Camillo di Christian RoccaLa dottrina Bush

L’attacco all’Iraq è cominciato. Ora che dalle parole si è passati ai fatti, può essere interessante rileggere il documento sulla National Security Strategy of the United States, pubblicato a settembre 2002. Tutti i presidenti americani hanno il compito, durante il loro mandato, di presentare al Congresso i progetti dell’Amministrazione per garantire la sicurezza del paese. Molto spesso si è trattato di un impegno soltanto formale, che confermava le strategie già esistenti. Così è stato anche per il documento presentato da Clinton nel 1999, ancora indirizzato al rafforzamento dei trattati internazionali, come l’Abm, il protocollo di Kyoto e il tribunale penale internazionale.
Ma questa volta è stato diverso. Il documento presentato dall’Amministrazione Bush rivoluziona completamente la strategia degli Stati Uniti.
Dietro a questa nuova prospettiva non c’è soltanto l’11 settembre, ma anche il riconoscimento che il mondo, a poco più di dieci anni dal crollo dell’Unione Sovietica, è profondamente mutato. La nuova visione americana ha quindi radici lontane, e se ne possono trovare le tracce già al tempo della presidenza Reagan. Lo stesso George W. Bush ne aveva anticipato i temi in un discorso pronunciato alla accademia militare di Citadel quasi un anno prima dell’11 settembre.
Sembra che tra i principali artefici del nuovo documento ci sia Condoleezza Rice, ma il presidente ha personalmente controllato e rielaborato tutti i punti più controversi, con lo scopo dichiarato di evitare le ambigue formulazioni del linguaggio burocratico.

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Il documento è suddiviso in nove capitoli. Il primo capitolo, "Descrizione generale della strategia internazionale dell’America", comincia con una dichiarazione estremamente chiara: "Gli Stati Uniti possiedono una forza e un’influenza senza precedenti, e senza pari, nel mondo". Potenza eccezionale significa anche responsabilità eccezionali: "Sostenuta dalla fede nei principi della libertà, questa posizione si carica però anche di responsabilità, obblighi e occasioni senza precedenti. La grande forza di questa nazione deve essere utilizzata per promuovere un equilibrio di potere che favorisca la libertà". Viene poi delineata brevemente la nuova situazione internazionale: "Per la maggior parte del XX secolo il mondo è stato diviso da una straordinaria lotta per gli ideali: visioni totalitarie contro libertà e uguaglianza. La grande lotta è finita. Le visioni militanti di classe, nazione e razza sono state sconfitte e screditate". Ma i pericoli non sono certo finiti: "Ora l’America non è più minacciata da Stati conquistatori, ma da Stati perdenti. Non siamo più minacciati da flotte ed eserciti, ma da tecnologie catastrofiche nelle mani di pochi esagitati. Dobbiamo sconfiggere queste minacce alla nostra nazione, ai nostri alleati e ai nostri amici". Ma l’America ha naturalmente la priorità: "La strategia statunitense per la sicurezza nazionale sarà basata su di un internazionalismo squisitamente americano che rifletta l’unione dei nostri valori e dei nostri interessi nazionali. Lo scopo di questa strategia è contribuire a rendere il mondo non soltanto più sicuro, ma anche migliore".
Nel secondo capitolo, "Sostegno alle aspirazioni della dignità umana", sono delineati gli obiettivi ideali degli Stati Uniti: "L’America deve sostenere fermamente i requisiti non negoziabili della dignità umana: il diritto; i limiti al potere assoluto dello Stato; la libertà di parola; la libertà di culto; l’equità della giustizia; il rispetto per le donne; la tolleranza religiosa ed etnica; la tutela della proprietà privata. Comprendendo gli insegnamenti del passato e sfruttando le opportunità che oggi abbiamo a nostra disposizione, la strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti deve cominciare da questi principi centrali e guardarsi intorno alla ricerca di possibilità per estendere i confini della libertà".
