Camillo di Christian RoccaRiusciranno i nostri eroi a esportare la democrazia in Medio Oriente?

(Qui DEMOCRAZIA IN MEDIO ORIENTE. L’arma di protezione di massa dell’Occidente- IL FOGLIO, 18 febbraio 2003)

"Un Iraq liberato mostrerà come la libertà abbia la forza di trasformare il Medio Oriente, portando speranza e progresso nella vita di milioni di persone".
George W. Bush, discorso all’American Enterprise Institute, 26 febbraio 2003

Saddam Hussein non disarmerà mai. Non è una previsione campata in aria, è un’analisi dei suoi comportamenti e della sua politica. Le armi di distruzione di massa sono legate intimamente al suo senso del destino e al suo istinto di sopravvivenza. Saddam è convinto di essere predestinato a ricoprire il ruolo di liberatore e redentore della nazione araba. Saddam vuole ricondurla ai vertici della civiltà umana, posto che gli arabi occupavano prima del sacco di Baghdad compiuto dai mongoli nel 1258.
Il rais iracheno crede anche che la sua vittoria sull’Iran sia da attribuire all’uso dei gas. Così come è convinto che il motivo per cui nel 1991 gli angloamericani non marciarono fino a Baghdad fu proprio il timore che lui potesse usare le armi di distruzione di massa. Anche la crisi nordcoreana conforta questa sua convinzione che, peraltro, ha anche radici interne. Saddam ha usato il gas nervino contro i curdi, e da allora il gas è un formidabile strumento di governo e di controllo della maggioranza sciita del paese. Nel 1999 una rivolta sciita a Najaf fu sedata dalle forze di sicurezza di Saddam semplicemente con l’ingresso in città di truppe in uniforme bianca e maschera antigas. Il terrore di essere gasati, proprio con quelle armi che Saddam dice di aver distrutto, convinse gli sciiti ad arrendersi.
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Barzan al Tikriti, fratellastro e cognato di Saddam, ex ambasciatore iracheno alle Nazioni Unite ed ex capo dell’intelligence di Baghdad, secondo il New York Times tempo fa disse che l’Iraq ha bisogno di armi nucleari perché vuole "ridisegnare la mappa del Medio Oriente".
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La nuova dottrina Bush, elaborata dopo l’undici settembre, è ambiziosa e non priva di pericoli: esportare la democrazia per "ridisegnare la mappa del Medio Oriente". Da lì viene il pericolo per l’America, lì bisogna intervenire. Non più alla vecchia maniera, cioè mettendosi d’accordo con i despoti locali, ma liberando quei popoli e aprendo quelle società. Il progetto di Bush, "ridisegnare la mappa del Medio Oriente", è uguale e contrario a quello di Saddam. Ma se il rais di Baghdad per riuscirci non può fare a meno di dotarsi di armi di distruzione di massa (nucleare, gas nervino, antrace e forse kamikaze), il presidente americano tenta la carta delle armi di protezione di massa dell’Occidente: il contagio dell’islam democratico turco, le istituzioni democratiche, la società civile, la stampa libera, i partiti, il mercato, le leggi e i tribunali. Garantire la propria sicurezza attraverso la liberazione del mondo arabo e islamico è un’idea affascinante e rischiosa. Piace, tra gli altri, a molti avversari di George Bush, alla sinistra liberal americana, al New Yorker, al Washington Post, ai Clinton, a Joe Lieberman, ai candidati democratici alla presidenza, a molte firme del New York Times.
