Camillo di Christian RoccaIl numero dei morti civili nella guerra all'Iraq

Si può calcolare in anticipo il numero di morti che potrebbe causare l’intervento armato in Iraq? Qualcuno tenta di farlo. E’ il fronte pacifista a fornire i dati. Succede così tutte le volte. Quando si avvicina una guerra c’è sempre un’organizzazione internazionale che studia tutto quanto e decreta: milioni di morti. Non importa che le previsioni vengano sempre disattese, ogni volta c’è lo stesso uso dei morti presunti. Nel caso dell’Iraq, il primo report è delle Nazioni Unite: moriranno 500 mila civili iracheni. Un’altra organizzazione, la canadese International Physicians for the Prevention of Nuclear War, stima le perdite civili in un numero superiore ai centomila. Se queste cifre fossero vere, o anche soltanto vicine al vero, le ragioni dell’intervento armato, specie quelle di chi sostiene che un’invasione militare servirà a liberare il popolo iracheno, subirebbero un brusco stop.
Fred Kaplan, saggista e analista militare per la rivista di sinistra Slate, è andato alla ricerca del metodo usato da queste organizzazioni per arrivare a determinare il numero dei morti. Su quali elementi si basano? Qual è il modello? Su quali armi, quali strategie militari, quali tattiche, quali obiettivi?
Kaplan ha cominciato la sua analisi dal report Onu. Lo studio parte da alcuni presupposti: 1) che i bombardamenti danneggino pesantemente le centrali, i generatori e la rete elettrica, con effetti molto gravi sull’approvvigionamento idrico; 2) che il porto di Umn Qasr sia reso inservibile, e con esso la possibilità di sbarco di viveri e medicine; 3) che le ferrovie, i ponti e le principali strade siano distrutte, pregiudicando i collegamenti interni, il commercio e gli aiuti umanitari.
Anche il rapporto canadese si basa sugli stessi elementi: "La distruzione di strade, ferrovie, case, ospedali, industrie, reti fognarie". E’ così? No, non è così. Intanto perché queste reti e queste strutture sono state già bombardate ripetutamente nel 1991. E, allora, le vittime civili, secondo le stime delle organizzazioni indipendenti, furono 3.500. Un numero alto (o molto basso, a voler essere cinici), ma neanche lontanamente simile alle catastrofiche previsioni che circolano oggi. Nel decennio successivo il disastro umanitario è stato creato da Saddam, il quale prima non ha accettato le risoluzioni oil for food e poi ha utilizzato il denaro per acquistare armi e costruire 58 siti presidenziali. Ebbene in questi anni a causa di Saddam sono morte 110 mila persone, anche se i dati più catastrofici arrivano fino a 225 mila morti. Non causati dalla guerra, ma dalla pace.
E’ evidente come un nuovo bombardamento a quelle stesse infrastrutture, alcune delle quali mai più ricostruite, e con una tecnologia più evoluta, non possa causare 100 mila morti, rispetto ai 3.500 di dodici anni fa. Né causarne 400 mila in un dopoguerra senza Saddam e con gli aiuti internazionali, a fronte dei 100 o 200 mila con il rais e le risorse finalizzate al riarmo.
Non solo. Secondo tutti i piani fin qui conosciuti, non si parla affatto di colpire le centrali elettriche, i ponti e tutto il resto. Non sono obiettivi militari, stavolta. Nel 1991 l’obiettivo era cacciare le truppe irachene fuori dal Kuwait, e fare in modo che non ci potessero più tornare. Allora aveva un senso bombardare le strade, ora non più visto che gli Stati Uniti sono interessati a ricostruire il paese. Senza dimenticare che, come è noto, utilizzeranno le nuove tecniche della net war, e non le bombe, per bloccare circuiti elettrici e comunicazioni irachene.
Anche lo studio canadese è poco credibile. Sostiene che a Baghdad ci potrebbero essere tra i duemila e i cinquantamila civili morti. Una nota svela che la fonte è un articolo di Michael O’Hanlon, autorevole analista della Brookings, il quale però parlava dell’intero Iraq, del peggiore scenario possibile e forniva un dato così approssimativo (tra duemila e 50 mila morti) proprio per sostenere che è impossibile stabilirlo in anticipo. Specie se Saddam usasse armi di distruzione di massa. Ma questo sarebbe un motivo in più a favore dell’intervento.

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