Camillo di Christian RoccaDEMOCRAZIA IN MEDIO ORIENTE. L'arma di protezione di massa dell'Occidente

L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti sono stati attaccati sul proprio suolo da quattro gruppi di terroristi islamici. Sono morti tremila americani e un centinaio di britannici. Già quella sera e poi l’indomani e ancora nei giorni immediatamente successivi, il presidente americano George W. Bush ha spiegato che cosa avrebbe fatto il suo paese per evitare un altro attacco. Qui in Europa, passato il formale quarto d’ora di commozione, abbiamo pensato che il cowboy texano, ferito e forse un po’ stupido, avrebbe scatenato l’Apocalisse da lì a cinque minuti. Non è stato così. Stupiti che non fosse successo, non abbiamo preso sul serio le sue parole. Troppo semplici per i nostri sofisticati palati europei. Avremmo dovuto ascoltarle con attenzione, invece. Quelle parole pronunciate dopo l’attacco all’America hanno cambiato la politica estera della più grande potenza mondiale.
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Bush e i suoi sono stati chiarissimi. Fin troppo. Che uno statista sia chiaro, fino a rasentare la semplicità concettuale, è una cosa inimmaginabile per l’opinione pubblica europea, abituata a politici addestrati alla sopraffina arte della retorica. Bush e i suoi hanno detto che avrebbero preso i mandanti, non importa quanto ci avrebbero messo, importava soltanto che li avrebbero presi. Vivi o morti. Una cosa da cowboy, appunto.
addestrano, aiutano e ospitano i terroristi che hanno attaccato l’America, e altri ancora pronti a farlo. Sappiamo quali sono questi paesi, lo sapevamo da tempo, abbiamo cercato in molti modi di contenere questa minaccia, mai immaginando che potesse accadere quello che è successo. Come si vede, abbiamo sbagliato. Siamo stati ciechi a non accorgercene. Le avvisaglie c’erano tutte, avevano già tentato di far saltare il World Trade Center, avevano già attaccato tre diverse ambasciate americane in Africa, e anche il cacciatorpediniere Uss Cole. Avevano già ucciso molte persone. Adesso basta hanno detto Bush e i suoi, poche ore dopo l’11 settembre tracciamo una linea sulla sabbia, i paesi responsabili a qualsiasi titolo di quello che è successo, i paesi dell’asse del male, dovranno decidere se stare con noi o contro di noi. Non ci saranno eccezioni. Si comincia con il regime dei talebani in Afghanistan, il più direttamente coinvolto con i terroristi di Al Qaida. Signori di Kabul, consegnateci Osama bin Laden oppure lo verremo a prendere noi. E voialtri, Iraq, Iran, Siria, Sudan e chiunque altro minaccia politicamente gli Stati Uniti con le armi di distruzione di massa o con il sostegno al terrorismo, pensateci bene, non vi resta che un’ultima chance per cambiare idea e troncare ogni rapporto con il terrorismo. Poi toccherà a voi. Never again, non ci sarà più un altro 11 settembre, stavolta non possiamo sbagliare. Un cronista, sentendo queste parole, chiese al presidente Bush quale fosse il senso di questo discorso. Bush rispose: "I said what I mean, and I mean what I said", ho detto quello che intendo fare e intendo fare quello che ho detto. Chiaro. Così chiaro che qui in Europa non c’è parso possibile. Non si è capito che a Washington facevano davvero sul serio, che si sarebbero battuti per un "cambio di regime" in Medio Oriente e per esportare la democrazia.
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Chi conosce bene gli americani ha capito invece che sarebbe stato esattamente così. Gli Stati Uniti sono un paese che ha sconfitto il comunismo sovietico combattendo quarantacinque anni. Hanno combattuto veramente, qui. La Guerra fredda non è una formula giornalistica come magari è potuto sembrare a Parigi o a Milano. A Washington sanno che è stata una guerra vera, con i caduti e gli eroi. Ci sono i cold war heroes in America. C’è un museo della Guerra fredda a Washington. Ci sono le ricevute degli assegni staccati per ricostruire l’Europa e salvarla una seconda volta, dopo il dominio nazista, dalla dittatura sovietica.