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Nella loro storia gli americani hanno avuto quattro modi di guardare alla politica estera. I quattro filoni prendono il nome da presidenti e statisti americani. Gli hamiltoniani, da Alexander Hamilton, sono quelli disinteressati alle conquiste territoriali. Credono, piuttosto, nell’apertura dei mercati e nella forza delle relazioni commerciali. I wilsoniani, da Woodrow Wilson, ritengono che gli Stati Uniti abbiano un dovere morale e un interesse nazionale nel diffondere i valori democratici e liberali americani nel mondo. I jeffersoniani, da Thomas Jefferson, sostengono che la politica estera americana debba occuparsi meno di diffondere i valori democratici in giro per il mondo e più di salvaguardarli in patria. Infine i jacksoniani, da Andrew Jackson, sostengono che l’obiettivo principale della politica estera di Washington debba essere la sicurezza e il benessere del popolo americano. La politica estera di Bill Clinton, da Haiti alla Bosnia al Kosovo fino all’elaborazione della dottrina del diritto all’ingerenza umanitaria, era wilsoniana. George W. Bush ha iniziato la sua presidenza da jacksoniano (con Colin Powell jeffersoniano). Dopo l’11 settembre 2001, la politica estera della Casa Bianca è diventata una via di mezzo tra il realismo jacksoniano e l’idealismo wilsoniano.
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La prima e più comune obiezione alla nuova dottrina Bush è la seguente: la democrazia non si esporta con le armi, non può essere imposta con la forza. E’ pericoloso. Ma nessuno spiega davvero le ragioni per cui sarebbe una follia. In fondo la Germania, l’Italia e il Giappone del secondo Dopoguerra dimostrano la fattibilità e la riuscita di un’imposizione della democrazia con l’occupazione militare e un’oculata politica di aiuti. Si obietta che il Medio Oriente sia un’altra cosa, che l’odierna società islamica non possa essere paragonata alla Germania post nazista. Si dice, insomma, che non è possibile trapiantare una società aperta in una regione che non ha mai conosciuto né libertà né istituzioni democratiche. E’ così? Diciamo che è controverso, basti pensare all’India. L’Iraq, in ogni caso, può vantare un trentennio costituzionalista (fino al 1958) nel quale l’alternanza di governo tra le élite era garantita, un po’ come succedeva in Giappone con il costituzionalismo precedente la Seconda guerra mondiale. In Germania, invece, ci fu la Repubblica liberale di Weimar. Di più: l’Iraq non ha gli omologhi di Goethe o di Beethoven né l’imperatore Hirohito come elementi unificanti di uno Stato nato dallo sgretolamento dell’Impero Ottomano e consegnato come premio di consolazione al re hashemita Faisal I, parente degli attuali governanti di Giordania. Ma va aggiunto, a differenza dei tedeschi e dei giapponesi, che gli iracheni del dopo Saddam non saranno un popolo sconfitto, piuttosto un popolo liberato.
Questo per dire che alla fine l’obiezione cruciale sembra essere un’altra, in verità un po’ razzista: l’islam non è compatibile con la democrazia. L’esempio turco dimostra il contrario, così come l’amministrazione Onu impegnata ad avviare il processo democratico in Kosovo. Senza dimenticare che in Iraq la libertà c’è già, sia pure soltanto nel Nord del paese e protetta dall’aviazione angloamericana. Nel Kurdistan iracheno, liberato nel 1998 dopo la prima guerra del Golfo, vige infatti un regime semi autonomo con un Parlamento eletto democraticamente, governi locali, un sistema scolastico, una polizia e un embrione di potere giudiziario.
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Il concetto di dimuqratiah (democrazia) è stato introdotto nel linguaggio politico arabo nella seconda metà del Diciannovesimo secolo dal gruppo Nahda, il movimento che si diffuse nelle province arabe dell’ex Impero ottomano. Dimuqratiah non è una parola di origine araba, ed è entrata nel vocabolario delle altre lingue islamiche, il persiano e il turco, solo qualche anno prima. Demokrasi, spiega l’analista iraniano Amir Taheri, "era la parola magica del movimento costituzionalista". All’inizio del Ventesimo secolo i costituzionalisti vinsero a Costantinopoli e a Teheran, dove nacquero i primi Parlamenti di tipo occidentale del mondo islamico. In quegli anni le élite islamiche dell’Impero ottomano, dell’India britannica, dell’Impero zarista, si domandavano come mai la civiltà islamica che aveva governato il mondo intero fosse caduta in questo stato di miseria e di terrore. La riflessione dei pensatori, dei professori, degli scrittori era univoca: a causa dei governi dispotici che per secoli hanno devastato la società civile. "Una nazione il cui governo non dipende dal proprio popolo ­ scriveva nel 1880 Ismail Agha, un riformatore musulmano di Crimea  è destinata a diventare schiava di altre nazioni". Un suo contemporaneo, Miza Agha Kermani, è ancora più diretto: "La crescita del mondo occidentale e il crollo di quello musulmano si deve a un motivo semplice: in Europa i governi hanno paura dell’opinione pubblica, nel mondo islamico la gente ha paura dei governi".
