Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 30 gennaio 2003

La
prima pagina di Repubblica (Rep.) di ieri, 29 gennaio, Giorno
I della Nuova Era Forte & Deceramizzata, si apriva con un
grande urrah: "I processi restano a Milano". Manca
il "pappèro-pappèro", ma il senso è
quello. E’ tornato anche un must del titolismo di Rep: "Il
Polo insorge". L’editoriale di osanna è di Giuseppe
D’Avanzo, detto solitamente Davanpour ma per l’occasione tornato
Davanwood, un po’ veggente un po’ astrologo. "Quel sospetto
non era legittimo" è il titolo del suo commento.
Ma va fatto un passo indietro. Due settimane fa, Davanwood aveva
previsto che all’inaugurazione dell’anno giudiziario ci sarebbe
stata una scazzottata tra girotondini e provocatori mandati lì
dal Cav. per scatenare la baruffa e far capire che il clima di
Milano non è sereno. Non successe niente in realtà.
Ma Davanwood aveva dettato la linea: non fate casino sennò
poi in Cassazione danno ragione al Cav. La settimana scorsa Davanwood
ci è tornato su, avvertendo della trappola i giudici di
Magistratura Democratica riuniti a Congresso: "Se quell’assise
diventasse una bolgia, se in quel congresso un paio di mattacchioni
in toga strologassero senza giri di parole contro il regime potrebbero
le Sezioni Unite non tenerne conto?". Quelli di Md ci sono
cascati in pieno. Hanno fatto parlare Sergio Cofferati, che ne
ha sparate di grosse sul Cav., e soprattutto hanno invitato Pancho
Pardi, uno che quando c’è da "strologare" non
si tira mai indietro. Il Corriere ha dato ampio spazio ai toni
comizieschi uditi al congresso, e Piero Ostellino ha anche scritto
un editoriale in prima pagina. Rep, seguendo la linea Davanwood,
ha fatto finta di niente. Un titolo sobrio su Cofferati, e niente
di niente su Pancho Pardi, se si eccettuano due-righe-due seminascoste.
Una lezione di tecnica e strategia da parte di un quotidiano
che non vuole essere soltanto una "forza d’opposizione",
ma come dice il direttore Ezio Mauro (che la Forza sia con lui)
"più Forza che opposizione". Anche perché,
nessuno dimentica che due dei tre processi al Cav. hanno come
controparte l’Ing., cioè il patron di Rep. Carlo De Benedetti.

A Rep. sono bravissimi in queste cose, ma nonostante le indicazioni
di Davanwood stava andando tutto in fumo per colpa di Liana Milella,
l’Enrico Toti del giornalismo giudiziario. Milella, pregustando
già la vittoria, sabato scorso ha scritto che "ci
vuole un processualpenalista come Paolo Ferrua per ricordare
che () la ‘campagna assordante’ della maggioranza per ‘delegittimare’
la magistratura continua per ottenere giudici ‘pavidi, inetti,
incapaci di decidere liberamente’". Sembra una frase come
un’altra. Eppure lunedì, Ferrua ha scritto a Rep. per
dire che a) non ha mai detto quelle parole; b) quando Milella
ha scritto lui non aveva ancora parlato.
Rep. non ha replicato né ha pubblicato nella consueta
pagina delle lettere. Ferrua è stato impaginato con l’evidenza
di un articolo. Il motivo lo si trova nel boxino di fianco: "I
giudici chiamati a decidere". Sono nove, una è Giuliana
Ferrua, sorella di Paolo. Per un eccesso di zelo milelliano la
strategia di Davanwood ha rischiato di andare in fumo. Ma alla
fine, brindisi: "Quel sospetto non era legittimo".
(continua)