Il terzo capitolo, "Rafforzamento delle alleanze per sconfiggere il terrorismo globale e impegno a prevenire attacchi contro gli Stati Uniti e le nazioni amiche", affronta direttamente il problema del terrorismo. "Gli Stati Uniti d’America sono in guerra contro il terrorismo globale. Il nemico non è un singolo regime politico, o un’unica persona, o una particolare ideologia. Il pericolo è il terrorismo: la violenza premeditata, politicamente motivata e perpetrata ai danni di innocenti". In questa difficile battaglia, "Gli Stati Uniti cercheranno costantemente di ottenere il sostegno della comunità internazionale, ma al tempo stesso non esiteranno ad agire da soli, se necessario, per esercitare il loro diritto all’autodifesa agendo anche in via preventiva contro i terroristi, per impedirgli di fare del male al popolo americano e all’intero paese". E’ naturalmente la dottrina della guerra preventiva e del "first strike", che viene elaborata più dettagliatamente nel quinto capitolo: "Prevenire la minaccia dell’uso di armi di distruzione di massa contro gli Usa, i loro alleati e i loro amici". Eccone i punti principali. "Operazioni preventive di controproliferazione. Dobbiamo mettere in campo misure deterrenti e difensive contro la minaccia prima che sia sferrata. Rafforzamento delle operazioni di non-proliferazione, per impedire agli ‘Stati canaglia’ e ai terroristi di dotarsi dei materiali, delle tecnologie e delle competenze neccessarie per le armi di distruzioni di massa". La nuova strategia si rende necessaria perché nuova è la minaccia che incombe su di noi. "Ci sono voluti quasi dieci anni per comprendere la vera natura di questa nuova minaccia. Dati gli obiettivi degli ‘Stati canaglia’ e dei terroristi, gli Stati Uniti non possono più fare affidamento, come nel passato, soltanto su un atteggiamento reattivo. L’incapacità di dissuadere un potenziale aggressore, l’immediatezza delle minacce odierne e la gravità dei danni che potrebbero essere provocati dalle scelte dei nostri avversari in fatto di armamenti non consentono quest’opzione. Non possiamo permettere ai nostri nemici di attaccare per primi. Nella Guerra fredda la deterrenza rappresentava una difesa efficace. Ma una deterrenza basata esclusivamente sulla minaccia di rappresaglia ha assai meno possibilità di successo contro i leader di ‘Stati canaglia’ molto più pronti ad assumersi rischi, mettendo in gioco le vite dei propri cittadini e la ricchezza delle loro nazioni. I concetti tradizionali di deterrenza non funzioneranno contro un nemico terrorista le cui tattiche dichiarate sono la distruzione sfrenata e l’uccisione di innocenti. la sovrapposizione tra Stati che sostengono il terrorismo e agenti che cercano di procurarsi armi di distruzione di massa ci chiama all’azione". Ecco dunque la giustificazione teorica per l’attacco all’Iraq, alla quale il Congresso americano ha prontamente dato una legittimazione anche legale approvando la decisione che autorizza il presidente ad agire con tutti i mezzi necessari per impedire a Saddam di minacciare la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo.
La guerra preventiva non è il solo cardine della nuova strategia americana. A fianco della sua capacità militare, l’America mette in campo tutto il proprio peso economico e politico per raggiungere obiettivi molto più vasti. Obiettivi che sono riassumibili in due concetti essenziali: esportazione del modello democratico e apertura dei mercati al libero commercio. Nel capitolo 7, "Incremento dello sviluppo con l’apertura delle società e la costruzione delle infrastrutture democratiche", sottolineando che "decenni di massicci aiuti allo sviluppo hanno fallito nell’intento di spronare la crescita economica dei paesi più poveri", si afferma che lo scopo dell’Amministrazione americana è quello di "contribuire a liberare le potenzialità produttive degli uomini di tutto il mondo". Però, "sostenere la crescita e ridurre la povertà è impossibile senza le giuste politiche nazionali". Perciò soltanto quando "i governi avranno messo in atto autentici cambiamenti politici, noi forniremo nuovi aiuti in misura significativa". Il capitolo 6, "Promozione di una nuova era di crescita economica attraverso il libero mercato e il libero commercio", afferma l’impegno americano a favorire "la crescita e la libertà economica al di fuori dei confini statunitensi", nella convinzione che "le economie di mercato, e non economie chiuse e controllate dalla mano pesante del governo, rappresentano il metodo migliore per promuovere la prosperità e ridurre la povertà".
Il capitolo 4, "Collaborazione con altre nazioni per disinnescare i conflitti regionali" è più tecnico. Si delineano soluzioni specifiche per l’esplosiva situazione medio-orientale (soprattutto per il problema israelo-palestinese), per le dispute territoriali fra India e Pakistan, nonché per lo sviluppo dell’America Latina e dei paesi africani.
