Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 8 gennaio 2003

La
prima pagina di Repubblica (Rep.) di ieri, 7 gennaio, Giorno
VII della Nuova Era Forte, Libera & Giusta, si apriva con
"Saddam accusa: ispettori-spie". Siamo alle solite.
La copertura di Rep. della crisi irachena è partigiana.
E pensare che il direttore, Ezio Mauro (che la Forza sia con
lui), aveva chiesto ai suoi giornalisti "un’informazione
completa e approfondita, una cronaca inattaccabile". Be’,
il numero di ieri era molto attaccabile, e non solo da Redazionalmente
Corretto che è notoriamente "ossessionato" e
"inconsapevolmente gregario" (parole di Ezio Mauro,
che la Forza sia con lui). Spieghiamo. Le pagine 2 e 3 sono un
esempio di disinformazia senza pari. Il titolo di pagina 2 è
simile a quello di apertura, "La sfida di Saddam all’Onu:
gli ispettori sono spie", ma nell’articolo mancano alcuni
elementi importanti. Intanto non c’è scritto, con l’eccezione
di un breve inciso, che il leader iracheno ha esplicitamente
lodato i kamikaze palestinesi. Per Rep. non è una notizia.
Preferisce darne un’altra: "Il capo dell’Aiea: non abbiamo
prove contro l’Iraq"; "Favorevole a Baghdad la presa
di posizione dell’Agenzia per l’energia atomica". Non è
così, Rep. ha manipolato. Gl ispettori Onu non hanno detto
"non abbiamo prove contro l’Iraq". Hanno detto: "Non
abbiamo ancora prove" (Il Corriere ha riportato correttamente
le parole). Non solo. I rappresentanti dell’agenzia Onu hanno
aggiunto che sono ancora a metà del lavoro e che "è
ancora presto per trarre delle conclusioni". Rep. ha ritenuto
di non raccontarlo ai suoi lettori. A pagina 3 invece svela i
piani del Pentagono per il dopo Saddam. Ci sarebbe poco da manipolare,
visto che il giornale di Ezio Mauro (che la Forza sia con lui)
a differenza dei concorrenti vanta un accordo con il New York
Times, autore dello scoop. Eppure Rep. ci è riuscita ugualmente,
nonostante abbia tradotto l’articolo originale del Times. Ma
mentre a New York, l’articolo è uscito con un titolo corretto,
"Gli Stati Uniti stanno completando un piano per far nascere
un Iraq democratico", a Roma gli è stata data una
curvatura opposta: "Un governo militare per l’Iraq".
Il piano del Pentagono, così come è chiaramente
scritto nell’articolo e nell’infografica, vuole proprio evitare
un "governo militare". L’idea è quella di affidare
da subito l’amministrazione a un civile, nominato dall’Onu. L’esercito
avrebbe soltanto i compiti di garantire l’integrità territoriale,
trovare gli arsenali e dare la caccia a Saddam in caso di fuga.
Fine dell’informazione "completa e approfondita".
Ezio Mauro (che la Forza sia con lui) aveva chiesto anche "un’alta
qualità nelle inchieste e nei servizi speciali".
E infatti già lunedì sono tornati Carlo Bonini
(Bon.) e Giuseppe D’Avanzo (Davanpour) a spiegare perché
la mafia russa preferisce l’Italia per i suoi affari. Lunedì
i due raccontavano che la colpa è del Cav., e della sua
amicizia con Vladimir Putin. La seconda puntata, ieri, approfondiva:
colpa del Cav., delle rogatorie, del falso in bilancio e dello
scudo fiscale di Giulio Tremonti. Ecco perché: "Se
vuoi muovere capitali, lavarli finché non se ne perda
la traccia originaria, non c’è nulla di meglio di un Paese
dalle regole generose, la severità di facciata con chi
ne viola le norme e un diritto societario dove chi trucca i conti
rischia al più un’ammenda". Bon. & Davanpour
citano anche una dichiarazione del Cremlino favorevole alla legge
italiana sul rientro dei capitali dall’estero. Eccola, la prova,
la smoking gun. Ai due segugi sfugge però che medesima
dichiarazione hanno fatto una mezza dozzina di paesi europei,
tra cui la rosso-verde Germania. L’altro ieri, ricorderete, l’uomo
chiave di questa vicenda era tal Tawanchik, detto "il cinesino",
un tipaccio "ricercato dall’Fbi". E sapete per quale
reato? Per aver truccato una gara di pattinaggio artistico.
Ieri è spuntato tal Yaponchik, detto "il giapponesino".
Sembra una cosa di cartoni animati. E infatti l’unico che è
andato dietro a Bon. & Davanpour è stato, con un’interrogazione
parlamentare, Pietro Folena.
Infine il caso Libertà & Giustizia, l’associazione
tecnicamente stalinista di Carlo De Benedetti, editore di Rep.
Il kulako Claudio Rinaldi, epurato dal politburo di L&G per
aver scritto trenta righe favorevoli al piano Fiat di Colaninno,
favorevoli cioè all’avversario di De Benedetti, si è
dimesso dall’associazione del suo patron, accusandola di metodi
da "partito comunista anni Trenta". Rep. non ha dato
la notizia.
(continua)

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