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Prevenire un altro 11 settembre vuol dire che d’ora in poi gli Stati Uniti si occuperanno del mondo arabo come nel secondo dopoguerra si dedicarono all’Europa e al Giappone. Per anni, sbagliando, ne sono stati alla larga. Nel 1956 quando il dittatore egiziano Gamal Abdel Nasser si prese il Canale di Suez, l’America fece di tutto per non far intervenire Francia e Inghilterra. Fu un errore. Il nazionalsocialista Nasser invase lo Yemen, fece un colpo di Stato in Iraq, proclamò la Repubblica Araba Unita in nome del revanscismo arabo e contro i timidi tentativi di costituzionalizzare l’Islam (andati in porto soltanto in Turchia). Il progetto di Nasser si schiantò nella guerra dichiarata a Israele ma persa in soli sei giorni.
L’America, negli anni successivi, ha avuto un unico approccio con il Medio Oriente: comprare i già corrotti regimi dittatoriali dell’area; affrontare il problema del terrorismo come se si trattasse di un crimine e non come una guerra; perseguire una politica di deterrenza con una semplice presenza navale nella regione. Una specie di abdicazione al ruolo di impero.
L’11 settembre ha cambiato le cose. L’America va verso la rottura dei rapporti con i regimi fondamentalisti, dichiara guerra al terrorismo e la sua presenza militare diventa attiva, addirittura preventiva. Il progetto, di nuovo, è chiaro: portare la democrazia in Medio Oriente. Un "vaste programme", secondo alcuni. Ma l’esempio turco dimostra due cose: 1) portare la democrazia nel mondo uslamico è molto difficile; 2) è possibile.
Il nuovo "idealismo realista" (o "realismo idealista") parte da un presupposto: le democrazie, i popoli liberi, le società aperte non fanno le guerre. Non ne hanno alcun interesse. Temono la guerra. Le democrazie sono pacifiste, nonviolente. Le guerre servono soltanto ai dittatori. Basta vedere chi le ha fatte negli ultimi cinquanta anni. I sovietici in Europa dell’Est e in Afghanistan. I militari argentini alle Falklands. I paesi arabi (tre volte) contro Israele. I tiranni marxisti in Africa. I comunisti nel Sud-est asiatico. I macellai etnici nei Balcani. Saddam in Iran e in Kuwait.
Democrazia in Iraq, dunque. O quasi. Istituzioni democratiche, società civile, stampa libera, partiti politici, mercati aperti, leggi e tribunali. Sono le armi di protezione di massa della civiltà occidentale. L’America, dopo aver sconfitto il nazifascismo, le ha esportate in Germania, in Italia e in Giappone. E poi, dopo aver sconfitto il comunismo, in Polonia, in Cecoslovacchia, in Romania e nell’ex impero sovietico. Se si pianta il seme della democrazia in Iraq, l’intera regione ne uscirà rivoluzionata, sostiene la dottrina Bush. Ci sarà, dicono, un virtuoso effetto domino. Questa è la nuova politica estera americana. Questa è la loro nuova politica di sicurezza. Questa è la loro guerra al terrorismo. Giusta o sbagliata che sia, di questo bisognerà tenere conto.
E’ un progetto affascinante: garantire la propria sicurezza attraverso una democratica conquista dell’Est. Molti intellettuali liberal e di sinistra se ne sono convinti. I radical chic del New Yorker lo hanno capito. E così anche il Washington Post, e molti altri culturalmente lontanissimi da Bush.
Il pericolo è evidente: nessuno assicura che una volta attizzato il fuoco ci sia qualcuno in grado di domarlo.
