Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 13 febbraio 2003

La prima pagina di Repubblica
(Rep.) di ieri, 12 febbraio, Giorno III della Nuova Era Forte,
Franca & Tedesca, si apriva con "Bin Laden, proclama
di guerra". Due i commenti in prima pagina. Uno di Vittorio-Gatto-Copione-Zucconi
(Zuccopycat) e l’altro di Magdi Allam. Dubbi sul messaggio di
Osama? Rep. è bipartisan. Zuccopycat si chiede "se
è lui ad aver parlato", Allam dice che "è
sicuramente lui".
Pietro del Re ha il merito di raccontare la storia di chi ha
raccolto un dossier sui crimini contro l’umanità commessi
da Tareq Aziz. Ci sarebbero "prove di esecuzioni effettuate
da lui stesso" e testimonianze di esuli secondo i quali
"Aziz si faceva portare la testa mozzata dei suoi rivali
politici su un piatto d’argento".
Ieri, Red. Corr. aveva elogiato Zuccopycat, oggi non può.
Il suo articolo sui reporter di guerra è grottesco. La
notizia, vecchiotta in realtà, è questa: a differenza
della precedente guerra del Golfo, questa volta i giornalisti
potranno seguire le truppe e raccontare dal vivo gli spostamenti
e le battaglie.
Il Pentagono ha organizzato corsi di addestramento per i reporter,
fornendo loro anche divise anti armi chimiche eccetera. I militari
hanno più volte ribadito che non ci sarà censura
per i giornalisti: potranno raccontare quello che vogliono. Invece
che gridare "urrà", Zuccopycat comincia così:
"Parte per il fronte il primo caduto della guerra, la verità".
Il tono è questo. I titolisti attenuano l’enormità,
e mentre Zuccopycat dà per già "caduta la
verità", loro almeno scrivono che è soltanto
"a rischio".
Ci sarebbero molte altre cose da recensire, ma non si può
sprecare spazio a discapito della grandiosa manipolazione di
pagina 44 e 45. Rep, con oltre un mese di ritardo, traduce il
bel saggio di Michael Ignatieff comparso sul magazine del New
York Times il 5 gennaio scorso. L’articolo originale è
lunghissimo, e dunque Rep. ha dovuto tagliarlo. Il tema è
"l’impero americano". Rep. lo titola "L’impero
pieno di spine" e lo presenta come se fosse una riflessione
molto critica sull’America di oggi. Il New York Times lo ha titolato
in altro modo: "The burden", l’onere, il fardello di
essere l’unica potenza mondiale. Diverso.
Ma la manipolazione portentosa è sulla scelta dei brani
da tagliare. Intanto è saltata via tutta l’ultima parte,
le conclusioni, quelle che iniziano ribaltando il titolo di Rep:
"La domanda, quindi, non è se l’America è
troppo potente ma se è potente abbastanza". Non si
fa.
Comici i brevi tagli fatti lungo il testo. Attenzione, non le
omissioni di quegli interi paragrafi, magari di carattere storico,
chiaramente omessi per motivi di spazio. No. Qua è là,
a volte segnalandolo ma in un caso no, Rep. taglia una o due
righette.
Vediamo quali. Salta un breve passaggio nel quale Ignatieff spiega
che "le soluzioni multilaterali ai problemi del mondo sono
tutte molto belle, ma inefficaci se non se ne fa carico l’America".
Altra frasetta censurata: "L’Iraq può anche sostenere
di aver smesso di fabbricare queste armi dopo il 1991, ma non
è convincente perché gli ispettori hanno trovato
prove di attività dopo quella data". Capito l’operazioncina?
Un altro taglio: "L’Amministrazione Bush si chiede quale
autorità morale possa esserci in uno Stato sovrano che
massacra e pulisce etnicamente il proprio popolo, che ha invaso
due volte i paesi vicini e usurpato le ricchezze del popolo per
costruirsi palazzi e armi di distruzione di massa. E Bush non
è solo. Neanche Kofi Annan sostiene che la sovranità
conferisce impunità per questi crimini". Via, non
c’è.
Poteva mancare un taglio anti Israele? Certo che no. Rep. scrive
che gli Usa non saranno mai al sicuro se non faranno la pace
con i palestinesi, ma tronca la frase di Ignatieff. Che diceva:
"Questo rimane vero anche se sappiamo che nel mondo arabo
ci sono terroristi che non saranno mai contenti fino a quando
Israele non sarà gettato a mare". Complimenti vivissimi.
(continua)

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