Il dibattito sulla democrazia in Medio Oriente è antico e ricco di tradizione dentro lo stesso mondo islamico. La svolta ci fu dopo la rivoluzione bolscevica dell’ottobre del 1917, quando l’idea di democrazia fu attaccata da due opposte posizioni: il marxismo e il revanscismo islamico. I bolscevichi esportarono la rivoluzione socialista con il terrore e interventi militari in Turchia e Iran. Alla fine della Seconda guerra mondiale le élite democratiche diventarono minoranza, spesso repressa, uccisa o costretta all’esilio, a fronte di una nuova classe intellettuale infatuata dal comunismo, dal radicalismo islamico e dal nazismo hitleriano.
I paesi arabi e musulmani di fresca indipendenza non riuscirono a governare questo fenomeno e negli anni Cinquanta molti di loro furono travolti dai colpi di Stato appoggiati dai sovietici e compiuti da una nuova generazione di generali dalle confuse idee islamico-nazi-marxiste. Fino ad allora l’Egitto, l’Iraq e la Siria erano paesi con società quasi aperte, con Parlamenti di tipo occidentale e istituzioni rappresentative. Al governo c’erano pochi ricchi ma la classe dirigente aveva una parvenza di legittimazione popolare e garantiva l’alternanza tra diversi blocchi di potere. In altri posti, come l’Iran, i marxisti e gli islamisti facevano fronte unico di opposizione ai regimi filo occidentali. Nel 1977, infatti, l’ayatollah Khomeini scriveva che "la vera minaccia all’islam non viene dallo scià ma dall’idea di voler imporre in terra islamica il sistema democratico occidentale, che altro non è se non una forma di prostituzione". Il Gran Muftì di Palestina, Haj Amin al-Husseini, un personaggio che nel 1938 andò a Berlino a firmare con il regime nazista un patto anti ebraico, nel 1952 diceva: "Non combattiamo Israele perché è uno Stato ebraico. Lo combattiamo perché ha un governo nel quale in nome della democrazia la legge dell’uomo prende il posto della legge di Dio".
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Questo vuol dire che le idee liberali e democratiche in Medio Oriente sono sparite del tutto? Secondo molti analisti è vero il contrario. Il crollo del comunismo, i disastri dei regimi islamisti in Iran, Sudan, Afghanistan e il vicolo cieco in cui si è cacciato il fondamentalismo terrorista di Osama, hanno fatto timidamente rialzare la testa ai democratici. Prova ne siano le elezioni del 1997 e del 2000 in Iran, così come le ultimissime consultazioni amministrative della settimana scorsa disertate in massa dalla popolazione, (a Teheran ha votato soltanto il 12 per cento), in segno di sfiducia nei confronti dei troppo ambigui riformisti del regime degli ayatollah. Di democrazia si parla apertamente nelle Costituzioni di molti paesi islamici, dall’Indonesia all’Algeria al Bangladesh al Kuwait. C’è l’esempio afghano, solo un anno fa in mano ai talebani, e ci sono le prime concessioni pseudo democratiche in Pakistan. E’ l’idea della libertà e della democrazia che unisce le grandi manifestazioni iraniane e le rivendicazioni delle donne pachistane e marocchine. E se solo un secolo fa in nessun paese islamico si tenevano elezioni, oggi in 50 Stati su 53, per quanto condizionate dai regimi, si vota con cadenza regolare. Ancora. Le autorità egiziane sono state costrette a liberare il professore Saad Eddine Ibrahim, arrestato per aver negato la legittimità delle elezioni del suo paese, e ora il professore dice che "l’unico modo per far uscire gli arabi dall’impasse in cui si sono cacciati è quello di adottare un sistema di governo democratico".