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L’Iran è come la Jugoslavia di Slobodan Milosevic, come le Filippine degli ultimi mesi di Marcos, come la Polonia prima del crollo del comunismo. Il regime fondamentalista degli ayatollah si sta sbriciolando, come dimostrano quei cartelli sui tetti rivolti ai caccia americani in volo verso l’Afghanistan. Quei cartelli dicevano: "Bombardate anche qui". L’Iran è come un grande carcere con i cittadini nel ruolo di prigionieri in attesa di essere liberati. Non con i marines. Non ce ne sarà bisogno. La straordinaria arma a disposizione dell’Occidente è il popolo oppresso dal regime. In Iran la guerra rivoluzionaria è già in atto. La società civile (che in Iran c’è) è in rivolta, le manifestazioni contro il regime non si contano più, la partecipazione è incredibile, gli operai scioperano, i ragazzi scendono in piazza per il diritto di potersi tenere per mano. Più di metà della popolazione ha un’età inferiore ai 25 anni. Non ne possono più delle imposizioni dei mullah e della polizia religiosa, vogliono uscire per strada, divertirsi come i coetanei occidentali. Il programma tv più popolare è Baywatch, trasmesso via satellite dalla California.
Il regime crollerà. Questo si pensa a Washington. Specie se cadrà Saddam. Il destino di Iran e Iraq è comune. Non è immaginabile che il popolo iraniano tolleri ancora le imposizioni degli ayatollah, se la libertà arrivasse a Baghdad. L’effetto domino riguarderebbe anche la Siria, l’Arabia Saudita e di conseguenza aiuterà una soluzione pacifica della questione palestinese. E così, a cascata, la caduta di Teheran toglierà fiato agli Hezbollah in Libano. Anche la Siria, dipendente dal petrolio iracheno, sarebbe costretta a cambiare, a liberare il Libano, a lasciare in pace Israele, a chiudere i ponti con il terrorismo. Sembra Risiko, ma è la nuova politica americana.
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L’Iraq non c’entra nulla con l’attentato dell’11 settembre. Almeno così pare. Si è parlato a lungo di un incontro a Praga tra Mohammed Atta, uno degli attentatori, e il capo dei servizi segreti di Baghdad. Ma non ci sono mai state conferme dirette. E anche se l’incontro ci fosse stato non avrebbe provato un ruolo di Saddam negli attentati di New York e Washington. Le ultime indagini raccontano di campi terroristici in Iraq per l’addestramento al dirottamento aereo; di uomini di Baghdad molto vicini a Osama e così via. Ci sono prove più consistenti di legami successivi all’11 settembre. Si dice che gran parte dei guerriglieri di Al Qaida si sia rifugiato, oltre che in Iran e in Pakistan, in un’enclave islamista e filo Saddam del Kurdistan iracheno. I giornali iracheni, controllati da Saddam e diretti da suo figlio, hanno applaudito a bin Laden come "un fenomeno salutare per lo spirito arabo". E già prima dell’11 settembre (il 21 luglio del 2001) Al-Nasiriya raccontava Osama con queste parole: "Nel cuore di quest’uomo troverai un’insistenza, una particolare determinazione che un giorno lo porterà a bombardare la Casa Bianca e qualsiasi cosa ci sia dentro".
Ma non è questo il punto. Non sono questi i motivi per cui gli americani vogliono fare la guerra a Saddam. La colpa dell’Iraq è quella di minacciare l’America e Israele, di detenere armi di distruzione di massa che potrebbero essere cedute ai terroristi islamici; di avere una politica nucleare, espansionista e panarabista molto pericolosa per gli assetti del Medio Oriente. Tutte cose ben evidenti anche prima dell’11 settembre, affrontate e mai risolte con la diplomazia, le sanzioni, gli ispettori Onu e il containment.
L’11 settembre ha cambiato prospettiva. Se un feroce dittatore dotato di armi chimico-batteriologiche, sospettato di avere contatti con i terroristi, e certamente con gli stessi obiettivi di Osama, si candidasse a ripetere le gesta di Saladino, cioè a cacciare gli ebrei da Israele, conquistare la nazione araba per guidarla contro il grande satana americano, capirete che ce n’è abbastanza perché gli Stati Uniti post 11 settembre non se ne stiano con le mani in mano. Ecco, Saddam e l’America si trovano in questa situazione.
