Camillo di Christian RoccaINTELLETTUALI PRO E CONTRO BUSH CHIEDONO UN IRAQ DEMOCRATICO

Washington. Mentre in Italia, a guerra iniziata, una buona metà dello schieramento politico fa ancora fatica a dire chiaramente che sarebbe preferibile una vittoria di George Bush, in un paese serio come l’America i politici e gli intellettuali mettono da parte la propaganda e cercano una via d’uscita comune, una linea bipartisan con cui affrontare e gestire il dopoguerra. Un gruppo di studiosi liberal e conservative ha firmato una dichiarazione comune che ieri ha ricevuto grandi elogi nel primo editoriale del Washington Post. Il documento si intitola "Statement on post war Iraq" e delinea la politica da perseguire nell’Iraq liberato, traccia le basi di un nuovo multilateralismo e fissa le responsabilità americane del dopoguerra.
La qualità e l’appartenenza politica dei firmatari, tutti grandi esperti di politica estera, fa la differenza. C’è l’ex viceconsigliere della Sicurezza Nazionale di Bill Clinton, James B. Steinberg, oggi vicepresidente del più prestigioso think tank liberal, la Brookings Institution, e c’è Bill Kristol, ex capo dello staff del vicepresidente Dan Quayle e oggi teorico dei neoconservative riuniti intorno al Weekly Standard, la rivista di cui è anche direttore. Ci sono anche due vecchie conoscenze del Foglio: Robert Kagan, autore del saggio sui rapporti transatlantici qui pubblicato l’estate scorsa, e Reuel Marc Gerecht, studioso dell’American Enterprise Institute e autore di un lungo articolo pubblicato dal Foglio il 19 marzo. E ancora l’ex sottosegretario alla Difesa nelle Amministrazioni Clinton, Walter Slocombe; l’ex inviato di Clinton in Medio Oriente, Dennis Ross; il direttore di Policy Review, Todd Lindberg; l’ex capo della Cia del primo Clinton, James Woolsey.
Il documento inizia con un "nonostante" che dovrebbe far riflettere anche da questa parte dell’oceano: "Nonostante alcuni di noi abbiano dissentito dal modo in cui l’Amministrazione Bush ha affrontato il caso Iraq, tutti insieme ora appoggiamo l’intervento militare. L’obiettivo della risoluzione 1441 era quello di fornire al governo iracheno ‘l’opportunità finale’ per rispettare tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite di questi 12 anni. Il governo iracheno ha palesemente disatteso. E’ ora, dunque, di agire per rimuovere dal potere Saddam e il suo regime".
I 23 firmatari sostengono che destituire il dittatore non basta: "Il cambio di regime non è fine a se stesso, ma un mezzo per creare un pacifico, stabile, unito, prospero e democratico Iraq, libero dalle armi di distruzione di massa. Dobbiamo impegnarci a costruire un Iraq che sia governato da un sistema pluralistico rappresentativo di tutti gli iracheni. Se si vuole davvero costruire un futuro democratico, il popolo iracheno dovrà essere pienamente coinvolto in questo processo". La Casa Bianca, si legge nel documento, dovrà dimostrare agli alleati, alla comunità internazionale, agli oppositori della guerra e soprattutto agli iracheni e ai loro vicini, che è decisamente impegnata a ricostruire il paese e fornire le risorse per tutto il tempo necessario a raggiungere l’obiettivo. Fissare già ora una strategia di uscita, una deadline di ritiro renderebbe poco credibili le intenzioni americane e diminuirebbe le prospettive di successo.
"Gli Stati Uniti dovranno necessariamente sopportare l’onere iniziale di mantenere la stabilità in Iraq, assicurare l’integrità territoriale, disarmare e distribuire gli aiuti. Ma quando lo stato di sicurezza lo consentirà dovranno trasferire il potere a organismi civili e ai rappresentanti del popolo iracheno". L’America, conclude il gruppo bipartisan, dovrà coinvolgere la Nato e le altre organizzazioni internazionali nel pianificare il dopoguerra. Riuscire a disarmare, ricostruire e riformare democraticamente l’Iraq potrà contribuire in modo decisivo alla democratizzazione del Medio Oriente. Questo è un obiettivo di importanza strategica per gli Stati Uniti e per il resto della comunità internazionale". E per la sinistra italiana?

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