Nel mondo islamico non ci sono soltanto i mullah, gli Osama, i Saddam e i fondamentalisti. Esistono anche "altri musulmani", consapevoli peraltro che non bisogna cadere nell’inganno della "democrazia islamica", così come altri paesi inseguirono la chimera di fantomatiche "democrazie popolari". Scrive ancora Amir Taheri, autore di "The Cauldron: the Middle East behind the headlines": "La democrazia islamica non può esistere, è un ossimoro".
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Se oggi si votasse liberamente nei paesi islamici, quasi ovunque vincerebbero i partiti islamisti e il primo atto di governo sarebbe l’abolizione della democrazia e l’imposizione della sharia. Lo dimostra l’Algeria del 1991. Allora vinse il Fronte islamico e l’esercito fu costretto a intervenire e annullare le elezioni. L’idea che abbattendo Saddam si riesca in breve tempo a liberare l’intero Medio Oriente è pura fantasia. Pericolosa, anche. Ma i primi segnali di un’inversione di rotta ci sono già, prima ancora che sia stato sparato il primo colpo. Yasser Arafat ha finalmente nominato un premier, e scelto Abu Mazen, uno dei pochi politici palestinesi che critica l’Intifada e l’uso del terrorismo. Mazen lotta per l’indipendenza della Palestina ma vuole trattare con Israele, non è interessato a eliminare gli ebrei. Ci sono già stati, poi, diversi incontri segreti sui futuri scenari regionali tra Abdallah di Giordania e il premier israeliano Ariel Sharon, il quale incontrerà anche il presidente egiziano Hosni Mubarak. Insomma la sola possibilità di liberare l’Iraq ha rimesso in moto l’intero Medio Oriente, così come già la prima guerra del Golfo aprì la strada al processo di pace di Oslo. La via è giusta, ma deve essere chiaro che si tratta di un processo lungo, faticoso, pieno di insidie e molto, molto costoso. Se non si ha bene in mente questo, e non lo si inquadra in una prospettiva almeno decennale, il progetto di liberare gli arabi dall’oscurantismo e proteggere gli americani dal terrorismo rischia di trasformarsi in un miraggio e in una delusione sia in Medio Oriente sia in Occidente.
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I diciassette Stati arabi del Medio Oriente hanno in comune molte cose. Innanzitutto la lingua e una storia condivisa: le conquiste arabe, l’Impero ottomano e il colonialismo europeo. L’islam è la religione del 92 per cento della popolazione, ed è ovunque la religione di Stato tranne che in Libano. Nelle Costituzioni c’è scritto che il capo di Stato deve essere musulmano. La legge islamica, in vario modo, fa parte dell’apparato giuridico dello Stato e in alcuni casi, come l’Arabia Saudita, è la fonte di legittimazione primaria dell’élite al governo. Non c’è libertà religiosa, anche se le condizioni variano: in Arabia Saudita è così ristretta che professare un’altra religione può costare la morte, mentre in Algeria la Costituzione vieta la discriminazione religiosa, ma non ha impedito agli islamisti di massacrare i cristiani durante la terribile guerra civile di questi anni. Anche sul fronte del rispetto dei diritti umani i paesi arabi hanno un comune record negativo, anche se sui reati d’opinione si registrano alcuni passi avanti. Così come sulle donne, i cui diritti sociali e politici in alcuni Stati sono inesistenti per legge o inferiori a quelli degli uomini (con l’eccezione della Tunisia).