Non c’è bisogno di fare la lista degli eccidi di Saddam per spiegare le ragioni dell’intervento. Non è necessario raccontare che in vent’anni ha ucciso due milioni di persone o che finanzia con 25 mila dollari le famiglie dei kamikaze palestinesi, dando loro supporto e incoraggiamento. Queste sono ragioni in più per intervenire, come ha spiegato Tony Blair. Ma sono crimini contro l’umanità che, da soli, non riuscirebbero a mobilitare l’apparato bellico internazionale. Così come solo le anime belle possono raccontare che in Kosovo l’Occidente sia intervenuto, e tra l’altro senza la legittimazione Onu, per salvare gli albanesi dal genocidio serbo. I massacri del decennio precedente, purtroppo, non erano bastati. L’intervento militare è stato deciso soltanto quando si è capito che non c’era altro modo per fermare, nel cuore dell’Europa, l’espansionismo criminale di un tiranno sanguinario. Al solito sono stati gli americani a toglierci l’imbarazzo. E i kosovari ringraziano ancora per quelle bombe. Quella del Kosovo è stata una guerra preventiva bardata di umanitarismo, giustificata eticamente dai massacri nazional-comunisti, dichiarata senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite e con un pericolo per l’Occidente meno evidente di quello rappresentato oggi da Saddam. Slobo Milosevic, pur massacrando anch’egli il suo stesso popolo, a differenza del rais di Baghdad non sviluppava armi di distruzione di massa, non aveva sogni nucleari, non finanziava il terrorismo kamikaze. Il suo sanguinario progetto si limitava, diciamo così, alla costruzione della Grande Serbia, non voleva distruggere lo Stato d’Israele, non voleva invadere paesi vicini, non ha attentato alla vita di un presidente americano, non ha mai minacciato l’America o l’Occidente (se non indirettamente). Ma la Jugoslavia si trova a 200 chilometri da Rimini, mentre Baghdad è lontana. Neanche tanto, in realtà. Tra dieci anni, dopo l’ingresso della Turchia in Europa, l’Iraq sarà il nostro confine orientale.
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La nuova strategia americana, chiamiamola "democrazia (o quasi) in Medio Oriente", non è una reazione a caldo all’11 settembre. Siamo a febbraio del 2003, sono passati un anno e quattro mesi dal giorno delle Torri. La nuova dottrina americana è stata elaborata per anni nei più importanti think tank di Washington, come politica alternativa a quella scelta in questi decenni dall’America e poi dichiarata fallita con l’11 settembre. Da allora è stata discussa per mesi sui giornali americani e tra gli analisti geopolitici. Il tema del "regime change" è stato il più dibattuto tra gli intellettuali americani. Il documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale, quello conosciuto per l’enunciazione della dottrina del primo colpo, conteneva proprio questa idea: solo le istituzioni democratiche possono neutralizzare il terrorismo e la sua minaccia all’America e alla civiltà occidentale. Bush ha ripetuto gli stessi concetti nell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, mentre agli europei ha tentato di spiegarlo, nel novembre scorso, Paul Wolfowitz con un appassionato discorso all’International Institute for Strategic Studies di Londra.
Nell’Amministrazione americana c’è anche chi pensa che questa sia un’utopia. Sono i realisti, coloro che si accontenterebbero di disarmare Saddam e tranciare la probabile collaborazione tra un regime che ha armi di distruzione di massa e i gruppi terroristici islamici che vorrebbero averle. Secondo i realisti "portare la democrazia in Medio Oriente" è un’idea irrealizzabile oltre che molto costosa. I popoli arabi non sanno che cosa sia la democrazia. Se si organizzano le elezioni in un paese mediorientale sostengono ­ vincerebbero gli islamisti, come in Algeria. Per cui  dicono sempre i realisti  una volta eliminati i dittatori che ci minacciano direttamente, è sempre meglio avere a che fare con altri regimi autoritari, cercare di tenerli per la collottola e poi incrociare le dita.
