Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 7 febbraio 2003

La
prima pagina di Repubblica (Rep.) di ieri, 6 febbraio, Giorno
III della Nuova Era Forte, Combat & Deceramizzata, si apriva
con "Iraq, ecco le prove Usa". Rep. pubblica lodevolmente
il discorso integrale di Powell. L’impostazione di Rep. non è
antiamericana. Gli articoli un po’ sì: Maurizio Ricci
sostiene che "la prova regina non c’è stata"
mentre Vittorio-Gatto-Copione-Zucconi (Zuccopycat) che "la
progressione logica della requisitoria ha mostrati i limiti strutturali
dell’argomento per la guerra". Rep. non spiega che Powell
non doveva dichiarare la guerra ma soltanto dimostrare che l’Iraq
ha già violato la risoluzione 1441 che gli impone di collaborare
con gli ispettori Onu.
Sull’argomento cerca di fare chiarezza il direttore di Rep.,
Ezio Mauro (che la Forza sia con lui): "La colpevole assenza
dell’Europa". Riconosce che Bush, "nelle settimane
e nei giorni in cui più il mondo e le cancellerie avrebbero
scusato una sua reazione, ha invece usato la politica e la diplomazia
prima della forza. Ha cucinato una vera coalizione internazionale
() ha coinvolto i paesi arabi moderati () poi, solo poi, è
scattata la guerra in Afghanistan". Ma, aggiunge Mauro (che
la Forza sia con lui) "aprendo il capitolo Iraq, Bush sembra
aver rinunciato alla politica, come se non fosse più necessaria".
Segue una colonna di critiche. Eppure la situazione sembra simile
all’Afghanistan, con Bush alla ricerca del consenso internazionale.
Tanto che Powell ieri era all’Onu. Mauro (che la Forza sia con
lui) scrive cose intelligenti su quella parte di sinitsra e d’Europa
che è antiamericana e antisemita. Stupisce, però,
che si chieda "com’è accaduto che nel nostro paese
si possa gridare insieme contro il terrorismo di bin Laden e
di Bush". Ha mai provato a leggere il suo giornale?
L’umoralista Michele Serra fa un pistolotto contro Marcello Dell’Utri,
nuovo direttore del Teatro Lirico, partendo da un falso: "Dell’Utri,
il Lirico se lo è comprato". Non è vero, e
basta girare pagina per rendersene conto.
Infine un’inenarrabile intervista di Nello Ajello (Ajè)
a Yves Surel, autore del libro "Populismo e democrazia".
Ajè inizia così: "Al popolo il governo di
centrodestra minaccia di fare appello, anche al di fuori delle
previste scadenze elettorali". Se l’è inventato,
ma non è questo il punto. Al professor Surel, Ajè
cita una frase del suo libro, "il populismo diventa la negazione
della democrazia", e gli chiede: "Non è questa
una parafrasi della situazione italiana?". Domanda secca,
si arriva subito al punto, si cerca conferma che il Cav. sia
un maiale. Ma il prof. francese risponde: "Direi di no".
Senza perifrasi. Ajè, osso duro, insiste: "Non le
pare caratterizzare l’attuale governo italiano?". E il prof:
"La situazione nel vostro paese è diversa () E’ ancora
ben presente in Italia quel pilastro costituzionale che è
tipico di ogni regime democratico". Ajè è
quasi ko: "Resta il fatto che in Italia o altrove il populismo
si confronta con un nemico storico: il costituzionalismo".
L’esperto francese: "Nemico storico? L’espressione è
troppo forte. Si tratta, piuttosto, di una tensione necessaria".
Cioè gli conferma che il Cav. non è populista e
se mai lo fosse non sarebbe una cosa grave.
Ajè: "Ma non le pare che di questa lotta l’Italia
di oggi rappresenti un teatro privilegiato?". "Certo
­ risponde, ma Ajè non può esultare ­ Soprattutto
per un motivo: la mancanza di un compromesso istituzionale che,
dopo il fallimento della Bicamerale, impedisce una vera rifondazione
dello Stato".
Ajè cambia discorso: "In quale misura l’ideologia
berlusconiana rappresenta una smentita del principio della divisione
dei poteri?". Il prof. gliene ammolla un’altra: "Per
qualificare Berlusconi io preferisco usare un termine che il
presidente Chirac ha adottato per se stesso: pragmatismo. Nei
suoi discorsi si trova, certo, il populismo. Ma c’è anche
una forma di conservatorismo tipica della vostra politica. Il
tutto associato ad alcuni elementi del liberalismo economico
anglosassone. E’ su questo impasto che si fonda l’originalità
di Berlusconi". Ajè sibila: "E anche il suo
carisma, inteso come un dono di Dio". Il prof: "Il
carisma è un’indubbia risorsa, soprattutto nelle attuali
democrazie". E poi, sempre il prof: "I tentativi fatti
per limitare il potere dei giudici producono senza dubbio uno
squilibrio istituzionale. Ma essi non distruggono l’istituzione
giudiziaria. E sono indipendenti dal carisma di Berlusconi".
Ajè pensa di essere su Scherzi a parte: "In quale
altro caso il populismo ha presentato connotati altrettanto franchi
e precisi di quelli italiani?". L’esperto gli spiega che
il conflitto di interessi "non contiene, di per sé
nulla di specificamente populista" e che "il populismo
affiora nelle polemiche interne al governo". Oh, finalmente.
A quali polemiche si riferisce? Sorpresa. A quelle scatenate
da Bossi "nel mettere fine al primo esperimento Berlusconi".
Al ribaltone insomma.
Infine l’ultima domanda: "Può chiamare populismo
la pratica italiana dei girotondi?". Risposta del prof:
"Sì, i girotondi sono populisti". E daje Ajè.
(continua)