La libertà di stampa non esiste nella maggior parte dei paesi arabi. In alcuni casi, come dice Emma Bonino, gli Stati garantiscono la libertà di stampa ma non quella di restare liberi se la si usa in modo non gradito al regime. Secondo Freedom House, nessuno dei 17 Stati arabi ha una stampa libera, soltanto due paesi possono vantare un’informazione parzialmente aperta. La forma di governo è duplice: nove paesi sono Repubbliche, quattro delle quali rette da dittatori militari, mentre case reali, sultani ed emiri governano sugli altri. Il Bahrein, piccolo Stato del Golfo, è avviato alla democrazia.
Combinando questi fattori, tratti dai report delle Nazioni Unite, dal Dipartimento di Stato e dalle organizzazioni per i diritti umani, viene fuori che il Marocco è lo Stato che più si avvicina a un modello democratico (o che più si allontana dalla dittatura), seguito da Giordania e Libano. Al penultimo posto c’è il Sudan. All’ultimo, a pari demerito, l’Arabia Saudita e l’Iraq di Saddam.
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L’entusiasmo messianico degli americani, pur motivato dalla volontà di proteggere il proprio territorio ed evitare un altro 11 settembre, deve fare i conti ­ secondo l’equilibrato studio della Carnegie Endowment for International Peace  con alcune realtà ben presenti in Medio Oriente. Non soltanto l’islamismo, ma anche il risentimento nei confronti di Israele e il sospetto che gli americani usino l’idea di democratizzare il Medio Oriente soltanto per giustificare l’intervento in Iraq e l’occupazione israeliana della Cisgiordania. George Bush lo sa, e infatti, nel discorso all’American Enterprise Institute ha spiegato che il passaggio successivo alla liberazione dell’Iraq sarà quello di garantire "uno Stato palestinese autenticamente democratico, riformato e pacifico" e "una volta rimossa la minaccia del terrore e con l’aumento della sicurezza, il nuovo governo d’Israele dovrà sostenere la creazione di uno Stato palestinese e fermare la costruzione degli insediamenti".
I suggerimenti della Carnegie Endowment sono: a) non marginalizzare tutti i gruppi islamici, e fare bene attenzione a non confondere gli estremisti con le organizzazioni moderate; b) non sovrastimare le organizzazioni non governative occidentali e le persone con ottime credenziali liberali ma con scarsa influenza sulla società; c) evitare di far coincidere la campagna pro democrazia con la campagna per una più positiva immagine dell’America; d) non appoggiare finte riforme istituzionali ma premere per vere riforme politiche; e) tenere conto delle diversità e non avere un unico piano per tutti i paesi: cambio di regime, cauta liberalizzazione e democratizzazione non sono la stessa cosa.
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All’interno dell’Amministrazione americana è appena cominciata la battaglia su cosa fare all’indomani della liberazione dell’Iraq. George Bush è stato chiaro, l’obiettivo finale è che gli iracheni "avviino il processo democratico e vivano in libertà". Gli americani, ha aggiunto Bush, "non lasciano forze di occupazione, ma Costituzioni e Parlamenti". Sarà così? Aiuteranno l’opposizione irachena a formare un governo e se ne andranno il giorno dopo? Chi governerà a Baghdad? Un militare o un civile? Un americano, l’Onu o gli iracheni?
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L’unico punto su cui tutti gli uomini del presidente sono d’accordo è che per i primi tre/sei mesi del dopo Saddam, gli Stati Uniti dovranno mantenere una forte presenza militare in Iraq per garantire gli aiuti umanitari (già adesso la sussistenza del 60 per cento degli iracheni dipende dagli aiuti umanitari), disarmare gli arsenali, difendere i pozzi di petrolio, ristabilire l’ordine, perseguire i dignitari del regime, riformare l’esercito ed evitare la frantumazione etnica e geografica del paese. Su tutto il resto c’è una grande confusione sui metodi da seguire, dettata principalmente dal fatto che in Iraq non esiste un’opposizione al regime cui affidare il compito di ricostruire il paese. C’è, invece, un’opposizione in esilio, composta da una quarantina di gruppi, molti dei quali ininfluenti a Baghdad. Gli unici che hanno un certo seguito sono gli sciiti dello Sciri, ma sono fortemente antiamericani, antioccidentali e vicini ai radicali di Teheran. Da questa contraddizione nascono i forti dubbi americani di affidare il governo di Baghdad all’opposizione ufficiale.