C’è da pensare che dopo l’11 settembre questa politica sia stata abbandonata dalla Casa Bianca. Lo dimostra il recentissimo documento "per combattere il terrorismo" presentato da Bush nei giorni scorsi. Sono 36 pagine che affinano i concetti contenuti nel documento sulla Sicurezza nazionale. Le priorità sono riassunte in quattro "D": Defeat, sconfiggere le organizzazioni terroriste con un’azione senza tregua; Deny, negare ai terroristi ogni tipo di sostegno, aiuto e santuario da parte di ogni Stato, associazione e organizzazione; Diminish, diminuire le deteriorate condizioni sociali che i terroristi sfruttano per trovare consensi; Defend, difendere i cittadini e gli interessi americani. Nel dettaglio, come ha svelato il New York Times, il dopo Saddam prevede un governatorato civile guidato dalle Nazioni Unite che in diciotto mesi avvii il processo democratico, sostenuto da un comando militare americano che garantisca la sicurezza e l’integrità territoriale. (In Italia, questa, è la posizione dei radicali di Marco Pannella). Secondo Newsweek, sarà Jay M. Garner il generale MacArthur dell’Iraq, ma certo per ricostruire il paese bisognerà tenere conto degli esuli iracheni, degli oppositori al regime, e magari anche di quei discendenti hashemiti che in Iraq regnarono per un breve periodo.
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Dicono che sia una guerra per il petrolio. L’Iraq è un enorme pozzo petrolifero. Le sue riserve sono le seconde del mondo. Non solo. Il greggio iracheno si trova a pochi metri dal livello del suolo, estrarlo costa poco, meno di 2 dollari il barile. E’ un affare colossale mettere le mani su questo tesoro. Il costo a barile del greggio scenderebbe, e di molto. I produttori rivali sarebbero sbaragliati. Con un risultato certo: la bancarotta del Texas, lo Stato di George W. Bush e delle compagnie petrolifere americane. La bancarotta del Texas. Un po’ come se Silvio Berlusconi aprisse le porte del mercato televisivo a chiunque volesse entrarci per far fuori Mediaset. Il vantaggio americano, piuttosto, sarebbe un altro, più politico: con il petrolio iracheno in circolo gli Stati Uniti riuscirebbero a diversificare i fornitori, in modo da non dipendere quasi esclusivamente da un solo paese per l’approvvigionamento energetico.
Con il petrolio iracheno in mani americane si ridimensionerebbe il ruolo dell’Arabia Saudita, il paese che nel 1991 convinse Bush padre a non prendere Baghdad. I motivi dei sauditi erano chiari, se l’America avesse controllato il petrolio iracheno non ci sarebbe stato più bisogno di loro. Bush padre si fermò a pochi chilometri da Baghdad anche perché un Iraq debole avrebbe dato forza all’Iran.
Così come, tra le altre, sono le ragioni petrolifere a spingere la Francia a battersi contro l’invasione dell’Iraq. La Francia, cui Saddam lasciò intatti i diritti di estrazione quando nel 1972 nazionalizzò i pozzi iracheni, è presente nell’area con la Total Fina. Il petrolio, dunque, fin qui ha giocato in favore di Saddam e contro l’intervento armato. Il petrolio c’entra in questa guerra, ma per ragioni opposte a quelle che si sentono in questi giorni. Nel 1991 l’America andò nel Golfo, su richiesta saudita, per difendere il petrolio di Riad da un Saddam che nel frattempo si era già preso quello kuwaitiano. Fatto ciò, gli americani non hanno conquistato il petrolio iracheno ma sono rimasti nella penisola, di nuovo su richiesta di Riad, per difendere i pozzi sauditi dalla persistente minaccia di Saddam. Chi dodici anni fa diceva che quella era una guerra per il petrolio, e continua a ripeterlo oggi, non si rende conto che usando lo stesso argomento di allora dimostra che perlomeno si sbagliava nel 1991.
Nella prima guerra del Golfo, Saddam occupò i pozzi kuwaitiani, e prima di liberarsene cominciò a bruciarli. Gli analisti americani temono uno scenario di questo tipo. Se Saddam decidesse di sabotare i pozzi iracheni, il prezzo del petrolio potrebbe schizzare a 100 dollari per barile, e sarebbero guai seri per l’economia mondiale. Per questo in tutti i piani militari al vaglio dell’esercito vengono curati con attenzione i dettagli per la presa dei giacimenti.
