemi interni, causati in prevalenza da suo figlio Uday, lo convinsero a non forzare la mano con l’Onu. Un suo parente era scappato in Giordania e aveva passato informazioni importanti agli ispettori. Di fronte a queste nuove rivelazioni e alla situazione economica, all’inizio del 1997, Saddam accettò la risoluzione "oil-for-food". Con i soldi del petrolio, Saddam ha tenuto la popolazione a un livello minimo di nutrizione e di salute, e ha lasciato qualche sacca di estrema povertà, tra gli sciiti al sud del paese.
Nel 1997 il capo degli ispettori Unscom divenne Richard Butler, Saddam aumentò il livello di intimidazione al loro lavoro. Il 23 ottobre del 1998, il Consiglio di sicurezza varò un’altra risoluzione, la 1134, che minacciava altre sanzioni se Baghdad avesse continuato a ostacolare le ispezioni. Saddam rispose non accettando ispettori di nazionalità americana. Il Consiglio di sicurezza reagì imponendo limitazioni di spostamento per i funzionari iracheni, Saddam replicò rifiutando il programma "oil-for-food". Una mediazione del ministro degli Esteri russo, Evgenij Primakov, normalizzò la situazione. Due mesi dopo, nel gennaio 1998, il gioco riprese: Saddam impedì agli ispettori di fare il loro mestiere. Washington cominciò a prepare un intervento militare, ma il 23 febbraio Kofi Annan trovò un accordo con Tareq Aziz. Gli ispettori trovarono stabilimenti di gas nervino, Saddam rispose sospendendo la cooperazione con gli ispettori. Clinton decise di intervenire ma gli attentati di Al Qaida alle ambasciate Usa in Africa e lo scandalo Lewinsky gli fecero cambiare idea. Saddam forzò la mano e cacciò gli ispettori americani. Si è continuato a questo ritmo di minacce, trattative, risoluzioni, ispezioni e voltafaccia fino all’altro ieri. C’è il sospetto che in questo modo, il caso Saddam non verrà mai risolto.

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