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I principali gruppi dell’opposizione irachena sono riuniti in un "consiglio presidenziale" che si è costituito nel Nord Iraq sotto gli auspici dell’inviato di Bush, Zalmay Khalilzad. Ne fanno parte gli sciiti iracheni del partito Sciri, guidato dai fratelli Bagher e Abdel Aziz Al Hakim. Gli sciiti sono la maggioranza della popolazione irachena, hanno circa ventimila uomini armati e sono ben visti dagli ayatollah iraniani, con i quali condividono il credo religioso e dai quali si differenziano per la radice etnica (gli iracheni sono arabi, gli iraniani sono persiani). Ci sono due partiti curdi, già al governo nel Nord del paese, uno guidato da Massoud Barzani e l’altro da Jalal Talabani. C’è poi l’Ina, una piccola organizzazione di ex ufficiali dell’esercito e del partito di Saddam, fuggiti in Giordania. Sono i preferiti dagli uomini del Dipartimento di Stato, i quali hanno a lungo sperato che l’Ina potesse accendere la miccia di un golpe anti Saddam. Infine c’è l’Iraqi National Congress di Ahmed Chalabi, l’uomo del Pentagono e forse della Casa Bianca, odiatissimo però dal Dipartimento di Stato e dalla Cia.
Per anni Washington ha puntato sul’Iraqi National Congress e su Ahmed Chalabi. Ora gli americani sono divisi, da una parte il Pentagono e i falchi della Casa Bianca, dall’altra il Dipartimento di Stato e la Cia. Questi ultimi non sopportano Chalabi, un banchiere dai modi aristocratici e con una reputazione controversa (è stato arrestato in Giordania per bancarotta). In questi dieci anni Chalabi si è occupato di organizzare tra Londra e Washington l’opposizione irachena, ma i suoi detrattori sostengono che se facesse oggi una passeggiata a Baghdad nessuno lo riconoscerebbe. Non è soltanto un problema di leadership quello che divide Dipartimento di Stato e Pentagono, in gioco c’è la democrazia in Iraq.
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Fin qui gli unici autorizzati a parlare di futuro dell’Iraq sono stati gli uomini del Dipartimento di Stato, per una serie di ragioni. Intanto perché la politica estera è di loro competenza e, ragione non secondaria, perché se ne avessero fatto cenno anche i funzionari del Pentagono avrebbero dato l’impressione che l’intervento armato fosse già stato deciso. A Foggy Bottom, sede del Dipartimento di Stato, temono una "libanizzazione dell’Iraq" con i curdi al Nord, gli sciiti al Sud e i sunniti intorno a Baghdad. Per questo motivo e in mancanza di una forte leadership centrale sono contrarissimi a una soluzione federale. Colin Powell cerca un sunnita in grado di sostituire Saddam e di governare centralmente l’intero Iraq. La persona individuata è un ottantenne ex ministro degli Esteri, Adnan Pachachi, il quale avrebbe ricoperto lo stesso ruolo che l’ottantenne re afghano ha giocato nel nuovo Afghanistan. Pachachi, accusato peraltro di molti misfatti e di aver definito i falchi di Bush come appartenenti a una "lobby sionista", sorprendentemente ha rifiutato di far parte del Consiglio presidenziale. C’è anche l’ipotesi di coinvolgere la famiglia reale hashemita di Giordania che regnò fino al colpo di Stato del 1958.