Il petrolio sarà il problema numero 1 già "the morning after". La linea guida, anticipata un mese fa dal New York Times, è questa: il petrolio è di proprietà degli iracheni. La produzione, oggi, è molto bassa. I pozzi sono tenuti su con il nastro adesivo, servono da due a tre anni di tempo e almeno 4 miliardi di dollari per far ripartire la macchina. Mentre per portarla quasi al livello saudita sono necessari ancora più anni e investimenti per più di 30 miliardi di dollari. Il piano sul petrolio elaborato dall’opposizione irachena dell’Iraqi National Congress, ha scritto il Christian Science Monitor, prevede che nel nuovo governo eletto ci sia un ministro per il Petrolio che guidi il settore e stabilisca le politiche petrolifere. Tutti i contratti firmati dal regime di Saddam saranno "controllati" a uno a uno, per poi decidere se potranno restare validi. Secondo gli esuli iracheni, "gli americani e i suoi alleati saranno certamente avvantaggiati, perché si sono schierati con il popolo iracheno". Non c’è ancora nessuna decisione definitiva, ma non è escluso che nei primi anni i proventi petroliferi siano destinati a riparare i costi umanitari della guerra e a ricostruire il paese. Senza dimenticare che l’Iraq ha un debito estero di 110 miliardi di dollari, e uno ancor più ingente con Iran e Kuwait per la riparazione dei danni di guerra.
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La minaccia irachena alla stabilità del Golfo è chiara. I progetti nucleari e petroliferi di Saddam anche. Affrontarlo oggi che non ha la Bomba è certamente meglio che farlo quando ce l’avrà. Secondo le informazioni delle varie intelligence occidentali, l’Iraq sarà in grado di costruirsi la bomba nucleare tra il 2004 e il 2010. Resta un punto. Abbiamo davvero superato l’ultimo, ultimissimo, tentativo di risolvere pacificamente la crisi irachena? C’è ancora spazio per il lavoro degli ispettori?
Secondo Khidhir Hamza, ex capo dei programmi nucleari iracheni, le ispezioni non servono a nulla. Per un semplice motivo: Saddam non vuole far trovare i suoi arsenali. Non ha portato al disarmo il lavoro di seimila ispettori in sette anni. Come potrebbero essere sufficienti i 150 di oggi?
Può essere utile riassumere il tira e molla decennale tra Saddam e gli ispettori dell’Onu. I dati sono tratti dal più formidabile libro scritto sul tema, "The Threatening Storm – The Case for Invading Iraq". L’autore è Kenneth M. Pollack, ex analista nelle Amministrazioni Clinton come direttore degli Affari del Golfo al Consiglio di sicurezza nazionale. Pollack è stato per sette anni analista militare sul Golfo Persico alla Cia. L’unico, a Washington, che aveva previsto l’invasione del Kuwait.
Le ispezioni Onu per il disarmo iracheno iniziano dopo la decisione dell’Amministrazione Bush padre di non arrivare a Baghdad, formalmente perché il mandato delle Nazioni Unite si limitava alla liberazione del Kuwait (ma la questione è controversa), in realtà per una serie di errori di valutazione. L’Amministrazione pensava che Saddam non potesse durare a lungo, dunque preferì evitare di impelagarsi con l’occupazione e la costruzione di un nuovo Stato. Bush era legato al vecchio pensiero geopolitico degli anni 80, secondo cui un forte e coeso Stato iracheno era necessario, "un male necessario", per bilanciare la forza dell’Iran. Ci furono parecchie rivolte, ma senza l’appoggio militare alleato, Saddam ebbe sempre la meglio. Quando la gran parte delle truppe americane lasciò il Golfo, Saddam non ebbe più rivali, sventò decine di attentati e sconfisse i tentativi delle opposizioni clandestine, dei curdi e della Cia. Quando si accorse che Saddam da solo non sarebbe mai caduto, la Casa Bianca cominciò a elaborare un piano di containment per tenere l’Iraq sotto controllo, a finanziare l’opposizione in esilio e fare pressioni alle Nazioni Unite per il suo disarmo. Si partiva dalla risoluzione 687 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che obbligava Baghdad a ripristinare la situazione anteguerra, e fissava le ispezioni per controllare i programmi di riarmo. La risoluzione 687 stabiliva una serie di sanzioni economiche molto dure che però escludevano l’embargo su cibo e medicine. La guerra aveva distrutto soltanto tre dei sette maggiori siti nucleari iracheni, e quando le forze armate alleate, nell’aprile-maggio del 1991, lasciarono il Golfo, Saddam cominciò a ostacolare il lavoro degli ispettori.
