Camillo di Christian RoccaRedazionalmente Corretto del 1 marzo 2003

La prima pagina di Repubblica (Rep.) di ieri, 28 febbraio, Giorno III della Nuova Era Forte, Disobbediente, Bersagliera, Vongola, Franca & Tedesca, si apriva con "Venti di guerra, petrolio alle stelle". Gli editoriali sono due, uno di Bernardo Valli sui "giri di valzer del Cavaliere" e un altro, importante, del proprietario di Rep, Carlo De Benedetti: "La lezione di Saladino". Dal titolo si capisce poco, ma l’analisi del padrone dei republicones è seria e intelligente. De Benedetti è contrario all’intervento, ma non usa argomenti avventati come i suoi principali editorialisti. Cerca con distacco di spiegare, per confutarla, la nuova dottrina americana, lamentando però che "nulla o quasi abbiamo sentito su cosa avverrà dopo la guerra". Infatti leggendo Rep. non se ne sa niente. Un cazziatone ai suoi, insomma.
Il dibattito sul "dopoguerra" in America è aperto da mesi, ma Rep. non ne ha dato conto. L’altroieri, per esempio, Bush ha parlato all’American Enterprise Institute, dove ha tenuto un discorso importante, "a major speech", riportato, commentato, analizzato sulle prime pagine di tutti i giornali americani. Il discorso di Bush riguardava proprio il "dopo", il "che fare" una volta liberato l’Iraq. Secondo l’Economist di ieri, con quel discorso è nata "una nuova, enorme e ambiziosa dottrina per l’Iraq e tutto il Medio Oriente". Su Rep. non c’era neanche una riga. E per conoscere "che cosa avverrà dopo", il padrone dei republicones avrà dovuto leggere il discorso di Bush su un piccolo giornale berlusconiano.
In questo Rep. non è sola, anche gli altri concorrenti (a proposito, Rep. ha superato il Corriere nel numero di lettori: complimenti), hanno bucato volontariamente la notizia. Soltanto la Stampa, con l’ottimo Maurizio Molinari, e brevemente il Giornale ne hanno fatto cenno. De Benedetti non crede che si possa esportare la democrazia in Medio Oriente ("l’Iraq non è il Giappone"; "è un’idea ingenua"), nota che "nel budget federale" non c’era la previsione di spesa per la guerra a Saddam, e conviene con Thomas Friedman (ma non dice che la tesi è dell’editorialista del New York Times) sull’assurdità di un Consiglio di Sicurezza che ha come membro permanente la Francia e non l’India, cioè "la più grande democrazia del mondo che ha la bomba atomica". L’analisi comincia con una citazione su Saladino fatta a De Benedetti "da un amico francese". Voci di corridoio tra i republicones sostengono che "l’amico francese" sia Dominique de Villepin, ministro degli Esteri francese e parente stretto della nuora di De Benedetti.
Vittorio-Gatto-Copione-Zucconi (Zuccopycat) si è accorto che il Washington Post, giornale tradizionalmente liberal, si è schierato apertamente in favore dell’intervento militare in Iraq. Ovviamente ne scrive perché molti lettori del WP si sono infuriati. Zuccopycat riporta correttamente la posizione degli editorialisti del Post, ma a queste contrappone "le cronache" che "non corrispondono ai commenti". Ovvio, il Washington Post non è come Rep.
Zuccopycat vuol far credere che la decisione pro war degli editorialisti del Washington Post sia una voce dal sen fuggita. Per dimostrarlo cita "un amaro reportage dal Kuwait che ricorda come 12 anni dopo le promesse di democrazia portate da Bush il Vecchio" ancora la democrazia non si veda. Soltanto che "l’amaro reportage", traducendo bene, dice che le "promesse" erano dell’emiro kuwaitiano e che, allora, "mai gli Stati Uniti avevano spronato la famiglia reale ad adottare le riforme". Il "new Kuwait era stato promesso dall’emiro", non da Bush il Vecchio. Zuccopycat cita anche un altro articolo, "un’agghiacciante denuncia dall’Afghanistan per segnalare che il nuovo regime () potrebbe essere poco peggiore di quello che abbiamo abbattuto". Red. Corr. non sa a quale articolo Zuccopycat faccia riferimento, di certo però il WP di mercoledì ha pubblicato un lungo articolo sui fasti del "boom economico, commerciale e di fiducia che si respira a Kabul". Zuccopycat riporta bene la posizione indecisa del New York Times, ma nell’elenco dei giornali apertamente schierati in favore dell’intervento armato non inserisce, restando soltanto a quelli di sinistra, New Yorker, Atlantic Monthly, New Republic e Slate.
Strepitoso Giorgio Bocca. Ricordate? Qualche settimana fa aveva passato a Venerdì e Espresso un articolo uguale, 1 al prezzo di 2. Ieri ne ha escogitata un’altra: il giornalismo soap, articoli a episodi e con riassunto delle puntate precedenti. Quello del Venerdì si chiudeva così: "Diceva l’ambasciatore Kennan: in passato sopravvalutavamo la nostra sicurezza e la nostra forza, ora esageriamo i pericoli e sottovalutiamo le nostre capacità". Quello dell’Espresso iniziava con l’identico ultimo paragrafo del Venerdì. (continua)

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