L’idea del Dipartimento di Stato resta quella di occupare militarmente il paese e restarci due o tre anni. Nel frattempo operare per non sconvolgere completamente gli assetti di potere del regime di Saddam. La proposta è di sostituire soltanto i tre principali funzionari in ogni ministero, sperando così di recuperare la parte meno compromessa del regime. Powell, infine, lavorerà per ottenere una risoluzione Onu che trasferisca i poteri a un Alto Commissario delle Nazioni Unite. Il piano c’è già, e lo ha svelato il quotidiano londinese The Times. Il rapporto è stato commissionato dalla canadese Louise Frechette, vice segretaria delle Nazioni Unite, e prevede la creazione di una nuova missione, chiamata Unami (United Nations Assistance Mission in Iraq), che aiuti la formazione di un nuovo governo iracheno. Secondo le prime indiscrezioni a guidarla sarà Lakhdar Brahimi, ex ministro degli Esteri algerino e fratello di Rym, l’inviata a Baghdad della Cnn. Brahimi ebbe già un ruolo fondamentale nella creazione del nuovo governo afghano.
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Il Pentagono e l’ufficio del vicepresidente Cheney hanno una posizione opposta, decisamente contraria a una lunga occupazione dell’Iraq e non solo per i costi e lo spreco di risorse militari. Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e Douglas Feith al Pentagono, ma anche John Bolton al Dipartimento di Stato, Lewis Libby nell’entourage di Dick Cheney, e Richard Perle tra i consiglieri della Difesa, credono che una presenza militare americana, accompagnata dal non abbattimento dell’organizzazione statuale di Saddam, possa ritardare o addirittura mettere in pericolo la nascita di un governo rappresentativo e poi di istituzioni democratiche. Senza contare che una prolungata presenza americana potrebbe far cambiare l’atteggiamento della popolazione irachena e trasformare i liberatori in occupanti, dando peraltro ragione a quell’opinione pubblica mediorientale diffidente sulle reali intenzioni modernizzatrici della Casa Bianca. La soluzione, secondo il Pentagono, è quella di consegnare il paese all’opposizione e sostenerla nello sforzo di gettare le fondamenta di uno Stato autonomo e federale.
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Il Giappone del Dopoguerra fu governato dagli americani dal 1945 al 1952, la Germania post nazista per quattro anni. In Iraq bisognerà dotarsi di un piano non solo per "il giorno dopo", ma anche per "il decennio dopo" la caduta di Saddam Hussein.
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Il progetto più complesso di ricostruzione dell’Iraq è quello elaborato dall’opposizione in esilio. L’ideologo del nuovo Iraq è Kanan Makiya, 53enne figlio del più grande architetto iracheno, un passato da trotzkista filo palestinese ed esule dal 1968.
A novembre la Conferenza delle opposizioni irachene ha approvato, con la supervisione della Casa Bianca, un corposo documento di 102 pagine dal titolo "The transition to democracy in Iraq". Le premesse sono due: 1) che gli Stati Uniti vogliano effettivamente cambiare il regime e ricostruire uno Stato democratico; 2) che la caduta di Saddam non avvenga al costo di una catastrofe di vittime civili irachene o israeliane.
Il nuovo Stato iracheno sarà di tipo federale su base geografica e non etnica, per evitare rivendicazioni territoriali curde al Nord e sciite al Sud. Il nuovo Iraq non sarà più uno Stato arabo, cosicché un curdo, un caldeo, un assiro o un turcomanno potrà essere eletto alle massime cariche pubbliche.
Il primo impegno degli oppositori in esilio sarà quello di coinvolgere gli iracheni liberati da Saddam. Senza il sostegno dell’opposizione interna, rischiano di entrare a Baghdad senza rappresentare i 22 milioni di connazionali residenti. Gli esuli, infatti, sono soltanto tre milioni, ai quali vanno aggiunti i quattro milioni di curdi che vivono al Nord. Intanto si sono dati un gran da fare per trovare la fonte di legittimità giuridica di una possibile Autorità di transizione. Il colpo di Stato del 1958, spiegano, ha abrogato la Costituzione del 1925, la più legittima carta fondamentale della storia irachena, in quanto l’unica adottata dopo un dibattito pubblico. Da allora il regime ha approvato cinque Costituzioni provvisorie. I rappresentanti degli oppositori potrebbero agire sotto la Costituzione del ’25, opportunamente emendata, oppure procedere all’approvazione di un’altra Costituzione ad interim in attesa che si avvii il complesso processo democratico. Il documento immagina tre fasi successive, ed è dettagliato nel dettare i tempi, prevedere le prime elezioni amministrative, trasformare il club degli oppositori in esilio in governo di transizione e poi in Assemblea costituente. L’Assemblea dovrà scegliere una legge elettorale, istituire una Commissione di Verità e Riconciliazione che, sull’esempio sudafricano, tenti di pacificare il paese e, infine, considerare l’ipotesi di un’amnistia e organizzare un censimento.