Il 15 agosto dello stesso anno, l’Onu votò la risoluzione 706 che autorizzava l’Iraq a vendere petrolio per 1 miliardo e 600 milioni di dollari. Il 30 per cento del ricavato avrebbe dovuto coprire i danni in Kuwait, e il rimanente per comprare beni di prima necessità per il popolo. Saddam rifiutò, non accettava che i soldi fossero gestiti dall’Onu. A giugno gli ispettori guidati da David Kay scoprirono un programma di arricchimento dell’uranio, Saddam fu costretto ad ammetterlo e, per evitare guai peggiori, svelò una parte dei suoi progetti nucleari. Ad agosto, però, gli ispettori trovarono altri armamenti non dichiarati. Un anno dopo, l’Iraq fu costretto a confessare di avere armi biologiche.
Nel gennaio del 1993, Saddam inviò altre truppe in Kuwait, ufficialmente per recuperare equipaggiamenti lasciati lì durante la guerra. L’11 gennaio il Consiglio di sicurezza dichiarò che l’Iraq aveva violato ("material breach") la risoluzione. Il 18 gennaio, due giorni prima dell’insediamento di Bill Clinton, gli Stati Uniti lanciarono 45 Tomahawk. Il giorno dopo, Saddam accettò il cessate il fuoco. Sull’Iraq, l’Amministrazione Clinton aveva un atteggiamento da colomba. Il nuovo presidente puntava su un sistema di relazioni internazionali basate sul "Nuovo ordine mondiale". I pochi falchi sull’Iraq erano il suo vice, Al Gore, il consigliere per la Sicurezza nazionale, Leon Fuerth, e l’ambasciatrice alle Nazioni Unite, Madeleine Albright. I falchi sembrarono prendere il sopravvento quando nel 1993 l’ex presidente Bush si recò in Kuwait per commemorare la vittoria nel Golfo. I servizi kuwaitiani arrestarono 14 uomini, legati a Saddam, che avrebbero dovuto uccidere Bush e l’emiro del Kuwait. Il 26 giugno 1993, gli Stati Uniti lanciarono 23 missili sul quartier generale dei Servizi di Baghdad.
A ottobre del 1994 Saddam ricominciò, lanciando un ultimatum all’Onu per ottenere il ritiro delle sanzioni. Per dimostrare che faceva sul serio, mobilitò la sua Guardia repubblicana verso il confine kuwaitiano. Gli americani rinforzarono il contingente nel Golfo, e il 15 ottobre il Consiglio di sicurezza approvò la risoluzione 949. Saddam fu costretto ad accettare, e capì che la sua strategia doveva cambiare. Iniziò un’aggressiva campagna propagandistica per esagerare l’immagine del disastro umanitario causato dalle sanzioni. Tutti i report internazionali, invece, sostenevano che 1) senza dubbio c’era un problema di malnutrizione e malattia; 2) Baghdad manipolava e distorceva i dati; 3) Saddam aveva i fondi per sopperire a questi problemi.