Anche il capitolo 8, "Elaborazione di programmi per la collaborazione con gli altri principali centri del potere globale", affronta in modo dettagliato i nuovi generi di rapporto che si dovranno instaurare con le altre grandi potenze, in particolare Russia e Cina, così come la necessità di una ristrutturazione della Nato. Quanto a quest’ultima, la sua "missione centrale resta salda, ma deve sviluppare nuove strutture per realizzare quella missione in circostanze che sono mutate. La Nato deve acquisire la capacità di mettere in campo, entro scadenze brevi, forze dotate di grande mobilità e di formazione mirata per rispondere a qualsiasi minaccia sferrata contro un membro dell’Alleanza". Ciononostante, gli Stati Uniti si riservano il diritto di formare coalizioni ad hoc per situazioni specifiche; e alla Nato è richiesto di contribuire anche a questo tipo di "coalizioni basate su missioni specifiche". Questo è stato subito un punto controverso perché, come ha sottolineato Sergio Romano, si ha l’impressione di un trattamento ammonitorio della Nato, alla quale viene richiesto di "adeguarsi alle nuove esigenze della politica estera globale degli Stati Uniti, pena la messa in mora della sua funzione storica". E lo stesso Romano richiama anche l’attenzione sulla "formale liquidazione in due righe dell’Europa come Unione".
L’ultimo capitolo, "Trasformazione delle istituzioni della sicurezza nazionale statunitense per fare fronte alle sfide e alle opportunità del XXI secolo" è forse il più importante. "Le istituzioni principali della sicurezza nazionale americana sono state costituite in un’era diversa per soddisfare esigenze diverse. Devono essere tutte trasformate. E’ il momento di riaffermare il ruolo essenziale della forza militare americana. La potenza senza precedenti delle forze armate statunitensi ha mantenuto la pace in alcune delle zone più strategicamente vitali del mondo. Eppure, le minacce e i nemici con cui dobbiamo confrontarci sono cambiati, e devono di conseguenza cambiare anche le nostre forze armate. Un esercito strutturato per fungere da deterrente nei confronti degli imponenti eserciti del periodo della Guerra fredda deve essere trasformato per concentrarsi maggiormente su come combattere un avversario anziché su dove e quando potrebbe scoppiare una guerra. Per contrastare l’insicurezza e per far fronte alle numerose sfide che il problema della sicurezza ci pone, dobbiamo dotarci di basi e postazioni dentro e fuori l’Europa occidentale e l’Asia nordorientale, oltre a stipulare accordi per l’accesso temporaneo in vista dello spiegamento a lungo termine delle forze armate degli Usa. Sappiamo dalla storia che la deterrenza può fallire, e sappiamo dall’esperienza che alcuni nemici non sono sensibili alla deterrenza. Gli Stati Uniti devono mantenere, e manterranno, la capacità di sconfiggere qualunque tentativo, da parte di qualsiasi nemico, di imporre la propria volontà sugli Usa, sui loro alleati e sui loro amici. Manterremo le forze sufficienti per adempiere ai nostri obblighi e difendere la libertà. Le nostre forze armate saranno abbastanza forti da dissuadere i potenziali avversari dal perseguire un’escalation militare nella speranza di superare, o anche solo raggiungere, la potenza degli Stati Uniti. Nell’esercitare la nostra leadership, rispetteremo i valori, il giudizio e gli interessi dei nostri alleati e partner. Nondimeno, saremo disposti ad agire separatamente quando i nostri interessi e le nostre responsabilità lo richiederanno. In caso di disaccordo sui particolari, spiegheremo apertamente le ragioni delle nostre inquietudini e ci sforzeremo di elaborare alternative praticabili. Non permetteremo però che tali divergenze oscurino la nostra determinazione a mettere al sicuro, insieme con i nostri alleati e amici, i nostri valori e interessi fondamentali".
Il nuovo documento è dunque una dichiarazione estremamente decisa della potenza americana e della sua volontà di dare un nuovo ordine al mondo, con o senza l’approvazione generale degli altri paesi. Subito dopo la sua pubblicazione il New York Times ha commentato che si trattava dell’"approccio più aggressivo e radicale alla sicurezza nazionale dall’epoca di Ronald Reagan", e che non avrebbe mancato di attirare su Bush l’accusa di essere "interessato all’approccio multilaterale solo finché non contrasta la sua volontà". E Sergio Romano, profondo conoscitore della politica internazionale, ha dichiarato che non gli era mai capitato "di leggere un documento così chiaro ed estremo nel rivendicare agli Stati Uniti, senza remore sostanziali, il diritto di agire per la costruzione unilaterale di una potenza o di una catena di comando che non conosce confini". Non c’è quindi da stupirsi che proprio la collaborazione con altri paesi, prospettata e invocata più volte dal documento, non abbia avuto un successo completo e abbia al contrario spaccato parzialmente la comunità internazionale, come ha riconosciuto lo stesso Bush in occasione del suo recentissimo discorso di ultimatum all’Iraq, nel quale ha dichiarato che "il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha avuto la volontà di assumersi le proprie responsabilità". Ma l’America sì. Si tratta ora di vedere quali saranno i risultati di questa scommessa.