Camillo di Christian RoccaPaul Berman, il Kagan di sinistra, spiega che questa è una guerra antifascista

Il Robert Kagan della sinistra si chiama Paul Berman, ed è un colto intellettuale della Nuova Sinistra americana. Ha il pedigree corretto, scrive per Dissent e per il magazine del New York Times ma anche per New Republic e Slate. Qualche anno fa fece un libro molto importante sulla generazione del 1968. Ora ne ha scritto un altro che, appunto, è considerato fondamentale per il futuro della sua parte politica, almeno quanto lo studio di Kagan lo è stato tra i neoconservatori. Il libro si intitola "Terror and Liberalism" (Norton, 21 dollari). Il tema è quello della sinistra e della guerra al terrorismo. O, meglio, dell’errore che ha commesso la sinistra liberal di fronte alla strategia islamica del terrore. Lo studio di Berman è di taglio filosofico e storico, ed è volto a dimostrare come la guerra al terrorismo non sia una guerra imperialista né uno scontro di civiltà, ma una nuova fase della guerra che scoppiò in Europa più di ottanta anni fa e che non è mai finita. E’ una guerra antifascista, una guerra di sinistra.
Berman sostiene che il fondamentalismo islamico e il socialismo di Saddam Hussein siano la continuazione morale, ideologica e storica dei movimenti totalitari del ventesimo secolo. Anche il fascismo e il comunismo, tra l’altro, sono stati alimentati dalla difficoltà della sinistra liberal di comprendere la natura irrazionale di quei movimenti. La medesima cecità che imperversa oggi e che, inspiegabilmente, vede alleate la sinistra e i realisti di destra kissingeriana.
Per liberalismo, Berman intende l’arco politico e filosofico che va dall’opposizione alla Seconda guerra mondiale dei socialisti francesi, all’odierno anti interventismo della sinistra europea e americana, fino al "realismo" dei governi europei e dell’establishment diplomatico statunitense. Costoro, si legge nel libro, sono convinti che i popoli agiscano sempre razionalmente nel proprio interesse. Sostengono che il conflitto sia sempre uno scontro tra interessi, cosicché se compaiono movimenti di massa che usano la violenza come strumento di lotta, ci dovrà pur essere un motivo, un torto, un’ingiustizia, e quindi o lo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi o l’umiliazione da parte dei potenti. Secondo quest’ottica, più la violenza è senza senso, cioè più la brutalità si dispiega contro chi non ha altra colpa se non quella di trovarsi per caso in una Torre gemella o in una strada di Gerusalemme, o magari di essere ebreo o addirittura una donna che osa mostrare la sua faccia, più si dimostra che questi criminali sono usciti fuori di cranio per colpa dell’oppressore. L’irrazionale diventa razionale, spiega Berman.
Il paradosso è che i movimenti totalitari non si adattano per niente a questo ragionamento, sono piuttosto movimenti patologici. Berman li spiega con l’opera di Albert Camus, secondo il quale l’impulso umano di ribellarsi ha preso una svolta pericolosa con la Rivoluzione francese e poi con il romanticismo ottocentesco: l’amore per la libertà e per il progresso diventa stranamente inseparabile dall’ossessione morbosa per la morte, l’omicidio e il suicidio. Questa ossessione, spiega Berman, ha trovato spazio nei movimenti socialisti e rivoluzionari in Russia, Europa e America fino a convergere nei totalitarismi di destra e sinistra.
Paul Berman prova come l’influenza di queste dottrine occidentali sia alla base del fondamentalismo islamico, il quale nasce in opposizione alle idee liberali. Nella cultura e nella storia araba non c’è niente che spieghi perché i leader politici e religiosi abbiano scelto la via del terrore, come l’Iraq di Saddam, gli assassini-suicidi palestinesi o di Al Qaida, oppure i fascisti islamici talebani e iraniani. Questo mix di politiche totalitarie e pratiche terroristiche è stato importato dall’occidente, dal nichilismo e dal fascismo/stalinismo.
"Terror and Liberalism" è importante perché, spiegando questo, aiuta a rigettare l’idea razzista secondo cui le società arabo-islamiche non sono in grado di organizzarsi come democrazie. Ed è strano che oggi sia la sinistra a sostenere questa tesi, una posizione dettata più dal fatto che non si fida di Bush che dall’adesione a un’idea alternativa. Berman nel suo libro si chiede che cosa sia andato storto, per quale motivo negli anni 80 e 90 non ci siamo accorti del pericolo islamico-fascista. Forse ci siamo illusi che la storia fosse finita o semplicemente ci siamo riposati dopo aver sconfitto il comunismo sovietico. Gli europei se lo chiedono ancora, agli americani la risposta è arrivata a domicilio l’11 settembre del 2001.

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