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Si sente spesso dire che l’embargo economico abbia ucciso un milione e mezzo di iracheni, un milione dei quali bambini al di sotto dei 5 anni. Ovviamente non c’è nessun dato elaborato da agenzie indipendenti, queste sono le cifre fornite da Saddam sulla base di un censimento fatto nel 1997 e reso noto due anni dopo. Secondo Baghdad, la popolazione irachena è cresciuta dai 16 milioni e mezzo del 1987 ai 22 milioni di dieci anni dopo. Ma se non ci fossero state le sanzioni, nel 1997 gli iracheni sarebbero stati 23 milioni e mezzo. Questa almeno è la dichiarazione di Saddam. Eppure andando a leggere il suo stesso censimento si è scoperto che il tasso di crescita decennale indicato da Saddam, 33 per cento, non è esatto. Aggiungendo il milione e mezzo di "presunti morti" e il mezzo milione di profughi, il tasso arriverebbe a uno strabiliante 45 per cento, uno dei più alti del mondo. Un dato palesemente falso, visto che l’Iraq ha sempre avuto una media di crescita inferiore a quella degli Stati del Golfo Persico. Dati certi, dunque, non ce ne sono. Lo studio più credibile è della Columbia University. Si calcola che durante la guerra del Golfo siano morti tra i diecimila e i trentamila militari, più un numero compreso tra mille e cinquemila civili. Nei sette anni successivi gli iracheni morti sotto il regime di Saddam sarebbero tra i 200 e i 225 mila. Un dato spaventoso, specie se si considera che 140 mila sarebbero i bambini. Una catastrofe umanitaria, voluta da Saddam, ben più grave, restando cinicamente ancorati alle cifre, della guerra stessa.
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Il 14 aprile 1995, su pressioni arabe, il Consiglio di sicurezza approvò la risoluzione 986, detta "oil-for-food". Ogni sei mesi l’Iraq avrebbe potuto vendere petrolio per 2 miliardi di dollari per acquistare cibo e medicine. L’Iraq rifiutò, e il 17 luglio annunciò che avrebbe cessato ogni cooperazione con gli ispettori se le sanzioni non fossero state revocate entro un mese. Una serie di problemi interni, causati in prevalenza da suo figlio Uday, convinsero Saddam a non forzare la mano con l’Onu. Un suo parente era scappato in Giordania e aveva passato informazioni importanti agli ispettori. Di fronte a queste nuove rivelazioni e alla situazione economica, all’inizio del ’97, Saddam accettò la risoluzione "oil-for-food". Con i soldi del petrolio, Saddam ha tenuto la popolazione a un livello minimo di nutrizione e di salute, lasciando sacche di estrema povertà tra gli sciiti del Sud.
Nel 1997 il capo degli ispettori Unscom divenne Richard Butler, Saddam aumentò il livello di intimidazione al loro lavoro. Il 23 ottobre del 1998, il Consiglio di sicurezza varò un’altra risoluzione, la 1134, che minacciava altre sanzioni se Baghdad avesse continuato a ostacolare le ispezioni. Saddam rispose non accettando ispettori di nazionalità americana. Il Consiglio di sicurezza reagì imponendo limitazioni di spostamento per i funzionari iracheni, Saddam replicò rifiutando il programma "oil-for-food". Una mediazione di Evgenij Primakov normalizzò la situazione. Due mesi dopo, nel gennaio 1998, il gioco riprese: Saddam impedì agli ispettori di fare il loro mestiere. Washington cominciò a prepare un intervento militare, ma il 23 febbraio Kofi Annan fece un accordo con Tareq Aziz. Gli ispettori trovarono stabilimenti di gas nervino, Saddam rispose sospendendo la cooperazione con gli ispettori. Clinton decise di intervenire ma gli attentati di Al Qaida alle ambasciate Usa in Africa e lo scandalo Lewinsky gli fecero cambiare idea. Saddam forzò la mano e cacciò gli ispettori americani. Si è continuato a questo ritmo di minacce, trattative, concessioni, ispezioni e voltafaccia fino alla risoluzione 1441 (la diciassettesima) che impone all’Iraq di dimostrare l’avvenuta distruzione degli arsenali proibiti, minacciando "serie conseguenze". Saddam sostiene di averlo fatto da solo, dopo il 1998, nel periodo successivo alla cacciata degli ispettori. Non lo ha fatto quando c’erano gli ispettori, lo avrebbe fatto quando sono stati cacciati.
C’è il sospetto che in questo modo il caso Saddam non verrà mai risolto.

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