Camillo di Christian RoccaCari direttori, sull'Iraq niente abiure e vendette, ma forse dovete una riflessioni ai vostri lettori

Caro Ferruccio de Bortoli, le va riconosciuto un merito: poco più di un mese fa, esattamente il 9 febbraio, lei scese in campo direttamente e schierò il suo giornale, il Corriere della Sera, sul conflitto in Iraq. Una scelta che metteva il primo quotidiano italiano sullo stesso piano dei grandi giornali internazionali, nessuno dei quali si è mai sottratto al dovere di indicare una posizione chiara sui grandi conflitti in corso. Con quella decisione di schierare il Corriere lei ha evitato al suo giornale la solita figuraccia italiana, attendista e sciattamente furbetta. Il suo editoriale, per quanto ricco di argomenti favorevoli all’intervento armato, li valutava in modo diverso e schierava il Corriere sul "no" alla guerra in Iraq. Certo non era un "no" senza se e senza ma, non indulgeva in né-néismi come magari sarebbe piaciuto a gran parte dei suoi giornalisti e alla ridotta del comitato di redazione. Era, piuttosto, per quanto secco, un "no razionale". Credeva, con quell’articolo, che la lotta al terrorismo e la politica della sicurezza potessero essere perseguite meglio con "una pressione internazionale costante, un’ispezione prolungata e una vigilanza ferrea". Faceva addirittura esplicito riferimento alla sensatezza delle posizioni di Parigi e Berlino, favorevoli all’invio dei Caschi blu. Temeva, caro direttore, che la risolutezza americana non fosse "il modo migliore di dialogare con gli arabi moderati", anzi si diceva certo che "i giovani di quei paesi" potessero allontanarsi dall’idea dell’Occidente come sinonimo di "libertà e democrazia". Bene. Il 9 di aprile, esattamente due mesi dopo il suo editoriale, Baghdad è stata liberata, e nelle strade non solo della capitale ma di tutto il paese si sono viste scene di giubilo, di gioia e di felicità per la caduta di un tiranno che ha massacrato, tortorturato e oppresso il suo popolo per trentacinque anni. La prospettiva di libertà e di democrazia è apparsa contagiosa, tanto che ogni giorno si susseguono cortei e manifestazioni politiche di ogni tipo (anche contro Bush). Certo, ci sono i grandi problemi postbellici, ma tutte le previsioni apocalittiche, come già nel dopo Afghanistan, si sono rivelate infondate, compresi i suoi dubbi sulla tenuta delle piazze arabe, i cui governi sembrano peraltro shocked and awed dalla possibilità che il virus della libertà possa contagiare i loro paesi. Tutto questo, caro de Bortoli, non merita un suo commento? Non crede di essersi sbagliato il 9 febbraio? Non crede che l’Iraq ora possa guardare con più serenità al proprio futuro di nazione libera e avviata alla democrazia? Caduto Saddam, pensa che il conflitto israelo-palestinese sia più vicino o più lontano da una soluzione pacifica? Catturato Abu Abbas, cancellati i finanziamenti ai kamikaze, distrutta l’enclave di Al Qaida, abbattuto un regime che aveva gli stessi obiettivi programmatici di Osama bin Laden, e con Siria ed Hezbollah sotto scacco, crede ancora che "un’ispezione prolungata" avrebbe meglio garantito la sicurezza dell’Occidente? Una risposta a queste domande, che poi sono i suoi dubbi della vigilia, è dovuta ai lettori. Risolvere la questione con editoriali-pappetta che definiscono un "ritorno alla ragione" la decisione della sinistra di astenersi sull’invio di soldati italiani in Iraq sembra esattamente il contrario di quello che lei, caro direttore, ha fatto il 9 febbraio scorso. Lei non si è sottratto alla responsabilità di guidare un grande giornale, un punto di riferimento per la classe dirigente del paese. Se c’è ora un "ritorno alla ragione", qualcuno sarà pur stato dalla parte del torto, o no? Aspettiamo fiduciosi.

Caro Ezio Mauro, il suo giornale, La Repubblica, è l’organo dell’intellighenzia progressista italiana che in nome di un pacifismo con qualche se e qualche ma si è opposta con testardaggine alla guerra all’Iraq. In questi mesi di fallimento dell’iniziativa diplomatica e di preparazione alla guerra, lei ha scelto di confezionare un giornale dual, a doppio uso, un po’ come le industrie chimiche del regime di Saddam, cioè ha ospitato moltissime opinioni contrarie a Iraqi Freedom, ma anche qualche ottimo intervento tradotto da giornali stranieri. Non può passare in cavalleria che il suo giornale, pur con le eccezioni pro war di Magdi Allam e no war di Adriano Sofri, non ne abbia azzeccata una. Avete scritto che sarebbe stato un Vietnam nel deserto, avete spiegato che le piazze arabe si sarebbero ribellate, avete previsto centinaia di migliaia di morti, avete scommesso sugli errori di una leadership americana composta da idioti fanatici e alcolisti, avete raccontato che il popolo iracheno combatteva per Saddam, avete avete avete. Ecco, c’è però una cosa che non avete fatto, dopo: non avete riflettuto sulla correzione che i fatti hanno apportato alle vostre opinioni e al vostro modo di dare le notizie. L’effetto è di spaesamento. Scrivere, caro direttore, che la liberazione di Baghdad "è un bel giorno per la democrazia", ma che ci si è arrivati su una linea che "resta sbagliata e pericolosa come modello", non ha alcun senso. O è un bel giorno o è pericoloso. Esattamente come un giornale: o è un bel giornale o è pericoloso.