I compiti del governo di transizione, invece, saranno quelli di processare i leader del vecchio regime, ristabilire lo stato di diritto, occuparsi dei primari bisogni civili e umanitari, de-baathificare le istituzioni, riformare e ricostruire le forze armate, negoziare con la comunità internazionale gli aiuti finanziari, ricostruire la società civile, riparare le infrastrutture irachene comprese quelle dell’industria petrolifera, preparare un referendum sulla bozza di Costituzione e le elezioni nazionali. Gli oppositori riconoscono che in un primo momento gli angloamericani potrebbero amministrare il paese direttamente, oppure cedere il passo all’Onu. In questo caso l’opposizione in esilio avrebbe semplici compiti di sostegno all’avvio del processo democratico.
Esistono diversi studi americani sul dopo Saddam, uno molto interessante è quello redatto dal Council on Foreign Relations cui ha partecipato anche Kenneth Pollack, l’ex analista delle Amministrazioni Clinton e stracitato autore di "The Threatening Storm", il libro che ha convinto gran parte della sinistra americana sulla necessità dell’intervento militare in Iraq. I vari think tank hanno prodotto centinaia di pagine sulla ricostruzione dell’Iraq a partire dalla risistemazione dell’esercito, il ripristino dell’attività petrolifera, la rivitalizzazione della società civile e l’uscita dal sistema tribale esistente oggi in Iraq. Il progetto più completo resta quello della Conferenza dell’opposizione irachena. Nel documento gli oppositori affrontano ogni aspetto giuridico legato alla rinascita di una nazione. Il punto chiave, più delicato, è quello delle responsabilità dei funzionari dello Stato nei crimini del regime. Il documento individua quattro categorie di reati e altrettante ipotesi processuali: 1) i crimini di guerra e contro l’umanità da giudicare in tribunali internazionali ad hoc; 2) i crimini non in violazione di leggi internazionali, commessi da circa 50 mila membri del regime, da affidare a tribunali speciali interni; 3) i crimini e gli abusi che non hanno comportato omicidi, da affidare alla Commissione di Verità e Riconciliazione; 4) i reati economici da amnistiare previa compensazione dei danni.
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Il costo dell’operazione militare e dei primi sei mesi di occupazione sarà tra i 60 e gli 80 miliardi di dollari. Poi c’è da ricostruire il paese. Washington ha invitato le cinque più importanti società edilizie a un gigantesco appalto per la ricostruzione dell’Iraq ("Vision for Post Conflict in Iraq"). La spesa è di 900 milioni di dollari, serviranno a costruire scuole, centrali elettriche, ospedali e case. L’Iraq ha un debito estero superiore a 100 miliardi di dollari, esclusa la riparazione dei danni di guerra all’Iran e al Kuwait.
I proventi del petrolio iracheno sono di 10 miliardi di dollari l’anno.
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Il rischio è che gli Stati Uniti, quanto più se isolati, decidano di abbandonare il progetto alle prime difficoltà. La Guerra fredda è stata combattuta per 50 anni e senza cedimenti, ma c’è da chiedersi fino a quando i contribuenti americani avranno voglia di pagare la ricostruzione e il sostentamento di un’intera regione. Se l’Europa e i paladini della pace si occupassero di questo, di spronarli e aiutarli a non lasciare le cose a metà, contribuirebbero molto più efficacemente a un futuro pacifico del mondo.

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